Prima di Cate Blanchett e dei suoi due capitoli su Elizabeth, c’era sua zia Maria Bolena, sua madre Anna e suo padre Enrico VIII. Tre personaggi che hanno cambiato la storia della civiltà occidentale con la nascita di quella Chiesa anglicana che ancora oggi dimostra come la Gran Bretagna meriti da sempre un discorso a parte quando si parla di Europa unita (nella moneta come nei valori). Le ripercussioni politiche e sociali di quello scisma sono infinite se si pensa che la stessa colonizzazione degli Stati Uniti ne fu grandemente influenzata, capirne le ragioni e i pensieri che portarono a sancirlo sono invece uno di quegli enigmi su cui da sempre gli storici hanno piacere di indagare.
La tesi che viene portata avanti in “L’altra donna del re”, esordio cinematografico del fino adesso regista televisivo Justin Chadwick, è quella del semplice impulso amoroso. Enrico VIII non poteva possedere carnalmente Anna Bolena perché lei prima di concedersi voleva esser fatta Regina. Sulle spalle di quella che tuttora è ricordata come la seconda moglie più famosa della storia dell’uomo, pesava infatti l’esperienza vissuta con la sorella Maria, sedotta e abbandonata dal principe inglese dopo aver messo al mondo un agognato figlio maschio.
Un triangolo amoroso che si confrontò con i vincoli della vita di corte, ma che sostanzialmente sminuisce la portata storica della decisione e tralascia le tante altre ragioni di convenienza politica che la causarono. Facendo del castello quasi una casa di appuntamenti nella quale in Re passa le sue giornate amministrando l’ordine delle proprie amanti anziché quello (magari altrettanto futile, ma sicuramente obbligatorio) degli accordi diplomatici e dei provvedimenti di politica interna, “L’altra donna del re” diventa soprattutto un piccolo pamphlet sul maschilismo imperante del passato e sull’ingenuità delle donne. Molto viene semplificato e quel rapporto tra le due sorelle Bolena, che a questo punto dovrebbe essere la vera ragione del racconto almeno da un punto di vista drammaturgico, vive di poche scene che non ne sottolineano con particolare incisività né il tormento né l’affetto. La regia di Chadwick risulta piuttosto anonima e anche quel voler far partire, all’inizio di ogni scena, il movimento di macchina da dietro o una porta o una ringhiera o spigolo, per ricordare che si sta spiando dentro le vite private dei protagonisti, diventa presto uno schematismo dall’effetto inutile.
Bravo invece l’intero cast. Mettere di fronte due attrici come Scarlett Johansson e Natalie Portman è sicuramente motivo di appeal per gli spettatori, soprattutto per quello giovanile affascinato dalla loro bellezza acqua e sapone. Le loro capacità interpretative non tradiscono le aspettative e volendo metterle in duello, la Portman vince sulla Johansson per carisma e fascino (magari però è il ruolo).
Davvero curati anche i costumi. In definitiva un film interessante per chi non conoscesse affatto una storia che è quasi una leggenda e per chi volesse vedere una di fronte all’altra le due attrici sopra citate, ma piuttosto anonimo nella comunicazione di emozioni.
La frase: "(Enrico VIII a Anna Bolena): "Ho lacerato questo Paese in due per te"".
pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/theotherboleyngirl.htm
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Dopo il bel "36 Quai des Orfèvres", il regista francese Olivier Marchal ritorna a calcare quelle atmosfere cupe e maledette che contraddistinguono la sua visione della polizia e criminalità (lui stesso è stato un "flic" prima di lanciarsi sul grande schermo), con un film ancor più tragico e cupo, il terzo di una trilogia sul tema, iniziata con "Gangsters". Non più Parigi, ma Marsiglia. Non più un buono (anche se il Leo Vrinks di "36" così buono non era) ed un cattivo, ma solo un tormentato ex-buono interpretato dal fido Daniel Auteuil.
Calcetto: per numero di tornei organizzati siamo il primo Paese al mondo, per giocatori il secondo, ma giusto perché in Brasile è arrivato prima e ha anche una popolazione ben maggiore della nostra. Insomma per molti di noi italiani, quel circa 40x20 di metri di erba sintetica è un punto di ritrovo abbastanza comune, un’occasione per divertirsi e vedere il solito gruppo di amici. Così accade anche per i protagonisti del nuovo film di Luca Lucini: cinque uomini di diversa età che almeno una volta a settimana si incontrano per il torneo di un’imprecisata cittadina del nord.
Sergio Rubini chiama a raccolta un altro suo conterraneo, il pugliese Riccardo Scamarcio, per un film ben fuori dalle sue corde, un thriller. Che Rubini sia coraggioso è indubbio, in Italia i tentativi che vanno fuori da quelli che ormai sono i generi italiani che tirano il botteghino (dalla commedia giovanilistica al cinepanettone, passando, ma tra alti e bassi, per i drammi familiari) sono pochi e spesso realizzati con una tale esiguità di budget che anche la migliore delle idee finisce per perdere molto del proprio potenziale, ma purtroppo anche la sua ciambella non esce con il buco.
Sulla scia del successo ottenuto con la riproposizione in dvd di film degli anni 80’ all’epoca reputati di serie B nonostante le sale piene, da qualche anno i produttori italiani ne stanno producendo i relativi sequel o remake nella speranza di cavalcare l’onda. Logico quindi che dopo il ritorno di Er monnezza, del Diego Abatantuono eccezziunale veramente e delle mandrakate di Gigi Proietti non si potesse continuare questo trend senza ritirare fuori dal cassetto uno dei personaggi d’allora più citati ancora oggi dalla gente comune: Oronzo Canà.
La distruzione del mito di un'icona degli anni 60' (in verità solo del 65') e cioè Edie Sedgwick, ma ancora più la distruzione (di riflesso) di un mito tuttora citato e presente: Andy Warhol. Guy Pierce lo tratteggia perfettamentre in tutti i suoi tic e atteggiamenti con, inoltre, un mento rifatto (al trucco)ad hoc, mentre la sceneggiatura lo rende un vero e proprio "mostro". Un uomo che sarà sì, già autoditruttivo per sua stessa ammissione (ed è proprio questo uno degli aspetti più caratterizzanti del suo essere autore), ma che al contempo rovina chi gli sta intorno. Quel che emerge da "Factory girl" è il quadro di un movimento superficiale e vuoto: non c'è genio riconosciuto ai personaggi, della stessa Sedgwick che fu icona, non se ne percepisce l'influenza che ebbe sull'epoca, ma se ne sente solo parlare. Allo stesso tempo anche Bob Dylan (che presumo non abbia dato l'autorizzazione all'utilizzo del suo nome nel film. Tra questo e I'm not there, due film in cui è presente come figura, ma non con nome e cognome) è utile agli autori per minimizzare la pop-art di Warhol, ma al contempo viene descritto come un uomo grosso modo pieno di sé e ricco di contraddizione. Molti spunti che Factory girl lancia senza però investirci troppo tempo, lasciando troppo all'interpretazione, quasi che il vuoto dei perosnaggi sia rappresentabile solo da un quasi vuoto di prospettiva da parte degli autori. Il personaggio di Sienna Miller sarà anche un espediente per parlare del resto, ma quel resto non è abbastanza articolato perchè questo meccanismo riusulti particolarmente interessante. A livello di regia Hickenloper cerca una via di mezzo tra il rifacimento dello stile di ripresa (squallido) dello stesso Warhol regista, alternandosi con il rimando al servizio documentaristico (con camera a mano e focus sgranato), ma senza crederci troppo.Così così.
Nel suo essere così smaccatamente pasticciato, ma al contempo ambizioso e leggero, un po' questo film mi è piaciuto. Film che parla di cinema italiano, tra omaggi, contraddizioni, voglia di fare, ma mancanza di idee. Un Abatantuono che dice: "In Italia il cinema va male perchè nessuno vuol fare quello che sa fare" e che appositamente interpreta un regista, mentre Calopresti fa il regista. Omaggi sparsi a Fellini, Ferreri e tanti altri del nostro "glorioso" passato (ma il presente a noi ci fa sempre schifo?). Emblematici ragazzi che non sanno cosa fare e credono ad un riscatto delle loro vite paesaneattraverso una telecamera che prima di tutto cerca una storia. Depardieu che muore davanti ad un sempre più morbosamente cronachistico Bruno Vespa. Ricodi autobiografici dello stesso Calopresti. Tanti spunti e quantomeno simpatici per cercare di fare una morale vittima però di luoghi comuni e comunque presuntuosa. Le interpretazioni sono volutamente così mediocri?Bah.Nonostante tutto, è interessante.
Preceduto dalle polemiche del regista Roberto Faenza che (sembra) lo volesse non solo selezionato alla Festa del cinema di Roma, ma anche come film di apertura, “I vicerè” inizia a catturare l’attenzione dell’ambiente intellettuale italiano fin da quando ne fu annunciata la realizzazione. L’omonimo libro da ui il film è tratto, scritto nel 1984 da Federico DeRoberto, è stato infatti per anni snobbato dal consenso popolare, soprattutto a causa della stroncatura ricevuta all’epoca da Benedetto Croce che lo trovò inutile, soprattutto se paragonato a “Il gattopardo” e ai lavori di Verga e Capuana. Prima di Faenza, già Rossellini provò, senza successo, a portare sul grande schermo quest'opera seconda di una trilogia dedicata alla famiglia nobile Uzeda, frutto della fantasia dello scrittore, i cui altri due capitoli sono “L’illusione” e “L’imperio”. La causa del fallimento di tale progetto va ricercata nella forte connotazione politica, ancora attuale, della storia narrata, che per anni ha spaventato i produttori a finanziarla: le vicende di una dinastia aristocratica catanese, dal tempo degli ultimi Borboni alla fine del del 19° secolo, con una postilla (ma questa è un’aggiunta del film) sul post-grande guerra. Personaggi ed eventi che richiamano non solo 
Il fatto che ci sia anche la firma di Alexander Payne sulla sceneggiatura di questo film era in qualche modo una garanzia. Non che le aspettative siano mai troppo alte per commedie che si presntatno analogamente, soprattutto quando a dirigerle e quel Dennis Dugan che puntuale come un orologio non fa mai nulla di particolarmente bello, ma neanche di brutto. Un professionista delle commedie da leggera insufficienza in (non troppo) sú. Grande amicone di Adam Sandler (da un Tipo imprevedibile a Big Daddy, più alcuni progetti di produzione e sceneggiatura), stavolta realizza un film che ha il maggior merito nel saper far ridere. Non ridere da star male, mai nulla di eccezionale, spesso anzi battute a sè stanti che sembrano per certi versi anche sprecate (in mani diverse magari avrebbero avuto un effetto ancor maggiore), ma comunque piacevoli. L'aspetto sociologico, la paritá di diritti gay-etero é gestita all'acqua di rose, senza né convinzione (anche se si cerca in tutti i modi, vedasi inquadratura finale sul confine USA-Canada) né vera partecipazione, tanté che tutti i veri del film alla fine sono macchiette (dal postino al collega vigile del fuoco passando per il fratello della bellissima Jessica Biel). Passaggi narraitivi scontati, ma senza mai arrivare al banale. Ci si diverte a tratti, a singhiozzo, ma l'ora e quarantacinque passa senza problemi. I vecchi Farrelly da questo soggetto avrebebro fatto un film eccezionale (dove siete finiti?davvero siete quelli di Lo spaccacuroi?Tornate!!!!!)ps: aspetto ancora un film in cui i gay vengano descritti come tutti gli altri e cioé anche stronzi, egoisti, cattivi. Questa sí che sarebber paritá!
Melodramma non indigesto, ma davvero medio, sospeso tra il desiderio di essere epico e commovente, e l'incapacitá di realizzare il tutto con idee adeguate. Per diventare emozionante, per preparare il (buon finale) costruisce una strutturá narrativa piú volte didascalica e sostanzialmente inutile, la doppia visione degli eventi, seppur possa essere giustificata dal dualismo veritá/percezione, spesso e volentieri non aggiunge nulla, ma ripete situazioni che una sola inquadratura avrebbe lasciato capire. Se il punto di vista é quello della ragazzina, sempre da lí bisogna partire, e per far capire che lei ha capito e interpretato male non c'é bisogno di farci rivedere tutta la scena. Un espediente utilizzato cos´tante volte che stanca presto. Nel tentativo di essere un "grande" film sulla guerra, ostenta per creare orrore (il cervello del tizio moribondo: a che pro?) e costruisce un lunghissimo piano sequenza, bello tecnicamente, ma cui manca il lirismo, la profonditá, il pathos, per rappresentare le sooferenze di un conflitto. Rimane un vezzo artistico fine a sé stesso. Col finale si risale un po', brava la Redgrave e gli altri attori, ma per il resto siamo dalle parti dell'occasione sprecata (l'idea/romanzo infatti non erano affatto male).
Barry Levinson è un autore davvero particolare, non riesco a capire se faccia il furbo o se davvero creda in quel che porta sullo schermo senza però accompagnarlo da uno spiccato talento. I suoi sono film sempre sopra le righe, o intelligenti e gradevoli o così brutti da far pensare di non averli capiti. Nasce come sceneggiatore (con L'ultima follia di Mel Brooks) poi sempre in tale veste firma un film come Tootsie, passa anche alla regia e tira fuori film belli come Il migliore, Rain-man (Oscar miglior film), Goodmorning Vietnam, Tin man, Bugsy e anche il controverso Sleepers (sulla cui bontà comunque ho ora qualceh dubbio, dovrei rivederelo), ma anche film "sospesi", spesso incomprensibili o comunque non portati fino in fondo. Parlo di Toys, L'invidia del migliore amico (così brutto che son sicuro di non averlo capito) e Sfera. Insomma è davvero un autore strano. Questo suo terzo film con Robin Williams (dopo Toys e Good Moring Vietnam) ha le sue radici in quel Sesso e Potere in cui immaginava (prima dello scandalo Clinton-Lewinski) un finto attacco degli USA all'Albania per distrarre la popolazione da uno scandalo sessuale che coinvolegava il Presidente. Satira verso il sisterma politica che si ripresenta qui. Il film parte subito forte andnado dritto al sodo. il comicoDobbs si ritrova a candidanrsi quasi per scherzo alla Casa Bianca come indipendente. Campagna elettorale, dibattiti alla tv, consigli degli amici e soddisfazione per una vittoria insperata. Il terreno è fertile per battute al vetriolo su Conservatori e Democratici, un paio di queste sono direttamente per Bush così come l'idea che il sistema computerizzato per il calcolo dei voti non funzioni bene. Un bel "centro" per un film, peccato che per rimanere credibile almeno un poco e fare la morale precisa che porta anche ad un finale conclusivo, Levinson porti avanti in parallelo anche una storia thriller sull'unica donna che abbia scoperto il bug del sistema elettronico e non riesca a denunciare il tutto. Una storia che prende ben presto il sopravvento sulla satira del personaggio di Williams dilapidando le buone intenzioni del tutto. Oltretutto ocme trhiller il film non funziona affatto: troppo stupidi e incapaci sembrano i cattivi e troppo per le lunghe vengono tirate le svolte narrative. Peccato, Peccato davvero. Con più coraggio in fase di scrittura e cioè fregandosene di srcivere una storia lineare, sarebbe stato davvero un buon film: così rimane un altro film "sospeso" di Levinson.
Realizzare un film biografico su una persona tuttora in vita e ancora relativamente giovane (è del '60) non è impresa semplice. Di certo non è necessaria, ma una volta deciso che va fatta, e che c'è un pubblico che la andrebbe a vedere, trovare le migliori soluzioni possibili per raccontarla diventa un bel nocciolo. Perchè non tutti i fili si sono chiusi e proprio mentre il film esce nelle sale, Maradona è tornato di corsa in ospedale per abuso di alcool e cibo. Per fare un film che tenga assieme tutti i pezzi di una vita privata serve una tesi, e una tesi con così tanti punti ancora interrogativi non è smeplice da trovare visto che il pubblico ne sa tanto quanto i realizzatori riguardo il personaggio. Risi e i suoi sceneggiatori spagnoli (il film è una coproduzione italo-spagnola) decide di mantenere fisso l'amore per il pallone che ha Diego. E così il lungo flashback (o forward visto che in verità si inizia con qulelo) di lui nel pozzo serve da nastro: raccoglie inizio e fine stringendo tutto qulello che c'è in mezzo. L'amore, la droga, la camorra, il successo al mondiale e quello col Napoli, il ritorno a Usa94, l'arresto per possesso di stupefacenti, il lardo e i vari ricoveri ospedalieri. Tanta roba messa al fuoco che va narrata perchè non può essere omessa da un film biografico, ma che non sempre lega o comunque non sempre lascia emergere quell'amore per il pallone nonostante tutto e tutti che dovrebbe riunire il puzzle e dimostrare l'esigenza di un film di fiction piuttosto che di un documentario. Anche perchè le immagini più belle sono quelle di repertorio: i veri goal di Maradona. Leonardi che lo interpreta e tanto bravo e verosimile quanto inascoltabile con la sua vocetta. Risi se la cava decentemnete, uscendo dai canoni di una regia televisiva (le prime scene sono le migliori), ma senza osare troppo e dare un tocco più autoriale e marcato alla narrazione. Film come Ray o Walk the line, analoghi per somme linee, sono di un altro pianeta. Non è un film pessimo, ma di certo non riuscito (oltrettutto degli scudetti del Napoli non si fa quasi accenno): ok era un film difficile da fare, ma mica è colpa mia!
L'idea di una Hollywood sommersa, sporca, sembra proprio provenire da un film di Ellroy (L.A. Confidential, Black Dalhia). E anche il cast non è affatto male. Adrian Brody, Diane Lane (invecchiata un po' di più dal trucco, ma sempre affascinante), Bob Hoskins e Ben Affleck (che con questo film ha rubato la Coppa Volpi a Venezia: bravo, ma al Lido c'era di molto meglio). Insomma le premesse per un bel noir c'erano tutte. E per un bel po' che il film procede, sembra che tutto vada per il meglio: c'è il trhilling, c'è la vita parallela di Brody e Affleck entrambi insoddisfatti della propria vita, c'è una madre un po' strana e il giusto senso di oppressione (tanti interni, edifici fatiscenti, fumo, scelte non proprie che però vanno prese pur di sopravvivere), che lo tengono pioù che a galla. Peccato che dopo un'oretta e mezza il gioco ocmincia a vacilalare. Le tante possibili soluzioni (presentate alla CSI) sembrano buttate lì per riempire il tempo(su tutte quella legata all'Hoskins presunto colpevole di cui non si capisce nulla e vien tirata fuori e risommersa in 3 scene), i personaggi non hanno più nulla da offrire e non si capisce bene dove si voglia andare a parare. Se il film voleva essere un piccolo pamphlet sul come Hollywood sotterri i propri segreti affinchè alla fine mai nessuno sappia di nulla, beh per una maggior efficace una buona mezz'ora era tagliabile. Il continuo vagare di Brody detective non è neanche accompagnato da una reale crescita personale, insomma la sua indagine non è neanche un pretesto per lui di crescere. Si è decadente come la Hollywood che conosce, però lo è fin dall'inizio, il seguirlo non mette in luce nulla di nuovo. Non si capisce bene dove si voglia andare a parare e così motlo del buono di prima viene dilapidato. Peccato, perchè è un film interessante sotto più strati: per lo spettatore amante di trhiller e per il cinefilo sempre curioso di Hollywood (il nome Hollywoodland era la vecchia scritta che capeggiava a Los Angeles, oltretutto di un negozio di mobili mi pare) .Occasione sostanzialmente mancata per l'esordio del regista di serie tv (Soprano) Allen Coluter. ps. Da notare l'assonanza di nomi tra il personaggio di Affleck che interpreta nella serie tv Superman (George Reeves) e il vero Superman cinematografico Cristopher Reeve.La cosa strana è che una storia vera. pps:Più volte ho pensato che avrebber ucciso il personaggio di Affleck perchè non la finiva più di cantare.
“Creatore di sogni” dice la didascalia del titolo del film dedicato a Frank Gehry, uno dei più importanti architetti contemporanei, autore di opere che hanno innovato profondamente un campo molto conservatore come quello dell’architettura. Sue opere sono sia il Museo Guggenheim di Bilbao e che il suo rifacimento nella sede di New York, nonché, andando a ritroso nel tempo e citando solo le più celebri: il Museo d’arte dell’università di Toledo, la Walt Disney Concert Hall di Los Angeles e il ristorante Fishdance di Kobe.
l’ambiente di oggi o con la Storia stessa. A mancare non è il commento negativo sull’architetto (che infatti viene inserito, anche se con molti distinguo), quanto il desiderio di costruire con i commenti degli intervistati e le tante opere da lui progettate qualcosa che vada al di là della semplice apologia. A parziale giustificazione di Pollack l’amicizia che lo lega da anni allo stesso Gehry che infatti lo ha scelto come regista di