Nessuna gang criminale o gruppo di ragazzetti delinquenti. Qui per banda si intende la più alta qualifica possibile, quella di essere una piccola orchestra, musicisti che assieme girano le città allietando con strumenti e voce occhi e uditi di tante persone. Nella storia qui raccontata, la banda della polizia di Alessandria d’Egitto si ritrova per un equivoco in una sperduta ed anonima cittadina israeliana. In Israele dovevano andarci, l’occasione è l’inaugurazione di un istituto di cultura araba, ma non è quello il villaggio giusto e non si può ripartire prima del mattino successivo.
Ecco quindi che gli otto componenti si fanno ospitare da gente del luogo (non esiste albergo) mettendo a nudo tanto le proprie storie quanto quelle degli ospitanti.
La malinconia dei personaggi e di tutta la vicenda in sé viene capovolta dall’estremo senso di ironia con cui il regista e sceneggiatore Eran Kolirin pervade tutta la narrazione. Umorismo fatto di tante delicate e azzeccate scelte di regia e montaggio, dove ogni inquadratura contiene uno spunto o un’idea. Alta è capacità con cui si riesce a giocare sull’unicità della banda e allo stesso tempo a giocare con l’individualità di ognuno dei suoi personaggi, ottimi alcuni sketches degni della miglior comicità muta, rarefatte, ma sempre pungenti sono le parole.
La solitudine che permea luoghi e personaggi diventa motivo d’unione tra due popoli dalle relazioni tormentate (la guerra dei sei giorni del 1967 viene evocata solo da una fotografia, ma tanto basta), simbolo di integrazione fra culture tanto quanto la citata apertura dell’istituto arabo. Non sono la religione o i conflitti storici quello che interessa alle persone, ciò che può dividerle: ognuno vive la propria vita e sono tante le preoccupazioni, i momenti di gioia e tristezza piccoli in termini generali, ma enormi dal punto di vista personale, che tutto il resto assume l’aspetto di una cornice a cui pochi punterebbero l’attenzione, non certo i personaggi all’interno del quadro stesso.
Belle le facce dei protagonisti: dal triste colonnello al più giovane della banda, dalla donna vissuta, ma ansiosa di rivivere quelle storie d’amore viste in gioventù alla televisione, al ragazzo israeliano troppo timido per provarci con una ragazza.
Tante volte si utilizza il termine “gioiellino” per descrivere un film, qui non è fatto a sproposito.
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