venerdì, 23 novembre 2007

La distruzione del mito di un'icona degli anni 60' (in verità solo del 65') e cioè Edie Sedgwick, ma ancora più la distruzione (di riflesso) di un mito tuttora citato e presente: Andy Warhol. Guy Pierce lo tratteggia perfettamentre in tutti i suoi tic e atteggiamenti con, inoltre, un mento rifatto (al trucco)ad hoc, mentre la sceneggiatura lo rende un vero e proprio "mostro". Un uomo che sarà sì, già autoditruttivo per sua stessa ammissione (ed è proprio questo uno degli aspetti più caratterizzanti del suo essere autore), ma che al contempo rovina chi gli sta intorno. Quel che emerge da "Factory girl" è il quadro di un movimento superficiale e vuoto: non c'è genio riconosciuto ai personaggi, della stessa Sedgwick che fu icona, non se ne percepisce l'influenza che ebbe sull'epoca, ma se ne sente solo parlare. Allo stesso tempo anche Bob Dylan (che presumo non abbia dato l'autorizzazione all'utilizzo del suo nome nel film. Tra questo e I'm not there, due film in cui è presente come figura, ma non con nome e cognome) è utile agli autori per minimizzare la pop-art di Warhol, ma al contempo viene descritto come un uomo grosso modo pieno di sé e ricco di contraddizione. Molti spunti che Factory girl lancia senza però investirci troppo tempo, lasciando troppo all'interpretazione, quasi che il vuoto dei perosnaggi sia rappresentabile solo da un quasi vuoto di prospettiva da parte degli autori. Il personaggio di Sienna Miller sarà anche un espediente per parlare del resto, ma quel resto non è abbastanza articolato perchè questo meccanismo riusulti particolarmente interessante. A livello di regia Hickenloper cerca una via di mezzo tra il rifacimento dello stile di ripresa (squallido) dello stesso Warhol regista, alternandosi con il rimando al servizio documentaristico (con camera a mano e focus sgranato), ma senza crederci troppo.Così così.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 10:05
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