mercoledì, 31 ottobre 2007

Cate Blanchett all’Hotel de Russie il giorno dopo che l’attrice australiana ha presentato Elizabeth: The golden age, seguito del fortunato Elizabeth girato ormai nove anni fa. E’ lei la prima star internazionale a calcare il red carpet della seconda edizione della Festa del cinema di Roma, la seconda “madrina” australiana e Premio Oscar per la rassegna capitolina, dopo la Nicole Kidman dell’anno scorso

 

Quando ha deciso di accettare nuovamente questo ruolo?
Quando finii il primo Elizabeth non pensavo assolutamente che ci sarebbe potuto essere un sequel. Onestamente non amo l’idea di reinterpretare un personaggio, ma questo di Elizabeth è pieno di sfaccettature, è cresciuto nel corso del tempo, si trova in situazioni difficili, che non riguardano solo l’equilibrio tra potere e ragionevolezza, ma anche quello tra il posto di sovrano e la vita privata, la ricerca della felicità. Quando la sceneggiatura che mi è stata proposta ha cominciato a far emergere questa evoluzione, mi sono convinta. La storia è molto diversa dal precedente, ed era importante per me che sia Geoffrey Rush che Shekar Kappur facessero parte del progetto.

E' un film questo, che può essere letto anche in chiave attuale?
Certo: in un’era in cui la diplomazia sembra essere un processo impossibile da attuare, l’esempio che diede, e continua a dare, questa donna, può essere fonte d’ispirazione per tutti. Gli avvenimenti storici che si trovò a vivere, i cambiamenti che lei seppe controllare e mitigare nei loro effetti peggiori, non sono storia che si ripete, ma di certo hanno un valore anche reale, di oggi.

Così come il suo rapporto con i “media” di allora…
L’ossessione inglese per la vita privata dei sovrani ha radici antiche. La forza e la grandezza di Elizabeth fu anche nel suo sapere andare controcorrente, nel non lasciarsi condizionare dall’opinione pubblica per fare le proprie scelte di vita privata.

C’è una “Elisabetta” oggi?
No, e questo perché la stessa idea di monarchia è molto diversa da allora, in tutti i Paesi occidentali dove questa resiste. La differenza sostanziale è nel fatto che il potere religioso e quello politico sono ormai ben divisi, se non ufficialmente, comunque “de facto”. La monarchia, ad esempio, esiste ancora in Gran Bretagna, ma l’influenza che aveva allora, difficilmente potrà ripresentarsi.

Rispetto a quando accettò questo ruolo nove anni fa, cosa è cambiato in lei?
Allora non avevo nulla da perdere, se il film fosse andato male non ne avrei risentito troppo in termini di notorietà. Ora logicamente è diverso. Soprattutto l’avere accettato di partecipare ad un remake è di per sé rischioso, tante persone solo perché è un sequel storcono il naso, spesso ne parlano male senza neanche guardarlo. Allo stesso tempo, ci sono più aspettative in coloro che apprezzarono il primo. All’epoca andarono a vederlo senza un giudizio precostituito, adesso invece si aspettano già qualcosa di buono.

E i cambiamenti avuti a livello personale, come l’hanno cambiata nel modo di lavorare?
Avere dei figli ti cambia. Anche nell’approccio al personaggio penso di essere stata più matura: sapevo cosa poteva mancare ad Elizabeth, quale fosse quella forza dentro che la spinge a comportarsi in un certo modo. E poi l’organizzazione del lavoro, è stata totalmente diversa.

Con chi le piacerebbe lavorare, e non ha mai lavorato?
Con i fratelli Farrelly. Trovo che sappiano descrivere molto bene, sinceramente e con ironia i difetti della società e allo stesso tempo dare alle attrici ruoli interessanti e fuori dagli schemi.

Ha da poco assunto la direzione, assieme a suo marito, della Sydney Theatre Company. Qual è il suo rapporto con il teatro?
E’ sempre difficile per un’attrice che lavora molto ad Hollywood mantenere un rapporto equilibrato con il teatro, ma io ho sempre cercato di farlo. Quel che mi preoccupa di più adesso sarà fare “il capo”. E’ difficile coordinare persone ed eventi, c’è maggiore responsabilità di quanta ce ne possa essere al cinema, almeno a livello personale. Si va in scena ogni giorno con possibili imprevisti sempre differenti e sempre quotidiani.

Ha mai pensato di mettersi dietro la macchina da presa?
Non ne sono molto interessata, forse se un giorno leggessi un libro o avessi lo spunto per una storia di cui fossi sicura che nessuno riuscirebbe meglio di me a rappresentarla, ci penserei, ma è più probabile che cercherei qualcuno con più esperienza col quale collaborare.

PUBBLICATA QUI: http://www.filmfilm.it/articolo.asp?idarticolo=2818

 


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 16:00
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mercoledì, 12 settembre 2007

 

Cercato, voluto, ottenuto.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 12:32
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venerdì, 02 febbraio 2007

A Venezia durante il Festival del cinema incontriamo Paul Verhoeven sulla terrazza del Nikki Beach proprio davanti al Casinò8 uno degli edifici , dove solo due ore prima è finita l’anteprima per la stampa del suo film, quel Black Book che segna il ritono (da un punto di vista lavorativo) dopo vent’anni in Olanda per il regista di Robocop, Atto di forza e Basic Instict.

Un ritorno fatto mantenendo lo stile hollywoodiano...

 

Si, è vero, ma non è questa la cosa importante. Avevo bisogno di poter pensare bene a che lavoro fare, non avevo fretta. Sono stato attirato da questa sceneggiatura che da vent’anni cercava di essere portata sul grande schermo. Un progetto serio, che non mi è importato fosse europeo, anzi... Fosse stata una questioen di soldi, non sarei mai tornatao, ma per fortuna i solid li ho e posso fare delle scelte.

 

Un film che dal pressbook leggiamo essere una storia quasi vera...

 

Ero moltio irritato dai cliché sull’argomento, e sopratttutto rigauido ai cliché sui tedeschi. Ho cercato di leggere, di fare molta ricerca, ed ho scoperto che le cose erano m,otlo più complesse di quanto la gente pensi. Ed è una cosa che mi piace molto fare ricerca, trovare cose che non sono ancora motlo divulgate. Soprattutto mi ha interessato la situazione alla fine del conflitto degli anni tra il 44’ e il 45’. E così molto di quello che vedete è basato su dfatti realmente accaduti.Molti dei perosnaggi sono persone realmente esistito, lp’ufficiale tedesco...quegli uifficiali tedeschi. Sono strettamente collegati alla realtà. I nomi sono stati cambiati logicamente., ma sono comunque molto vicini alla realtà, più di quanto possiate pensare. E così oltre allo’idea dell’ufficiale tedesco, anche l’avvocato è ispirato ad unafigura realmente esistita. Il suo vero nome era DeBoer. Ed è stato ucciso due o tre giorni dopo la liberazione ed aveva qualcosa di  molto vicino al libro nero, contente informazioni, personaggi loschi operanti nell’abito della resistenza. Non tutti i buoni erano davvero buoni, spesso lo facevano per fini personali. Così come nelle fila tedesche c’erano molti personaagggi costretti. Questo libro è poi scomparso quindi è probabile che l’avvocato sia stato ucciso da uno dei membri della resistenza che non voleva che queste informazioni fossero rese pubbliche. Tutti questi elemnti sono stati utilizzati nel film.

 

Ribalta le convenzioni del politicamente corretto...

 

Si, credo che sia una buona cosa, perchè la vita è piena di sorprese. Le persone spesso si rivelan o differenti da come appaiono. Voglio dire, queste cose capitano. Ed è piacevole andare contro le convenzioni. Mi piace fare quello che il pubblico non si aspetta. Sono sempre stato incline a portare elemneti innovativi in temi che possono essere considerati se volete provocatori, sicuramente controversi.

 

In tutti i suoi film le donne hanno dei ruoli principali...

 

In primo luogo io amo molto le donne. Sono davvero la mia passione. In particolare le donne dotate di carisma. Tutte quelle che ho scelto hanno qualcosa di particolare, come gli occhi della protagonista di Black book, che poi si  è dimostrata anche una grandissima persona. E’ stato un vero piacere lavorare con lei. E’ molto gentile, semplicemente deliziosa. Penso che potrei farle fare qualunque cosa a livello cinematografico, una delle mogliori con cui mi sia capitato di lavorare, ed anzi  mi congratulo con me stesso peer averla trovata. Anzi se non ci fosse stata lei, non so quante altre avrebbero potuto fare un lavoro così ben fatto come ilsuo.

 

 Che ne pensa di  Basic Instict due?

 

(sorride) E’ stata una storia davvvero strana quella di questoc sequel. Io avveo pronto un porgetto per farlo, ma avrei accettato solo se accanto a Sharon Stone ci fosse stato un attore importante, uno che potesse reggere un suo sguardo. Molti sottovalutano l’importanza di Michael Douglas in Basic Instict, e questo perchè il personaggio di Sharon era quello bugiardo, mentre quello di Michael era più convenzionale. Ma Michael è un attore straordinario, uno che cattura l’obiettivo della macchina e non lo molla. E’ la macchina da presa che va da lui e non viceversa. Lui fu fondamnetale per la riuscita del film. Ma la produzione voleva risparmiare, già la Stone costava parecchio, e cossì ingaggiare un grande attore, un qualcuno che potesse tenere testa a Sharon non è stato consentito. Ho preferito quindi non parteicpare al progetto, che poi comunque non ho neanche visto.

 

Lei ha detto che “Hollywood è stat la sua infanzia” ed il cinema europeo la sua età adulta

 

Quando lasciai l’Olanda per recarmi negli Stati Uniti avevo realizzato di film realisti. Di ogni genere come il “Soldato Gross”, il “Quarto uomo” ed eranomolto vpiù biografici di quanto la gente sia portata a credere. Erano biografie o autobiografie. E poi ho avuto a che fare con quello stravagante copione di  Robocop. Lo realizzai soltanto perchè mia moglie mi suggeri di rileggerlo mettendo in evidenza un aspetto più personalistico. Così ho fatto questo film, ed è stato un vero piacere, molto soddisfacente da un punto di vista creativo. Come riferimento ho usato molto di quello che avevo letto durante gli anni 60, specialemnte fumetti. Ovviamente in Olanda trovai per lo più TenTen. E poi anhce sicuramente i supereroi americani: l’Uomo ragno, Superman, Conan il barbaro. Io ne ero appassionato. Mi ricordo della loro lettura come delle ore più felici della mia vita. E sentivo che Robocop dovesse tornare a quel genere di atmosfera per essere davvero soddisfatto. Una zona particolare tra horror e fantascienza. Ed in un certo senso quello che facevo era affine al realismo precedente e per ottenerlo mi affidavo molto ai miei ricordi di gioventù, alle mie passioni. Grazie a quetso ho potuto fare questi film e credo che siano andati abbastanza bene. A volte nel realizzare  film su uomini così particolari avevo la sensazione di perdermi. Temevo di non poter mettere un’impronta personale su questi pesonaggi. Mi dicevo. Gli Studios voglipno questi films, ed avevo la sensazione di non potermi proiettare nel processo creativo.Semplicemnte perchè non ne sapevo nulla. Alla fine però in Robocop ho potuto inserire messaggi politici, satirici. Questo perchè il mio cosceneggiatore era una delle persone più brave con cui abbia mai lavorato. E così da robocop fino a Starship Troopers ho avuto la sensazione di portare sempre più avanti queste idee. Così sapevo proprio in quale direzione stavo andando. E non solo perchè il film ha avuto ottimi finanziamenti. A quel punto però mi sono dovuto fermare perchè mi sono reso conto di non potere andare oltre nell’ambito della fantascienza. Così ho effettuato la scelta consapevole di rifiutare tutto quello che non mi era prossimo, non mi era molto vicino.

 

Vuol dire che non tornerà mai al cinema di fantascienza?

 

Penso di si, ma al momento quello che mi interessa non è il genere del film che vado a fare, ma la possibilità di lavorare un progetto nella più assoluta libertà sia artistica che di tempo. Il mio prossimo film dovrebbe essere sempre una storia ambientata a ridosso della seconda guerra mondiale.

 

E così, seppur più che a domande e risposte, abbiamo assistito ad vero proprio monologo, è bello vedere come un regista del calibro e dell’importanza di Paul Verhoevn abbia ancora entusiasmo e voglia di dire a tutti il suo modo fi fare e vedere cinema.

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/speciale/blackbook/int01.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 12:44
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martedì, 16 gennaio 2007

Era il 1996 quando Giuseppe Manfridi scrisse La partitella per un saggio di un laboratorio teatrale tenuto da Ennio Coltorti. Trovare testi che riescano a dare voce ad una ventina di attori è evento più unico che raro, ma la prolificità e fantasia dell’autore romano riuscì a tirare fuori questo spettacolo che da allora visse poi di vita propria. Prima diretto da Piero Maccarinelli, con una lunga tournée, partita da Narni e conclusasi al Teatro Quirino di Roma, poi una registrazione televisiva vincitrice nel 1998 dello “Sport Movies & TV ’98-Verona International Festival” e per ultimo una seconda rappresentazione a Genova nella primavera del 2001. Insomma la regia di Coltorti riporta lo spettacolo alle origini, così come il luogo della rappresentazione: Roma.

Siamo infatti nella capitale, sotto ponte Lanciani, dove è tradizione che ogni anno un gruppo di amici della zona organizzino una partitella di calcio contro la famosa squadra di Cardone. L’evento è anche l’occasione per rincontrarsi, magari dopo un po’ che non ci si vede, non solo per i ragazzi, ma anche per le ragazze della compagnia. E infatti sugli spalti, mentre i maschietti giocano una partita che non si vede mai, si parla del passato, della vita, di incontri che diventeranno conoscenze, se non amori importanti e episodi che segneranno la vita di tutti quanti.
Un testo di due atti: l’anno corrente e l’anno prima. Così dopo aver ascoltato il presente, scopriamo quel che è accaduto precedentemente, quando i sogni erano ancora tali e la vita reale un po’ più distante da quell’adolescenza destinata a finire. Fotografia di un tempo che sembra vicino, ma che è già una dozzina d’anni fa, quando il cellulare era un lusso, e se uno non arrivava puntuale non lo si poteva contattare in nessun modo.

Coltorti gestisce bene il nutrito gruppo di attori, alcuni professionisti come l’ormai celebre Matteo Branciamore di I Cesaroni e Alessia Amendola (figlia di Claudio…ma c’è anche la sorellina più piccola Giulia) e altri debuttanti come la molto intensa Priscilla Di Sette (che col pallone poi è quasi altrettanto brava). La scena è sempre viva, si riempe sempre lo spazio a disposizione e bene è costruito l’immaginario fuori campo dove si svolge “la partitella”. La quasi omogeneità dei tempi riservati ad ogni attore sottolinea la coralità dello spettacolo, levandogli però una certa densità concettuale, tanto che quando si chiude il sipario alla fine del secondo atto, rimane la sensazione che un terzo, in cui vengano tirate un po’ le fila del discorso, ci sia stato negato. Rimangono le tante e riuscite battute del testo, che spaziano dalla classica freddura romana cinica e diretta, in bocca soprattutto della brava Cinzia Mirasolo, a siparietti, anche drammatici, in cui si lascia intuire un futuro per tutti quanti ancora da capire e semmai costruire.

pubblicata e segue con programmazione e indrizzi vari qui:: http://www.teatroteatro.it/scheda.asp?idscheda=542

Visto che conosco Matteo Branciamore, mi si è stata data la possibilità di girare questo piccolo backstage a mezz'ora dall'entrata in scena della prima serata:

 

 


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 09:41
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lunedì, 15 gennaio 2007

L’eleganza di 007 Daniel Craig sceglie di mostrarcela ricevendoci in un doppiopetto grigio così aderente al torace che sotto pare che da un momento all’altro possa uscirne l’incredibile Hulk. Che sotto ci siano muscoli scolpiti lo abbiamo visto nel film, il paragone ci può stare. Sbarbato e ingelatinato al punto giusto, l’estenuante tour di interviste per l’Europa che gli tocca per la promozione di “Casinò Royale” non gli evita di sorriderci e fare un all’  “ok, cominciamo pure” come se fosse la prima e non l’ennesima intervista di giornata. Speriamo allora di fare le domande giuste, essere banali sarebbe per lui una condanna.

 

 

Nonostante tu abbia già realizzato film importanti come Munich di Spielberg, Tomb Raider, The racket, e tanti altri, sei sempre stato capace di cambiare look e non essere riconoscibilissimo. Come stai vivendo questa svolta in termini di popolarità implicata dall’accettazione di questo nuovo, importante, ruolo?

 

In verità non la sto vivendo visto che sono sempre impegnato nella promozione del film e non ho modo di uscire per strada. E la cosa non mi pesa: sono una persona credo abbastanza timida, riservata,che ama i piccoli ambienti. E’ tata una delle riflessioni che ho fatto quando mi hanno proposto il ruolo. Ho accettato perché penso che un attore in certi momenti della propria carriera debba assumersi dei rischi. Spero che quel che ne conseguirà sia una popolarità positiva.

 

Recentemente hai dichiarato che non si è un vero 007 se non si esce un poco ammaccati dalla realizzazione del film. Ed infatti durante il film hai avuto proprio dei contrattempi di natura fisica…

 

Si, però penso che sia stato normale. Nonostante gli stuntman e le tante accortezze, se fai dei film d’azione è normale che qualche piccolo incidente si verifichi. Tutte cose prevediili, dai muscoli contratti alle ferite ad un ginocchio o a una mano. Per fortuna nulla di grave o irreparabile, Fa parte del gioco.

 

Ti piace più l’aspetto dinamico di Bond della prima parte o quello elegante al casinò nella seconda?

 

Entrambe allo stesso modo. La bellezza di un personaggio come 007 è la combinazione di entrambi gli elementi. E c’è da dire che questa è anche il merito principale del regista Martin Campbell che è riuscito a mixare al meglio entrambi gli aspetti senza mai che all’uno mancasse l’altro e viceversa.

 

Come è stato lavorare con lui che aveva già diretto un film di 007, Goldeneye nel 1995?

 

Bene, senza dubbio. Non mi ha mai fatto accenni al precedente 007. Abbiamo fatto delle scene d’azione di una portata che non si è mai vista prima, davvero bravo.

 

Questo è narrativamente il primo film di James Bond, per certi versi si può dire che si poteva reinventare il personaggio. Hai cercato di tenere a mente chi ti ha preceduto come Sean Connery, Roger Moore e Pierce Brosman o hai cercato un tuo percorso?

 

Ho visto tutti i vecchi Bond e ho cercato di comprendere e riprendere quanto e cosa aveva reso 007 così speciale. Sarebbe stato stupido non farlo. Certo però è che quello che si vede sull schermo sono io, è Daniel Craig che vive nelle vesti di 007 quelle reazioni, quegli avvenimenti, c’è quindi parte di me, c’è il mio modo di vedere il cinema e il personaggio.

 

Visto che ormai sei te James bond: come si fanno a conquistare con questa facilità le donne?

Penso che potrebbero passare migliaia di anni senza che né io né te possiamo capirlo. Davvero non lo sono le donne sono un mondo particolare.

 

Il tuo Bond getta anche le basi di quella misoginia che poi si troverà anche nei film narrativamente successivi…

 

Si, certo. E’ la prima volta che Bond si innamora e questo perché a lui piacciono persone intriganti anche da un punto di vista intellettuale, come è Eva Green nel film. E’ un rapporto che vibra, una specie di duello sempre intenso fatto di provocazioni e ammiccamenti, e che poi si trasforma logicamente in amore.

 

Come ti sei trovato a lavorare con un gruppo di attori italiani come Claudio Santamaria, Caterina Murino e soprattutto Giancarlo Giannini? E cosa ne pensi del Lago di Como?

 

I posti dove abbiamo girato sono stati fantastici e tutta la cornice del Lago di Como è stupenda. La presenza di questi attori italiani è a mio avviso una delle ragioni che mi avrebbero spinto a vedere comunque il film anche se io non ne avessi fatto parte. Tutti bravissimi, Giancarlo Giannini poi è un mostro sacro del cinema europeoe spero che sia presente anche nel prossimo episodio. Chissà…

 

E così con questa mezza anticipazione sul prossimo episodio do James bond, che comunque è solo in fase di scrittura, si conclude il nostro incontro con il primo 007 biondo della storia del cinema…


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 08:27
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martedì, 09 gennaio 2007

Modella, letterina per Jerry Scotti, interprete di fiction televisive come Don Matteo e Orgoglio, e di un film per la tv di Dino Risi sul concorso di Miss Italia, la sarda Caterina Murino nonostante non sia un volto famoso in Italia, in Francia grazie ad un film, “L’enquete corse” mai uscito da noi, è una celebrità. Quattro lingue, modi eleganti, sembra davvero un ‘attrice affermata quando con eleganza ci accoglie in una camera del St Regis a Roma, dove sta promuovendo assieme a Daniel Craig l’uscita italiana del nuovo 007, “Casinò Royale”

 

 

Come sei stata coinvolta in questo progetto?

 

Con un provino, un semplice provino. E non so come mai mi abbiano scelto visto che lo feci subito dopo una caduta di cavallo, ero fisicamente a pezzi. Dopo venti giorni mi hanno richiamato a Londra.

 

Come hai vissuto questi venti giorni di attesa?

 

Stavo tranquilla, se ne fanno tanti di provini, per certi versi ci si è quasi obbligati. Nel frattempo stavo girando Eleonora D’Arborea con Claver Salizzato.

 

Cosa ti ha fatto preferire a tuo avviso rispetto ad altre tante aspiranti bond-girl?

 

Davvero non lo so, come già detto al momento del provino stavo malissimo. Certo è che volevano una bellezza esotica, e il mio aspetto si può prestare senza problemi ad essere credibile sia come italiana che francese, spagnola, ma anche araba, o latino americana. Spero abbia influito anche la maniera di recitare.

 

Come ti sei trovata a lavorare con un’attrice come Judy Dench?

 

Penso sempre che per essere dei grandi attori bisogna avere una grande umanità dentro. E’ l’unico modo per ricordarsi sempre chi si rappresenta e rendere verosimili i propri personaggi. Ecco, Judy Dench è prima di tutto una grande donna, gentile, sempre disponibile nonostante abbia vinto un Oscar.

 

E con Daniel Craig?

 

Un grandissimo professionista. Stare accanto a lui mi ha cambiato qualcosa dentro nell’approccio al lavoro. Non so bene ancora cosa visto che ancora non ripreso a girare, però certamente mi fa fatto acquistare sicurezza in me stessa. E’ stato sempre gentilissimo e non mi ha fatto mai pesare la presenza del mio dialogue-coach sulla scena che mi spiegava gli accenti giusti con cui pronunciare di volta in volta le battute.

 

Come tante Bond-girls del passato il tuo personaggio non fa una bella fine. La Cucinotta ad esempio mi pare che facesse un incidente in motoscafo…Come ti sei avvicinata a questo personaggio?

 

Non mi sono mai documentata sulle precedenti Bond-girls, in verità non sono mai stata una fan di questa serie, e questo film mi piace perché suggerisce un nuovo modo di intendere 007. Con la mia maestra di recitazione abbiamo scelto di non cercare di rifarci a nessuno degli analoghi personaggi precedenti, per evitare di riproporre clichè.

 

Non hai un poco paura di rimanere ingabbiata nel ruolo di bond-girl? Tante attrici dopo aver partecipato a questo genere di film non hanno fatto nulla di rilevante…

 

No, perché giravo quasi in contemporanea Santa Maria da Cortona sempre di Claver Salizzato, ed ho già in programma altri film in cui sarò la protagonista. Sono comunque fiera di aver partecipato a questo progetto e non mi spiace che mi chiamino Bond-girl. Accetto sempre ruoli che mi piacciono, ma soprattutto che siano diversi, e credo sia difficile che faccia in futuro una parte simile a questa.

 

Vivi a Parigi e i tuoi progetti sono perlopiù esteri? E’ difficile lavorare in Italia?

Sono sarda, ho una casa a Roma, ma abito, è vero, a Parigi. Non c’è una ragione precisa, ma una serie di casualità. In Francia ho raggiunto una grande popolarità grazie al film che ho fatto con Jean Reno di Patrice Leconte, “L’enquete corse” che ha fatto quasi undici milioni di spettatori. Un successo enorme, che mi ha fatto guadagnare anche una nomination ai César, gli Oscar francesi. Lì si producono circa 250 film l’anno, il 5& degli incassi dei film stranieri vanno a finanziare il loro cinema interno. I miei prossimi progetti però sono in Italia: Tango in cucina di Luca Mazzieri.

 

E Hollywood?

 

Ho un avvocato e un agente a NewYork. Per adesso sono arrivati tanti contatti di gente interessata, ma nulla di preciso.

 

Ti pesa non essere famosa in Italia?

 

Non mi pesa il fatto di non essere riconosciuta, ma mi è dispiaciuto che nessuno tra i media abbia paralato del successo che ho avuto in Francia. Neanche una citazione per avere avuto la nomination ai Cèsar, anche se per un’attrice italiana non è cosa da tutti i giorni.

 

Quali attrici ti piacciono in particolar modo?

 

Sicuramente Nicole Kidman, Cate Blanchett e Meryl Streep. Mi piace molto Rachel Weitz. In Italia Giovanna Mezzogiorno, Stefania Rocca e Maya Sansa.

 

E così, con questo sguardo (anzi, il pensiero, visto che lo sguardo ce lo ha già rapito lei)  rivolto ad altre bellezze del mondo cinematografico, ci congediamo da una delle poche attrici italiane che lavora, e speriamo lavorerà, sempre più all'estero.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 15:01
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sabato, 25 novembre 2006

Venezia 5 Settembre-Poco dopo la proiezione per la stampa di “I figli degli Uomini” incontriamo il al terzo piano dell’hotel Excelsior qui al Festival di Venezia” ,l’attore protagonista Clive Owen. Nonostante visivamente ricordi un poco Bobo Vieri, lo stile ci ricorda che non può che essere inglese: vestito blu e camicia bianca e barba perfetta…

 

Il suo regista, Alfonso Cuaron ha detto che spesso lei ha collaborato alla scrittura delle scene...

 

Si, è senza dubbio il film in cui mi sono sentito più coinvolto. Ed è dimostrato dal fatto che con Alfonso continuiamo a parlarne anche adesso che il film è concluso. E’ probabile che nell’edizione in dvd cambi qualcosa e questo proprio perchè ci sentiamo ancora dentro al progetto.

 

Che senso le ha fatto vedere questa Londra così grigia?

 

Era essenziale per dare questo senso “tragico” alla storia. Londra doveva si rappresentare l’unica città con un minimo di organizzazione, ma anche un posto triste, quasi senza speranza. Per farla essere coerente con la situazione l’abbiamo quindi dovuta sembrare patetica. Poi certo io stavo sul set quindi non so tutte le difficoltà che ci sono state per renderla così, ma la sensazione era davvero di un luogo apocalittico.

 

Anche il suo personaggio sembra voglia dare la stessa sensazione di disturbo...

 

Si, ci serviva un personaggio senza ideali, che avesse lasciato tutto quello in cui credeva un tempo, e che ancora oggi si trova costretto a prendere delle scelte, ma non è mosso da grandi ideali. E’ un essere umano in guerra, un alienato.

 

Difficoltà incontrate sul set?

 

Si, qualcuna, ma nulla di impossibile da superare. Tutto nella normalità. Alcune scene erano molto complicate, ma poi lì è la bravura del regista a fare la differenza, e penso che l’abbia fatta.

 

Ed il suo rapporto con le infradito (le indossa in una lunga scena di guerra del film)?

 

A casa ne avevo due paia che ho buttato a fine riprese. Non sono le calzature più comode per zone di guerra...

 

Lei è uno dei pochi attori affermati a livello planetario che non è andato a vivere ad Hollywood, nè tanto meno in America. Cosa la spinge a rimanere a Londra?

 

I miei figli: quando uno lavora come lavoro io, poter stare sempre vicino ai propri figli è fondamentale. Non si hanno veri e propri orari e così bisogna essere sempre pronti a sfruttare un momento libero per passarci del tempo assieme. Poi in questo caso  ho avuto la grande fortuna di girare a Londra, quindi sono stati anche con me sul set in più momenti.

 

Ma Hollywood com’è?

 

Io per anni ho lavorato in Inghilterra, è stato molto bello edè lì che ho fatto le mie esperienze. Poi ho avuto l’opportunità del cinema americano ed anche lì ho incontrato, almeno fino ad adesso, dei  registi eccezionali, tutti in grado di migliorarmi.

 

Il suo rapporto con la notorietà. Lei non è un tipo da gossip...

 

Si, è vero. Perrò non credo di essere neanche una persona in cerca di visibilità. Credo che se uno fa bene il proprio lavoro non ha bisogno di essere al centro dell’attenzione per altre ragioni. Quando non sono sui set preferisco stare con la mia famiglia, e piuttosto che uscire e rischiare di far mettere gli occchi di tutti sui miei figli, rimango in casa o comunque in posti riservati. Non lo vedo comunque come un limite, mi piace che sia così.

 

Posti riservati in cui avrà visto il campionato del mondo di calcio...

 

Si, è stato tremendo. Noi inglesi non abbiamo giocato bene, lo facevamo senza gioia, senza fantasia, però nessuna squadra ha giocato davvero  bene tutte le partite.  Ed uscire così dopo aver comunque giocato meglio del nostro avversario tedesco, è stato un brutto colpo. Ancor più brutto poi è ricevere la chiamata di Spike Lee che mi sfotteva di tutto questo. E’ stata la prima persona che ho sentito quando siamo usciti, e non la smetteva di sfottermi. Spero che il Liverpool quest’anno mi rifaccia sorridere almeno in Premier, anche se la vedo dura.

 

Ma continua anche a giocarci a calcio adesso che è famoso, o si limita a guardalo alla tv?

 

Ci gioco. In giardino con mia figlia. Un ottimo portiere!

 

Com’è stato recitare con Michael Caine alias John Lennon?

 

E’ qualcosa di indescrivibile vedere recitare Michael Caine. Lui è sulla breccia da 40 anni, e fa sempre dei ruoli eccezionali. Lui in questo caso ha voluto fare questo personaggio, è lui che l’ha costruito così. Un maestro davvero.

 

 

Parteciperà al sequel di Sin City?

 

Credo che debba ancora essere finitio di scrivere, ma non credo che ci sarò.

 

Altri progetti futuri ?

 

Adesso dopo due anni quasi senza sosta, sono in vacanza. Devono uscire un paio di film cui ho lavorato, ma in questo momento non ho davvero alcun progetto nè proposta. Ho bisogno di un poco di relax e di stare con la mia famiglia.

 

Relax che sicuramente rimanderà a dopo il tour promozionale che sta intraprendendo per questo (bellissimo)film.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 10:47
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giovedì, 14 settembre 2006

Quando incontriamo Vittorio De Seta nella terrazza dell'Hotel Excelsior al Festival di Venezia, già sapevamo chi avevamo di fronte. E non si parla a livello artistico visto che per capire quello basta leggersi una biografia, ma di quello umano. L'anno scorso si presentò in Laguna con la copia restaurata di "Banditi a Orgosolo" e quando sentì gli applausi a fine proiezione, si commosse. Il suo modo di vedere il mondo, quest'animo antropologico che lo spinge a cercare di capire le persone partendo dalla loro cultura, dai loro luoghi, non può che provenire da un uomo attento al prossimo. E così è un sorriso quello che ci accoglie quando ci sediamo accanto a lui per fargli qualche domanda sul suo ultimo lavoro, quel "Lettere dal Sahara" che citando Moravia racconta l'odissea di un giovane senegalese neo-immigrato in Italia. In verità si inizia spiegando come funzionino i siti di cinema su Internet, cioè nessun problema di tempo o spazio per le domande e lettori che cercano e trovano informazioni sempre più dettagliate nel più breve tempo possibile, ma è una spiegazione che ci fa piacere fare. Oltretutto De Seta dice di avere una mail, quindi chissà se l'incontro si potrà ripetere anche altrove in futuro…

Pensa che la storia di "Lettere dal Sahara" sia legata a questo momento, o avrebbe potuto raccontarla anche dieci o vent'anni fa?
Vittorio De Seta: Praticamente noi questa storia l'abbiamo iniziata alla fine del 2002 poi si è fermato due anni. Però alla fine si può dire che abbiamo anticipato un poco i tempi. Se dovessi rigirarlo adesso metterei solo neri, però oggi purtroppo è più drammatico. Sempre di più Lampedusa è diventata una cerniera da cui passano tutti gli immigrati, anche qualcuno dal Medio Oriente.

Il fatto che il protagonista sia senegalese e che quindi provenga da una cultura del centro africa dove le tradizioni e l'orgoglio nazionale sono valori abbastanza forti, sia una caratteristica importante per le scelte dello stesso. Fosse stato un immigrato di un altro Paese si sarebbe comportato ugualmente?
Vittorio De Seta: Io veramente all'inizio volevo fare un protagonista marocchino, però poi mi sono reso conto che un Paese come il Senegal a maggioranza islamica, però che è Africa nera, era un arricchimento per la sceneggiatura. C'erano delle cose in più, a parte poi la musica, poi la duttilità che hanno loro che sono tutti attori fin da quando sono nati.

Crede che la "civiltà" e la coerenza verso la propria identità, sia un valore che invece gli italiani hanno perso?
Vittorio De Seta: No, gli italiani stanno perdendo un poco la loro umanità. Poi noi questo lo abbiamo capito durante le scene. Uno parte che non ha tutto chiaro in testa, a volte il film è un divenire, quindi di alcune cose mi sono reso conto dopo. Il protagonista rispetto al personaggio di suo fratello non ricalca ciò che noi ci aspettiamo che gli immigrati facciano. Non è quello che fuma, che si impasticca un po', che vende per le strade, che si adegua alla parte…, lui è più coerente. Poi finisce in fabbrica ed è quello più punito. Lui vuole integrarsi e viene colpito d'incontro e quindi poi si rende conto di perdere il livello della propria identità, della propria dignità.

In questo contesto come si inserisce la religione?
Vittorio De Seta