Preceduto dalle polemiche del regista Roberto Faenza che (sembra) lo volesse non solo selezionato alla Festa del cinema di Roma, ma anche come film di apertura, “I vicerè” inizia a catturare l’attenzione dell’ambiente intellettuale italiano fin da quando ne fu annunciata la realizzazione. L’omonimo libro da ui il film è tratto, scritto nel 1984 da Federico DeRoberto, è stato infatti per anni snobbato dal consenso popolare, soprattutto a causa della stroncatura ricevuta all’epoca da Benedetto Croce che lo trovò inutile, soprattutto se paragonato a “Il gattopardo” e ai lavori di Verga e Capuana. Prima di Faenza, già Rossellini provò, senza successo, a portare sul grande schermo quest'opera seconda di una trilogia dedicata alla famiglia nobile Uzeda, frutto della fantasia dello scrittore, i cui altri due capitoli sono “L’illusione” e “L’imperio”. La causa del fallimento di tale progetto va ricercata nella forte connotazione politica, ancora attuale, della storia narrata, che per anni ha spaventato i produttori a finanziarla: le vicende di una dinastia aristocratica catanese, dal tempo degli ultimi Borboni alla fine del del 19° secolo, con una postilla (ma questa è un’aggiunta del film) sul post-grande guerra. Personaggi ed eventi che richiamano non solo
Che Faenza voglia parlare dell’oggi è palese. Quel che ne esce però è un discorso solo abbozzato, risaputo e poco profondo, quantunque giusto. Manca, nella rappresentazione del pensiero autoriale, quella carica di indignazione e quell’analisi articolata e compiuta che avrebbe indotto lo spettatore a discutere, interrogare e interrogarsi, una volta abbandonata la sala. Il “fare politica” col mezzo cinematografico non è, nel caso di Faenza, approccio intellettuale, né proposta linguistica più popolare, ma un ibrido poco incisivo e superficiale. Limiti questi riscontrabili sia nella sceneggiatura, sia nella regia. Confezionato come un prodotto televisivo, tanto da sembrare uno sceneggiato sull''ottocento' di Raiuno (in tal senso anche la "scelta" degli attori non aiuta), “I vicerè” non è un film del tutto banale, ma neppure capace di volare alto con i suoi modesti dialoghi e rappresentazione scenografica dell’epoca, dove l’ancora del piccolo schermo sembra impedire ogni maggior ambizione e tensione creativa. Non noioso, ma neanche particolarmente interessante con personaggi che nón sono macchiette, ma neppure particolarmente caratterizzati né approfonditi: su tutti proprio il protagonista, quello che piú di ogni altro dovrebbe trainare la storia. Le idee di progresso che gli vengono contestate non risulteranno mai chiare allo spettatore. Ne esce un film appena sufficiente, che avrebbe potuto sfruttare meglio le potenzialità del testo letterario a cui si ispira.
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