giovedì, 07 giugno 2007

Secondo film prodotto in digitale dalla Disney dopo la separazione dalla Pixar, e primo a recare il logo “Walt Disney Animation Studios”, I Robinson: una famiglia spaziale è tratto da un libro illustrato del 1990 scritto dall’americano William Joyce (il titolo è: “Un giorno con Wilbur Robinson”).

Non più disegni, ma computer. Il cartone animato (soprattutto americano) ormai è questo. Negli ultimi anni sono sorte nuove e valide case produttrici di questa tipologia di contenuti e il marchio della Disney, che per anni ha rappresentato garanzia di divertimento per tutte le giovani generazioni, ora si mischia e quasi si confonde con tanti altri loghi e prodotti. Questa la considerazione che probabilmente ha spinto i direttori artistici della casa di Topolino a realizzare I Robinson. Un film che, al di là del moderno metodo di realizzazione, tenta più che mai di riallacciarsi col glorioso passato della Disney, sia a livello di tipologia di trama che di simbologia dei personaggi.

Wilbur, il protagonista, è un orfano. Come per Bambi, Mowgli e Il Re Leone, meno sono presenti genitori e parenti, più il tema ricorrente è quello della famiglia. Walt Disney dopotutto disse proprio che: “Un uomo non dovrebbe mai trascurare la sua famiglia per gli affari” e in tal senso già il titolo del film “I Robinson: una famiglia spaziale” è abbastanza emblematico. Wilbur però è anche un inventore. Avesse vissuto negli anni ‘30 avrebbe forse inventato i cartoni animati come Walt Disney, visto che è del 2000 crea macchine del tempo. Non è il “cosa” ad essere importante, ma il modo di porsi verso la vita, quel “guardare sempre avanti” che viene più volte consigliato durante il film. L’amore e l’affetto si può trovare anche fuori dai soliti legami, la famiglia è chi ti vuole bene, non per forza chi ti mette al mondo (e qui c’è un chiaro riferimento al concetto di famiglia “moderna” fatta di separazioni, divorzi, fratellastri ect). L’importante è non arrendersi davanti ai fallimenti, siano essi professionali o sentimentali.

Bisogna prendere in mano la propria vita e affrontarla. Il rischio sennò è l’appiattimento mentale. Questo il secondo piano di lettura del film. Le bombette che controllano il cervello fino a lasciar immaginare un mondo stilizzato sul modello dei totalitarismi più feroci, ci ricordano questo. Un chiaro riferimento estetico al surrealismo di René Magritte, che con la bombetta caratterizzava ogni uomo facendolo modello di tutto il genere umano, per parlare della centralità della persona e delle idee all’interno di un mondo sempre più vario e confuso.

Un film complesso, stratificato, che con una storia a prima vista molto semplice cerca di comunicare più di quanto possa apparire ad un occhio superficiale. Bei personaggi di contorno, comicità surreale che i giovanissimi però forse potranno non apprezzare troppo e una colonna sonora molto curata, opera di quel Danny Elfman fido compagno di avventure delle favole dark di Tim Burton, contribuiscono a fare dei Robinson il primo classico moderno della Disney

pubblicato qui: http://www.filmfilm.it/film.asp?idfilm=27408