venerdì, 25 aprile 2008

Prima di Cate Blanchett e dei suoi due capitoli su Elizabeth, c’era sua zia Maria Bolena, sua madre Anna e suo padre Enrico VIII. Tre personaggi che hanno cambiato la storia della civiltà occidentale con la nascita di quella Chiesa anglicana che ancora oggi dimostra come la Gran Bretagna meriti da sempre un discorso a parte quando si parla di Europa unita (nella moneta come nei valori). Le ripercussioni politiche e sociali di quello scisma sono infinite se si pensa che la stessa colonizzazione degli Stati Uniti ne fu grandemente influenzata, capirne le ragioni e i pensieri che portarono a sancirlo sono invece uno di quegli enigmi su cui da sempre gli storici hanno piacere di indagare.
La tesi che viene portata avanti in “L’altra donna del re”, esordio cinematografico del fino adesso regista televisivo Justin Chadwick, è quella del semplice impulso amoroso. Enrico VIII non poteva possedere carnalmente Anna Bolena perché lei prima di concedersi voleva esser fatta Regina. Sulle spalle di quella che tuttora è ricordata come la seconda moglie più famosa della storia dell’uomo, pesava infatti l’esperienza vissuta con la sorella Maria, sedotta e abbandonata dal principe inglese dopo aver messo al mondo un agognato figlio maschio.
Un triangolo amoroso che si confrontò con i vincoli della vita di corte, ma che sostanzialmente sminuisce la portata storica della decisione e tralascia le tante altre ragioni di convenienza politica che la causarono. Facendo del castello quasi una casa di appuntamenti nella quale in Re passa le sue giornate amministrando l’ordine delle proprie amanti anziché quello (magari altrettanto futile, ma sicuramente obbligatorio) degli accordi diplomatici e dei provvedimenti di politica interna, “L’altra donna del re” diventa soprattutto un piccolo pamphlet sul maschilismo imperante del passato e sull’ingenuità delle donne. Molto viene semplificato e quel rapporto tra le due sorelle Bolena, che a questo punto dovrebbe essere la vera ragione del racconto almeno da un punto di vista drammaturgico, vive di poche scene che non ne sottolineano con particolare incisività né il tormento né l’affetto. La regia di Chadwick risulta piuttosto anonima e anche quel voler far partire, all’inizio di ogni scena, il movimento di macchina da dietro o una porta o una ringhiera o spigolo, per ricordare che si sta spiando dentro le vite private dei protagonisti, diventa presto uno schematismo dall’effetto inutile.
Bravo invece l’intero cast. Mettere di fronte due attrici come Scarlett Johansson e Natalie Portman è sicuramente motivo di appeal per gli spettatori, soprattutto per quello giovanile affascinato dalla loro bellezza acqua e sapone. Le loro capacità interpretative non tradiscono le aspettative e volendo metterle in duello, la Portman vince sulla Johansson per carisma e fascino (magari però è il ruolo).
Davvero curati anche i costumi. In definitiva un film interessante per chi non conoscesse affatto una storia che è quasi una leggenda e per chi volesse vedere una di fronte all’altra le due attrici sopra citate, ma piuttosto anonimo nella comunicazione di emozioni.

La frase: "(Enrico VIII a Anna Bolena): "Ho lacerato questo Paese in due per te"".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/theotherboleyngirl.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 09:34
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sabato, 19 aprile 2008

Dopo il bel "36 Quai des Orfèvres", il regista francese Olivier Marchal ritorna a calcare quelle atmosfere cupe e maledette che contraddistinguono la sua visione della polizia e criminalità (lui stesso è stato un "flic" prima di lanciarsi sul grande schermo), con un film ancor più tragico e cupo, il terzo di una trilogia sul tema, iniziata con "Gangsters". Non più Parigi, ma Marsiglia. Non più un buono (anche se il Leo Vrinks di "36" così buono non era) ed un cattivo, ma solo un tormentato ex-buono interpretato dal fido Daniel Auteuil.
Per narrare la discesa verso gli inferi del poliziotto Schneider, Marchal parte da un preambolo drammatico: moglie e figlia del protagonista sono da poco state coinvolte in un incidente stradale che ha portato alla paralisi della prima, e alla morte della seconda. "Dio mi ha voltato le spalle" afferma nel flashback iniziale. Alcool come se piovesse, problemi sul lavoro, e sensi di colpa vari, rendono la vita di Schneider una sofferenza continua. Il fiuto del detective non l’ha abbandonato, ma quando tutto rema contro, compresi i suoi colleghi, anche indagare diventa impossibile.
Con ritmo compassato e un pò dispersivo, Marchal porta avanti due storie gialle parallele (il serial killer degli animali di compagnia e il ritorno in libertà di un assassino ormai settantenne) per parlare della vicenda umana del suo protagonista. Non è il thriller che gli interessa, ma si serve di queste due storie per tratteggiare un mondo nel quale non vale più la pena vivere, un luogo dove morte e violenza possono diventare fonte di liberazione. Una tragedia a tutto tondo che non coinvolge fino in fondo, troppo vaga nelle sue linee concettuali per buona parte del film e allo stesso eccessivamente insistita nei suoi snodi narrativi (lo stereotipo del poliziotto maledetto è portato avanti fino all’esaurimento). L’irrealismo di tante situazioni non diventa simbolico, finendo per diventare un pulp a cui manca però anche solo un pizzico dell’autoironia di un Tarantino, per potere essere digeribile. Se la cava egregiamente Daniel Auteuil, anche se c’è da dire che già in "Le deuxieme souffle" aveva interpretato un ruolo molto simile, mentre il resto del cast non si distingue particolarmente.
La frase: "Dio mi ha voltato le spalle".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/mr73.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 09:24
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mercoledì, 09 aprile 2008

Calcetto: per numero di tornei organizzati siamo il primo Paese al mondo, per giocatori il secondo, ma giusto perché in Brasile è arrivato prima e ha anche una popolazione ben maggiore della nostra. Insomma per molti di noi italiani, quel circa 40x20 di metri di erba sintetica è un punto di ritrovo abbastanza comune, un’occasione per divertirsi e vedere il solito gruppo di amici. Così accade anche per i protagonisti del nuovo film di Luca Lucini: cinque uomini di diversa età che almeno una volta a settimana si incontrano per il torneo di un’imprecisata cittadina del nord.

“In campo come nella vita”, così diceva il grande Nereo Rocco. E così, partendo dai rispettivi ruoli in campo, per ognuno dei personaggi c’è un profilo conseguente: c’è chi vuol segnare a tutti i costi nonostante non abbia più le gambe, c’è chi dirige saggiamente la difesa, chi gioca sporco, chi ci mette i polmoni (il mediamo della canzone di Ligabue) e, logicamente, il portiere (che al contrario degli altri, non può caratterizzare troppo il proprio ruolo, il suo ruolo è semplicemente parare). Sul campo però si portano le gioie e le frustrazioni del quotidiane, sono proprio queste alla base del racconto.

Grazie all’eterogeneità dei personaggi, il film mette in luce diverse situazioni di vita sentimentale e lavorativa. Dai problemi di chi dirige un’azienda in lotta con la sopravvivenza a chi vive un matrimonio che ha bisogno di un nuovo equilibrio, da una paternità arrivata per sbaglio al tradimento di un amico passando per la vita passata ad aspettare del sesto uomo del gruppo, il panchinaro (ma efficace al momento opportuno) personaggio interpretato da Battiston.
Rispetto a L’uomo perfetto per Lucini è un mezzo passo indietro. Il suo film scorre senza problemi, regalando qualche sorriso, ma mai alcun momento di vera emozione o comicità. Le varie storie raccontate non brillano per originalità e seppur affrontate con un piglio ottimista e non banale, non sembrano comunque discostarsi di molto da quelle tematiche familiari già tante volte affrontate dal nostro cinema. Se L’uomo perfetto aveva un plot e una confezione che lo poteva far risultare ambito anche a mercati stranieri (all’epoca si parlo di “stile europeo”, nonostante si trattasse di un remake), questo vola molto più basso sia in termini di inventiva che di ritmo. Sia chiaro, non si parla di un film brutto e rappresenta un buon intrattenimento, ma da Lucini ci si poteva aspettare qualcosa di più. Bravo tutto il cast, in primis la sempre verde Angela Finocchiaro.

pubblicata qui: http://www.filmfilm.it/film.asp?idfilm=28021&from=insala_intro&fromp=03


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 09:52
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sabato, 22 marzo 2008

Sergio Rubini chiama a raccolta un altro suo conterraneo, il pugliese Riccardo Scamarcio, per un film ben fuori dalle sue corde, un thriller. Che Rubini sia coraggioso è indubbio, in Italia i tentativi che vanno fuori da quelli che ormai sono i generi italiani che tirano il botteghino (dalla commedia giovanilistica al cinepanettone, passando, ma tra alti e bassi, per i drammi familiari) sono pochi e spesso realizzati con una tale esiguità di budget che anche la migliore delle idee finisce per perdere molto del proprio potenziale, ma purtroppo anche la sua ciambella non esce con il buco.

Il triangolo amoroso alla base del suo racconto si incrocia con la il fascino dell’arte: la manipolazione della creatività, l’avidità, il successo, l’esigenza per un artista di far vedere e apprezzare le proprie opere. E’ proprio questa sua ambientazione così alta nei riferimenti che sgretola la vitalità della narrazione. La cornice è troppo ampia per questo noir piccolo nelle dinamiche e nelle immagini: a nuocerne è la credibilità dei personaggi, tutti così miseri nei pensieri e negli atteggiamenti da poter pensare che dentro vi si nasconda il fuoco della passione per la creatività e il bello. Le citazioni si ricorrono senza aggiungere nulla di nuovo a quanto già visto e in meglio. La rincorsa per il museo da Vestito per uccidere, il delitto impunito alla Matchpoint, la capacità di sedurre e muovere le coscienze di La condanna di Marco Bellocchio, passando per Hitchcock e tanti altri. Manca un estro, un’idea di cinema che vada al di là di un collage di spunti, o una capacità di scavare a fondo mettendo a nudo personaggi e, di riflesso, lo spettatore.

La sceneggiatura appare troppo lunga, e non pochi sono gli errori logici che potranno far capolino nelle menti dei più maliziosi. Perché non posare l’arma prima dell’incontro finale?Come avrebbe fatto il personaggio di Rubini a sapere che si sarebbe andati in una determinata direzione, quando molto era affidato al caso? Questi sono solo alcuni esempi.

Lo stesso Rubini poi si ritaglia il non facile ruolo del critico d’arte burattinaio senza averne la fisicità adatta (un uomo più grosso e malinconico anche nell’aspetto come, ad esempio, Depardieu sarebbe stato senza dubbio meglio), rendendo difficile anche le prove dei due giovani attori (la sua malvagità non sembra mai così inquietante da poterne capire anche il fascino).

pubblicata qui: http://www.cinemaplus.it/leggi-recensione.asp?id=2600


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:04
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venerdì, 11 gennaio 2008

Sulla scia del successo ottenuto con la riproposizione in dvd di film degli anni 80’ all’epoca reputati di serie B nonostante le sale piene, da qualche anno i produttori italiani ne stanno producendo i relativi sequel o remake nella speranza di cavalcare l’onda. Logico quindi che dopo il ritorno di Er monnezza, del Diego Abatantuono eccezziunale veramente e delle mandrakate di Gigi Proietti non si potesse continuare questo trend senza ritirare fuori dal cassetto uno dei personaggi d’allora più citati ancora oggi dalla gente comune: Oronzo Canà.
Il perché è presto detto: se quando fu realizzato il primo “L’allenatore nel pallone” era il 1984 e si usciva da un periodo che aveva regalato assieme calcio-scommesse e mondiale, adesso si è più o meno nella stessa situazione.
Coincidenza o meno che sia, il famoso mister interpretato da Lino Banfi è uno dei pochi personaggi capaci di far avvicinare al calcio quel tipo di divertimento disimpegnato che dovrebbe regnare sempre in ogni stadio. Il secondo episodio sulle avventure della Longobarda e del suo Oronzo Canà riesce infatti nel difficile compito di far rientrare tutta quella quotidianità calcistica che va dalle trasmissioni televisive troppo seriose alle solite affermazioni fax-simile di giocatori e allenatori, all’interno di un concetto di giocosità e gioia che troppo spesso i reali interpreti non si preoccupano di perseguire.
Un pò collage di figurine famose e un pò nostalgico nel suo continuo citare non solo i nomi, ma anche gli snodi narrativi del prequel, “L’allenatore nel pallone 2” riesce comunque a divertire grazie alla comicità innata di Banfi (cui gli anni lontano dallo schermo non hanno nuociuto, anzi...) e ad una sceneggiatura che seppur spesso tirata per i capelli e certamente non da scuola di cinema, è ottima nel ricercare la risata attraverso battute e situazioni mai volgari o fuori luogo.
Ne esce un prodotto volutamente artigianale nella fattura, ma che proprio per questo si fa apprezzare per la propria genuinità, il proprio rispetto verso i fan di allora (che poi sono gli stessi di oggi) e verso quel pubblico che anche se si affacciasse solo ora su questi lidi, potrà comunque divertirsi. A patto, logico, che non si abbiano aspettative di grande cinema d’autore e si abbia un pò di competenza per quanto riguarda l’argomento calcio (e si possa godere quindi dei continui camei e autoironia dei calciatori famosi presenti). In caso contrario, inutile recarsi in sala per poi scagliare la solita pietra a sfavore di film del genere.
Tante le nuove battute di Oronzo. Forse non saranno da ricordare come la B-Zona, ma le varie “Sta cambiando religione, sta per diventare eunuco”, “Mortavski vostri”. “Sono invecchieto, sono ingrasseto, ma sono ancora arrapeto”, “Prima mi date u’pesc e poi ti do u’cash” o quella citata a fine recensione (forse il momento più riuscito del film ) non mancano il proprio obiettivo.
Ps: Nonostante alcune voci che lo volevano nel cast, il Moggi che si vede di spalle non è lui. Pare che il suo agente Lele Mora volesse un ruolo più importante per il proprio assistito rispetto al paio di battute offertegli.

La frase: "Nuntio vobis gaudium magnum: habemus Lotito".

Conferenza stampa seguita a Roma: http://filmup.leonardo.it/speciale/lallenatorenelpallone2/int01.htm

Recensione pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/lallenatorenelpallone2.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 11:28
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mercoledì, 12 dicembre 2007

Fonte di polemiche già da quando se ne decise la realizzazione, “La bussola d’oro” ha avuto una vita produttiva a cui vale la pena accennare per capire quanto ne sia stato influenzato l’esito finale. Il libro da cui è tratto, l’omonimo e primo capitolo della trilogia “Queste oscure materie” di Philip Pullman, metteva al centro del mondo fantasy inventato, il Magisterium, una sorta di Chiesa cattolica più reazionaria che governa l’etica e il vivere sociale della comunità. Quello contro cui si ribellavano i protagonisti della vicenda era quindi un totalitarismo religioso e politico che soffocava progresso e creatività. Un parallelo, seppur molto lato,  con la realtà che ha fin da subito attratto i neocon americani e “imposto” alla casa produttrice della New Line Cinema di dare un taglio più disimpegnato al tutto per evitare un flop al botteghino dopo il grande investimento (180 milioni di dollari). Disimpegno che purtroppo non è bastato: nei primi weekend di proiezioni statunitensi, gli incassi sono stati minimi ed è probabile che gli latri due episodi della saga non vengano mai girati. Ok, a noi quest’ultima informazione non interessa, non si valuta un film dall’incasso, ma era giusto per spiegare come certe scelte spesso non paghino.

Il film scritto e diretto dall’ora solo Chris Weitz (assieme al fratello Paul, ora impegnato in una commedia sui vampiri, ha realizzato belle commedie come American Pie, About a boy e In good company) non è così male come potrebbe pensare. Certo, dopo l’ironia di Stardust e l’innovazione tecnologica di Beowulf, il fantasy deve rinnovarsi per non replicare sempre sé stesso e annoiare, ma quella la storia della piccola Lyra e della sua bussola d’oro che indica sempre verità e risposte si segue con un certo interesse. I personaggi sono vari, la storia è abbastanza articolata e la trovata dei Daimon, gli animaletti che sempre accompagnano gli umani perché ne rappresentano l’anima, è visualmente affascinante. Peccato però che come già detto, poco o nulla venga approfondito sul Magisterium, e soprattutto che spesso i personaggi si muovano in maniera illogica. Probabilmente molto è stato tagliato in fase di montaggio, ma quel che rimane in troppe occasioni fa attivare nella mente dello spettatore la domanda: “perché?”. Perché i gyziani aspettano Lyra dentro un edificio abbandonato per salvarla e non la raccolgono mentre cammina per strada?Perchè l’orso nominato re, non viene con gli altri orsi a combattere?Perchè c’è un tizio che si veste e parla come un texano in un mondo in cui il Texas non esiste?Perchè sempre lui indica a Lyra l’equipaggiamento adatto per un viaggio sul polo, lasciando intendere di essere una specie di indovino o figura magica, ma poi non sà nulla di nulla?Non che siano domande fondamentali, molti (soprattutto i bambini) mai se le chiederanno, ma stonano un po’. Rimane comunque il fatto che la curiosità di sapere come proseguiranno le storie dei personaggi ci sarà per gli spettatori di questo primo capitolo. Magia della magia.

 pubblicata qui: http://www.cinemaplus.it/leggi-recensione.asp?id=2487


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 19:23
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venerdì, 23 novembre 2007

La distruzione del mito di un'icona degli anni 60' (in verità solo del 65') e cioè Edie Sedgwick, ma ancora più la distruzione (di riflesso) di un mito tuttora citato e presente: Andy Warhol. Guy Pierce lo tratteggia perfettamentre in tutti i suoi tic e atteggiamenti con, inoltre, un mento rifatto (al trucco)ad hoc, mentre la sceneggiatura lo rende un vero e proprio "mostro". Un uomo che sarà sì, già autoditruttivo per sua stessa ammissione (ed è proprio questo uno degli aspetti più caratterizzanti del suo essere autore), ma che al contempo rovina chi gli sta intorno. Quel che emerge da "Factory girl" è il quadro di un movimento superficiale e vuoto: non c'è genio riconosciuto ai personaggi, della stessa Sedgwick che fu icona, non se ne percepisce l'influenza che ebbe sull'epoca, ma se ne sente solo parlare. Allo stesso tempo anche Bob Dylan (che presumo non abbia dato l'autorizzazione all'utilizzo del suo nome nel film. Tra questo e I'm not there, due film in cui è presente come figura, ma non con nome e cognome) è utile agli autori per minimizzare la pop-art di Warhol, ma al contempo viene descritto come un uomo grosso modo pieno di sé e ricco di contraddizione. Molti spunti che Factory girl lancia senza però investirci troppo tempo, lasciando troppo all'interpretazione, quasi che il vuoto dei perosnaggi sia rappresentabile solo da un quasi vuoto di prospettiva da parte degli autori. Il personaggio di Sienna Miller sarà anche un espediente per parlare del resto, ma quel resto non è abbastanza articolato perchè questo meccanismo riusulti particolarmente interessante. A livello di regia Hickenloper cerca una via di mezzo tra il rifacimento dello stile di ripresa (squallido) dello stesso Warhol regista, alternandosi con il rimando al servizio documentaristico (con camera a mano e focus sgranato), ma senza crederci troppo.Così così.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 10:05
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domenica, 18 novembre 2007

Nel suo essere così smaccatamente pasticciato, ma al contempo ambizioso e leggero, un po' questo film mi è piaciuto. Film che parla di cinema italiano, tra omaggi, contraddizioni, voglia di fare, ma mancanza di idee. Un Abatantuono che dice: "In Italia il cinema va male perchè nessuno vuol fare quello che sa fare" e che appositamente interpreta un regista, mentre Calopresti fa il regista. Omaggi sparsi a Fellini, Ferreri e tanti altri del nostro "glorioso" passato (ma il presente a noi ci fa sempre schifo?). Emblematici ragazzi che non sanno cosa fare e credono ad un riscatto delle loro vite paesaneattraverso una telecamera che prima di tutto cerca una storia. Depardieu che muore davanti ad un sempre più morbosamente cronachistico Bruno Vespa. Ricodi autobiografici dello stesso Calopresti. Tanti spunti e   quantomeno simpatici per cercare di fare una morale vittima però di luoghi comuni e comunque presuntuosa. Le interpretazioni sono volutamente così mediocri?Bah.Nonostante tutto, è interessante.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 09:10
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venerdì, 09 novembre 2007

Preceduto dalle polemiche del regista Roberto Faenza che (sembra) lo volesse non solo selezionato alla Festa del cinema di Roma, ma anche come film di apertura, “I vicerè” inizia a catturare l’attenzione dell’ambiente intellettuale italiano fin da quando ne fu annunciata la realizzazione. L’omonimo libro da ui il film è tratto, scritto nel 1984 da Federico DeRoberto, è stato infatti per anni snobbato dal consenso popolare, soprattutto a causa della stroncatura ricevuta all’epoca da Benedetto Croce che lo trovò inutile, soprattutto se paragonato a “Il gattopardo” e ai lavori di Verga e Capuana. Prima di Faenza, già Rossellini provò, senza successo, a portare sul grande schermo quest'opera seconda di una trilogia dedicata alla famiglia nobile Uzeda, frutto della fantasia dello scrittore, i cui altri due capitoli sono “L’illusione” e “L’imperio”. La causa del fallimento di tale progetto va ricercata nella forte connotazione politica, ancora attuale, della storia narrata, che per anni ha spaventato i produttori a finanziarla: le vicende di una dinastia aristocratica catanese, dal tempo degli ultimi Borboni  alla fine del del 19° secolo, con una postilla (ma questa è un’aggiunta del film) sul post-grande guerra. Personaggi ed eventi che richiamano non solo la Storia d’Italia, ma anche e soprattutto i perenni atteggiamenti di coloro che detengono il potere, con i loro egoismi ed avidità.

Che Faenza voglia parlare dell’oggi è palese. Quel che ne esce però è un discorso solo abbozzato, risaputo e poco profondo, quantunque giusto. Manca, nella rappresentazione del pensiero autoriale, quella carica di indignazione e quell’analisi articolata e compiuta che avrebbe indotto lo spettatore a discutere, interrogare e interrogarsi, una volta abbandonata la sala. Il  “fare politica” col mezzo cinematografico non è, nel caso di Faenza,  approccio intellettuale, né proposta linguistica più popolare, ma un ibrido poco incisivo e superficiale. Limiti questi riscontrabili sia nella sceneggiatura, sia nella regia. Confezionato come un prodotto televisivo, tanto da sembrare uno sceneggiato sull''ottocento' di Raiuno (in tal senso anche la "scelta" degli attori non aiuta), “I vicerè” non è un film del tutto banale, ma neppure capace di  volare alto con i suoi modesti dialoghi  e rappresentazione scenografica dell’epoca, dove l’ancora del piccolo schermo sembra impedire ogni maggior ambizione e tensione creativa. Non noioso, ma neanche particolarmente interessante con personaggi che nón sono macchiette, ma neppure particolarmente caratterizzati né approfonditi: su tutti proprio il protagonista, quello che piú di ogni altro dovrebbe trainare la storia. Le idee di progresso che gli vengono contestate non risulteranno mai chiare allo spettatore. Ne esce un film appena sufficiente, che avrebbe potuto sfruttare meglio le potenzialità del testo letterario a cui si ispira.

pubblicata qui: http://www.cinemaplus.it/leggi-recensione.asp?id=2475


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 20:16
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giovedì, 11 ottobre 2007

Ogni epoca ha la propria invasione invisibile.

Nel ‘56 il primo: il capolavoro di Don Siegel col nome di L’invasione degli ultracorpi,  tratto dall’omonimo (nella versione originale) romanzo di un anno prima di Jack Finney: il controllo alieno come quel pericolo rosso che rendeva fredda la guerra (con un finale ottimista che il regista non approvò mai). Nel 78’ il primo remake dal titolo “Terrore dallo spazio profondo” tanti effetti speciali, ma poco contenuto, se non qualche accenno al conflitto vietnamita. Nel 93’ fu la volta del maestro della trasgressione Abel Ferrara: “L’invasione continua”, caratterizzato da quella che Morandini descrisse come “un'angoscia esistenziale e di una paranoia sociopolitica”. Al quarto tentativo, ad entrare in gioco sono le guerre di oggi e la paura diffusa: l’ Afghanistan,l’ Iraq e, molto più profondo, il pregiudizio.

Le premesse erano quelle di un prodotto più legato all’originale di Don Siegel che ai successivi remake. Alla guida del progetto era stato chiamato infatti quell’Oliver Hirschbiegel,al suo debutto a stelle e strisce dopo il successo ottenuto con La caduta, gli ultimi giorni di Hitler. Erano previsti effetti speciali, ma l’idea era quella di un film abbastanza intimista, che puntasse più sul significato che sull’apparenza. La scelta di Hirschbiegel era, infatti, in tal senso emblematica. Peccato però che quanto realizzato dal regista tedesco non sia piaciuto alla produzione, la Warner che, intenzionata a far uscire il film nell’estate del 2006, voleva un blokbuster più adatto alla massa. Serviva rimontare il film e aggiungere nuove scene, ma Hirschbiegel, vuoi perché aveva davvero preso altri impegni nel frattempo (versione ufficiale, ma impensabile visto che questo è per lui l’esordio a Hollywood), vuoi perché non se la sentiva di ritoccare secondo logiche di marketing, il proprio film (versione plausibile), non si è ripresentato. Sono stati contattai così i fratelli Wachowski che a loro volta, causa impegni già presi (anche loro!)  hanno passato il tutto al figlioccio John McTiegue, al quale avevano scritto già la sceneggiatura di V per Vendetta. Nicole Kidman e Daniel Craig sono stati richiamati sul set, alcune (molti dicono parecchie) sequenze sono state rigirate ed è stato rifatto il montaggio. In mezzo: un incidente automobilistico durante le riprese aggiunte che ne ha ritardato ulteriormente la conclusione e l’ennesimo cambio del titolo (era partito tutto come The invasion, poi Hirschbiegel disse che non essendo un remake il titolo sarebbe stato The visiting. Alla fine la Warner però ha fatto come gli pareva e ha rimesso The invasion). Insomma, la storia realizzativa di questo Invasion, è già di per sé una storia.

L’esito comunque sia non è così pasticciato come potrebbe indurvi a pensare quanto appena raccontato. Non c’è paragone con l’originale di Siegel (che ancora oggi riesce ad essere anche il più valido, sia per suspance che per sottotesto politico), ma come film di puro enterteinment si segue abbastanza fluidamente. Il filo narrativo ricorda un po’ un altro remake, quel La guerra dei mondi di Steven Spielberg: quando il pianeta è sotto attacco extraterrestre, si va (giustamente, chi lo nega!) a cercare il figlio  dato proprio quel weekend in affidamento all’ex coniuge. Per quanto la sceneggiatura indugi troppo sulle fasi della sceneggiatura rendendo esplicito anche l’intuibile, e quindi smorzando di molto la suspance, la geniale trovata del “Mio padre non sembra mio padre, mia madre non sembra mia madre” continua a suggestionare. Non c’è niente di più terrorizzante che vedere in chi consociamo un mutamento radicale e verso il “male”. Sprecato comunque è l’occasione di attualizzare il tutto: la riflessione che sembra portare avanti il film è che la guerra (quella vera, non del film) sia un male necessario, legata imprescindibilmente alla possibilità del libro arbitrio per l’uomo. Messaggio ipernazionalista? Rimaniamo col dubbio. Certo è che l’unica trasgressione ad una delle regole fondamentali di Hollywood, e cioè non far vedere un bambino picchiato da un adulto, è mitigata da abili accorgimenti: il pupo è orientale, è antipaticamente vestito come un grande e, comunque sia, la mamma adottiva vuole più bene al fratellino biondo col baschetto. Evvai.

pubblicata su: www.cinemaplus.it


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 12:15
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lunedì, 24 settembre 2007

Il fatto che ci sia anche la firma di Alexander Payne sulla sceneggiatura di questo film era in qualche modo una garanzia. Non che le aspettative siano mai troppo alte per commedie che si presntatno analogamente, soprattutto quando a dirigerle e quel Dennis Dugan che puntuale come un orologio non fa mai nulla di particolarmente bello, ma neanche di brutto. Un professionista delle commedie da leggera insufficienza in (non troppo) sú. Grande amicone di Adam Sandler (da un Tipo imprevedibile a Big Daddy, più alcuni progetti di produzione e sceneggiatura), stavolta realizza un film che ha il maggior merito nel saper far ridere. Non ridere da star male, mai nulla di eccezionale, spesso anzi battute a sè stanti che sembrano per certi versi anche sprecate (in mani diverse magari avrebbero avuto un effetto ancor maggiore), ma comunque piacevoli. L'aspetto sociologico, la paritá di diritti gay-etero é gestita all'acqua di rose, senza né convinzione (anche se si cerca in tutti i modi, vedasi inquadratura finale sul confine USA-Canada) né vera partecipazione, tanté che tutti i veri del film alla fine sono macchiette (dal postino al collega vigile del fuoco passando per il fratello della bellissima Jessica Biel). Passaggi narraitivi scontati, ma senza mai arrivare al banale. Ci si diverte a tratti, a singhiozzo, ma l'ora e quarantacinque passa senza problemi. I vecchi Farrelly da questo soggetto avrebebro fatto un film eccezionale (dove siete finiti?davvero siete quelli di Lo spaccacuroi?Tornate!!!!!)ps: aspetto ancora un film in cui i gay vengano descritti come tutti gli altri e cioé anche stronzi, egoisti, cattivi. Questa sí che sarebber paritá!


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 10:19
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lunedì, 24 settembre 2007

Melodramma non indigesto, ma davvero medio, sospeso tra il desiderio di essere epico e commovente, e l'incapacitá di realizzare il tutto con idee adeguate. Per diventare emozionante, per preparare il (buon finale) costruisce una strutturá narrativa piú volte didascalica e sostanzialmente inutile, la doppia visione degli eventi, seppur possa essere giustificata dal dualismo veritá/percezione, spesso e volentieri non aggiunge nulla, ma ripete situazioni che una sola inquadratura avrebbe lasciato capire. Se il punto di vista é quello della ragazzina, sempre da lí bisogna partire, e per far capire che lei ha capito e interpretato male non c'é bisogno di farci rivedere tutta la scena. Un espediente utilizzato cos´tante volte che stanca presto.  Nel tentativo di essere un "grande" film sulla guerra, ostenta per creare orrore (il cervello del tizio moribondo: a che pro?) e costruisce un lunghissimo piano sequenza, bello tecnicamente, ma cui manca il lirismo, la profonditá, il pathos, per rappresentare le sooferenze di un conflitto. Rimane un vezzo artistico fine a sé stesso. Col finale si risale un po', brava la Redgrave e gli altri attori, ma per il resto siamo dalle parti dell'occasione sprecata (l'idea/romanzo infatti non erano affatto male).


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 09:54
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lunedì, 13 agosto 2007

Intervistato qualche giorno fa dal Corriere della Sera in occasione dell'annuncio che sarà lui ad occuparsi dell'organizzazione della cerimonia d'apertura dei giochi olimpici di Pechino 2008, Zhang Ymou ha rivelato di aver realizzato La citrtà proibita per una semplice ragione commerciale: visto che in Cina ci sono sempre più pop-corn movie statunitensi che la gente va a vedere, ha sentito il bisogno di fare qualcosa di analogo, ma cinese, che gareggiasse con loro. Insomma, la Cina si è messa a copiare anche lo spirito dei blockbusters. Non che La città proibita sia il primo episodio nato da questo "approccio", tanti film analoghi sono già stati fattti, ma quando a dirlo e a farlo lo dice un personaggio come Yimou che per trentanni ha cercato di parlare del proprio Paese in senso critico, denunciando più volte, con abilità, le assenze di libertà d'espressione e di diritti civili e della repressione in generale, allora dispiace un poco. Perchè la Cina ora sarà meglio di un tempo, ma si sarebbe potuto pensare che uno dei più grandi epsonenti della Quinta generazione, dicesse e facesse un film così avaro di contenuti. Una tragedia alla Shakespeare che nonostante i tanti uccisi, non appassiona, nè sembra particolarmente ispirata a quei due unici temi, il potere e la famiglia, che si potrebbe, grosso modo, andare a cercare nella storia. Gli intrighi di palazzo finiscono per diventare intrecci da soap-opera, con i soliti costumi e scenografie sfarzosi (nonchè fotografia che cerca di farli risaltare il più possibile) già visti tante volte e non più capaci di distrarre lo spettatore da tutto il resto.Se le tradizioni cinesi vengono un poco messe alla berlina, ciò non pare una riflessione che va' al di là della semplice esigenza di sceneggiatura Capisco perchè è uscito d'estate, e non, come Yimou normalmente si meriterebbe, nel resto della stagione.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 08:29
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venerdì, 22 giugno 2007

Barry Levinson è un autore davvero particolare, non riesco a capire se faccia il furbo o se davvero creda in quel che porta sullo schermo senza però accompagnarlo da uno spiccato talento. I suoi sono film sempre sopra le righe, o intelligenti e gradevoli o così brutti da far pensare di non averli capiti. Nasce come sceneggiatore (con L'ultima follia di Mel Brooks) poi sempre in tale veste firma un film come Tootsie, passa anche alla regia e tira fuori film belli come Il migliore, Rain-man (Oscar miglior film), Goodmorning Vietnam,  Tin man, Bugsy e anche il controverso Sleepers (sulla cui bontà comunque ho ora qualceh dubbio, dovrei rivederelo), ma anche film "sospesi", spesso incomprensibili o comunque non portati fino in fondo. Parlo di Toys, L'invidia del migliore amico (così brutto che son sicuro di non averlo capito) e Sfera. Insomma è davvero un autore strano. Questo suo terzo film con Robin Williams (dopo Toys e Good Moring Vietnam) ha le sue radici in quel Sesso e Potere in cui immaginava (prima dello scandalo Clinton-Lewinski) un finto attacco degli USA all'Albania per distrarre la popolazione da uno scandalo sessuale che coinvolegava il Presidente. Satira verso il sisterma politica che si ripresenta qui. Il film parte subito forte andnado dritto al sodo. il comicoDobbs si ritrova a candidanrsi quasi per scherzo alla Casa Bianca come indipendente. Campagna elettorale, dibattiti alla tv, consigli degli amici e soddisfazione per una vittoria insperata. Il terreno è fertile per battute al vetriolo su Conservatori e Democratici, un paio di queste sono direttamente per Bush così come l'idea che il sistema computerizzato per il calcolo dei voti non funzioni bene. Un bel "centro" per un film, peccato che per rimanere credibile almeno un poco e fare la morale precisa che porta anche ad un finale conclusivo, Levinson porti avanti in parallelo anche una storia thriller sull'unica donna che abbia scoperto il bug del sistema elettronico e non riesca a denunciare il tutto. Una storia che prende ben presto il sopravvento sulla satira del personaggio di Williams dilapidando le buone intenzioni del tutto. Oltretutto ocme trhiller il film non funziona affatto: troppo stupidi e incapaci sembrano i cattivi e troppo per le lunghe vengono tirate le svolte narrative. Peccato, Peccato davvero. Con più coraggio in fase di scrittura e cioè fregandosene di srcivere una storia lineare, sarebbe stato davvero un buon film: così rimane un altro film "sospeso" di Levinson.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 12:06
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domenica, 01 aprile 2007

Realizzare un film biografico su una persona tuttora in vita e ancora relativamente giovane (è del '60) non è impresa semplice. Di certo non è necessaria, ma una volta deciso che va fatta, e che c'è un pubblico che la andrebbe a vedere, trovare le migliori soluzioni possibili per raccontarla diventa un bel nocciolo. Perchè non tutti i fili si sono chiusi e proprio mentre il film esce nelle sale, Maradona è tornato di corsa in ospedale per abuso di alcool e cibo. Per fare un film che tenga assieme tutti i pezzi di una vita privata serve una tesi, e una tesi con così tanti punti ancora interrogativi non è smeplice da trovare visto che il pubblico ne sa tanto quanto i realizzatori riguardo il personaggio. Risi e i suoi sceneggiatori spagnoli (il film è una coproduzione italo-spagnola) decide di mantenere fisso l'amore per il pallone che ha Diego. E così il lungo flashback (o forward visto che in verità si inizia con qulelo) di lui nel pozzo serve da nastro: raccoglie inizio e fine stringendo tutto qulello che c'è in mezzo. L'amore, la droga, la camorra, il successo al mondiale e quello col Napoli, il ritorno a Usa94, l'arresto per possesso di stupefacenti, il lardo e i vari ricoveri ospedalieri. Tanta roba messa al fuoco che va narrata perchè non può essere omessa da un film biografico, ma che non sempre lega o comunque non sempre lascia emergere quell'amore per il pallone nonostante tutto e tutti che dovrebbe riunire il puzzle e dimostrare l'esigenza di un film di fiction piuttosto che di un documentario. Anche perchè le immagini più belle sono quelle di repertorio: i veri goal di Maradona. Leonardi che lo interpreta e tanto bravo e verosimile quanto inascoltabile con la sua vocetta. Risi se la cava decentemnete, uscendo dai canoni di una regia televisiva (le prime scene sono le migliori), ma senza osare troppo e dare un tocco più autoriale e marcato alla narrazione. Film come Ray o Walk the line, analoghi per somme linee, sono di un altro pianeta. Non è un film pessimo, ma di certo non riuscito (oltrettutto degli scudetti del Napoli non si fa quasi accenno): ok era un film difficile da fare, ma mica è colpa mia!


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 16:56
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sabato, 31 marzo 2007

Non sono uno storico, ma un minimo di cultura e interesse per la Storia ce l'ho. Oltretutto a fine proiezione ho chiesto tre cose a Petrus , che sul genocidio turco sugli armeni sta ultimando la tesi di laurea, per avere un po' più chiaro sia se l'effettive cause emerse nel film fossero le uniche ad averlo generato (rispondendomi che no) che sul quanto fosse nascosta questa vicenda agli occhi e ai libri di quasi tutti gli europei (rispondemi: troppo nascosta) più un'altra (ti è piaciuto?mmm, purchè se ne parli mi va bene). Ed infatti è questo che mi vieta di parlare davvero male di questo film: bene o male parla di un evento storico così importante, delicato e celato che "purchè se ne parli". Trattasi infatti, e purtroppo, di un film televisivo (era nato per questo inizialmente) non solo a livello di riprese (da fiction), ma anche di montaggio (al cinema sarà stato ridotto ampiamente rispetto alla sceneggiatura complessiva). Tante cose vengono giusto abbozzate (il personaggio di Preziosi su tutti), la drammaticità della Storia non trapassa lo schermo, le situazioni appaiono spesso casuali e il budegte non enorme fa spesso apparire il tutto una rappresentazione teatrale. Il richiamo del titolo (che è tratto dall'omonimo libro di Atonia Arslan) è con il famoso Giardino dei Finzi Contini di Bassani. Un luogo in teoria fuori dal mondo che viene alla fine inglobato nelle storia del "razzismo". Purtroppo non lo consiglierei per una visione da cinema, ma con la Turchia alle porte dell'Unione europea nonostante sia indeitro con i diritti civili, questo film risulta comunque importante. A Berlino dove è stato presentato è stato applaudito dai tedeschi e non entusiasmato affatto i più esigenti francesi. Cast composito, vittima della cooproduzione, che ha una brava paz vega e dei bravissimi attori di contorno.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 08:44
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sabato, 31 marzo 2007

L'idea di una Hollywood sommersa, sporca, sembra proprio provenire da un film di Ellroy (L.A. Confidential, Black Dalhia). E anche il cast non è affatto male. Adrian Brody, Diane Lane (invecchiata un po' di più dal trucco, ma sempre affascinante), Bob Hoskins e Ben Affleck (che con questo film ha rubato la Coppa Volpi a Venezia: bravo, ma al Lido c'era di molto meglio). Insomma le premesse per un bel noir c'erano tutte. E per un bel po' che il film procede, sembra che tutto vada per il meglio: c'è il trhilling, c'è la vita parallela di Brody e Affleck entrambi insoddisfatti della propria vita, c'è una madre un po' strana e il giusto senso di oppressione (tanti interni, edifici fatiscenti, fumo, scelte non proprie che però vanno prese pur di sopravvivere), che lo tengono pioù che a galla. Peccato che dopo un'oretta e mezza il gioco ocmincia a vacilalare. Le tante possibili soluzioni (presentate alla CSI) sembrano buttate lì per riempire il tempo(su tutte quella legata all'Hoskins presunto colpevole di cui non si capisce nulla e vien tirata fuori e risommersa in 3 scene), i personaggi non hanno più nulla da offrire e non si capisce bene dove si voglia andare a parare. Se il film voleva essere un piccolo pamphlet sul come Hollywood sotterri i propri segreti affinchè alla fine mai nessuno sappia di nulla, beh per una maggior efficace una buona mezz'ora era tagliabile. Il continuo vagare di Brody detective non è neanche accompagnato da una reale crescita personale, insomma la sua indagine non è neanche un pretesto per lui di crescere. Si è decadente come la Hollywood che conosce, però lo è fin dall'inizio, il seguirlo non mette in luce nulla di nuovo. Non si capisce bene dove si voglia andare a parare e così motlo del buono di prima viene dilapidato. Peccato, perchè è un film interessante sotto più strati: per lo spettatore amante di trhiller e per il cinefilo sempre curioso di Hollywood (il nome Hollywoodland era la vecchia scritta che capeggiava a Los Angeles, oltretutto di un negozio di mobili mi pare) .Occasione sostanzialmente mancata per l'esordio del regista di serie tv (Soprano) Allen Coluter. ps. Da notare l'assonanza di nomi tra il personaggio di Affleck che interpreta nella serie tv Superman (George Reeves) e il vero Superman cinematografico Cristopher Reeve.La cosa strana è che una storia vera. pps:Più volte ho pensato che avrebber ucciso il personaggio di Affleck perchè non la finiva più di cantare.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:47
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giovedì, 29 marzo 2007

“Creatore di sogni” dice la didascalia del titolo del film dedicato a Frank Gehry, uno dei più importanti architetti contemporanei, autore di opere che hanno innovato profondamente un campo molto conservatore come quello dell’architettura. Sue opere sono sia il Museo Guggenheim di Bilbao e che il suo rifacimento nella sede di New York, nonché, andando a ritroso nel tempo e citando solo le più celebri: il Museo d’arte dell’università di Toledo, la Walt Disney Concert Hall di Los Angeles e il ristorante Fishdance di Kobe.
Partendo dalle interviste degli addetti ai settori, tutti concordi nell’affermare la grandezza di quest’artista dallo stile inconfondibile, Sidney Pollack mette in risalto tutti gli aspetti di Frank Gehry: l’infanzia, gli esordi, la famiglia, il modus operandi, il rapporto con le proprie opere e i pensieri che lo spingono ad andare avanti. Ne esce un film riuscito a metà. Chiara e innegabile emerge la grandezza del personaggio, ma il tono è più quello dell’omaggio che dell’approccio critico.Per un documentario finalizzato al grande schermo, la differenza è sostanziale.
Sidney Pollack, alla sua prima esperienza con un film del genere, si limita a registrare i commenti degli intervistati e a raccogliere i pensieri di Gehry senza filtrare o mettere in relazione un uomo che sta “rivoluzionando” un settore molto conservatore come l’architettura, con l’ambiente di oggi o con la Storia stessa. A mancare non è il commento negativo sull’architetto (che infatti viene inserito, anche se con molti distinguo), quanto il desiderio di costruire con i commenti degli intervistati e le tante opere da lui progettate qualcosa che vada al di là della semplice apologia. A parziale giustificazione di Pollack l’amicizia che lo lega da anni allo stesso Gehry che infatti lo ha scelto come regista di