sabato, 22 marzo 2008

Che “Notte prima degli esami” abbia dato il via ad un filone di commedie giovanilistiche che ben fanno alle casse del cinema italiano non c’è dubbio. Gente invogliata ad andare in sala, opportunità lavorative, possibilità di rischiare (in futuro) in un mercato che rende. Le conseguenze di buoni botteghini si ripercuotono su tutto l’ambiente. E’ però questa una ragione sufficiente per giustificare qualsiasi lavoro che si inserisca su questa scia?
Prendendo proprio un verso della stessa canzone di Venditti che già diede il titolo al film capostipite sopra citato, Miniero e Genovese portano sul grande schermo una sceneggiatura non propria (almeno all’origine) per un film leggero e senza grosse pretese. Una storiella semplice che si spera non abbia l’ambizione di voler descrivere verosimilmente la comunità cinese nella Capitale (anche se purtroppo così hanno affermato in conferenza i due registi), ma solo quella di raccontare l’amore tra due ragazzi che inizialmente hanno bisogno l’uno dell’altro per altre, nascoste, ragioni (lui ha bisogno di una cantante con gli occhi a mandorla per la propria band, lei di un ragazzo che la scampi da un matrimonio combinato). Nulla di nuovo: equivoci, pseudo tradimenti, sfide sulla spiaggia, errori che casualmente rivelano e rincorse che salvano l’happy end all’ultimo minuto.
Le semplificazione alla Disney (che è qui, non a caso, è co-produttrice) sono tante, sia a livello narrativo che di utilizzazione del territorio, con una Roma che sembra un piccolo quartiere dove gli incontri casuali sono all’ordine del giorno e quando si dice “supermercato” è chiaro a quale ci si riferisca.
Citazioni tante, ma cadute quasi per caso. Il target di pubblico è più basso del solito.
Ne esce un film dallo scheletro narrativo deboluccio che si salva per alcune gag che, prese a sé stanti, colgono spesso nel segno quanto a comicità. Merito di alcuni dialoghi ben congegnati dalla troupe di sceneggiatori (tra cui lo stesso Massimiliano Bruno, qui finalmente anche attore dopo tante belle performance teatrali) e del bravo Mario Mattioli che si ritaglia il suo spazio nel ruolo del padre del sempre presente (ormai il suo volto è un logo per questo genere di film) Vaporidis.

La frase: "Il culo non canta, ma conta
".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/questanotteeancoranostra.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:11
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sabato, 22 marzo 2008

Da quando Il Signore degli anelli e Harry Potter hanno dimostrato che il fantasy al cinema aveva ancora tanto da dire (o meglio: tanti spettatori da attirare), la caccia di produttori e sceneggiatori al libro “giusto” che trattasse di orchi, fatine e figure magiche è diventata incessante. Da Le Cronache di Narnia a La Bussola d’oro passando per Un ponte per Terabithia e Tata Matilda: gli esempi recenti sono tanti, le storie si somigliano e il fantastico ha già cominciato a diventare abituale, a perdere quell’aurea di meraviglia che dovrebbe invece esserne. Stavolta è il turno di Le cronache di Spiderwick” tratto dall’omonima serie di libri scritti da Holly Black e illustrati da Tony Di Terlizzi.
Nelle sue linee essenziali il film di Marc Waters riprende quelli che possiamo considerare dei topoi del genere: una casa dall’aspetto un po’ sinistro abbandonata da tanto tempo, un gruppo di fratelli di età eterogenea (stavolta una sorella più grande e due fratellini gemelli) dall’instabile equilibrio familiare e un mondo fatato in pericolo. L’innovazione, se così la possiamo chiamare, è nell’immaginare le due ambientazioni (il reale e il magico) come coincidenti: l’uomo è circondato da folletti e strane figure, solo che non li può vedere se non attraverso un magico monocolo. Uno spunto interessante che purtroppo si ferma alla storia del gruppo di protagonisti: le intrusioni del fantastico nella vita di città sono ferme ad un paio di scene, il resto della vicenda si svolge in un’anonima foresta che concettualmente dovrebbe rappresentare il centro del mondo. Poca l’ironia (gli unici sorrisi li strappa il maialino affamato di uccelli), debole la morale (la famiglia prima di tutto), belli invece gli effetti speciali nelle sequenze di mutazione dei personaggi fantastici. La baby star Freddie Highmore si sdoppia (interpreta i due gemelli) e trasuda antipatia (sarà che in un modo o nell’altro ha partecipato a quasi tutti i fantasy degli ultimi 3 anni), mentre David Strathaim sembra capitato lì per caso. Ne esce un film minore per il genere, non particolarmente ispirato, ma neanche completamente negativo, grazie ad un paio di scene di suspanse azzeccate e al fascino estetico (così brutti da sembrare carini) degli innocui cattivi.
Un film adatto ad un pubblico pre-adolescenziale per un regista che in passato aveva fatto complessivamente di meglio (Freaky Friday e Mean Girls erano delle non troppo banali commedie adolescenziali).

pubblicata qui: http://www.filmfilm.it/film.asp?idfilm=27929&from=insala_title&fromp=03


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:08
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venerdì, 07 marzo 2008

Da quando il primo Shrek ha raccolto in un unico mondo tutti i personaggi delle fiabe più conosciute al mondo per parodizzarne personaggi e dinamiche ricorrenti, quel mondo di principesse e fatine ha smesso di essere lo stesso. Almeno al cinema. Il velo d’incanto che lo avvolgeva è stato scostato dalla mano dell’irriverenza e non si può più non pensare a come quelle schematiche storie da cui molti di noi hanno tratto insegnamento e sogni infantili, siano sempre state in realtà così rigide e prevedibili che la presa in giro stava dietro l’angolo. Bisognava solo avere il coraggio di farlo, azione compiuta dall’orco verde e dai suoi realizzatori, tra cui troviamo uno degli stessi stessi produttori, John h. Williams, che ha dato via a questo “Cenerentola e gli 007 nani”.
Rivolgendosi soprattutto ad un pubblico preadolescenziale, il film dell’irlandese Paul Bolger, parte dal personaggio di Cenerentola per attraversare orizzontalmente tante altre favole e figure. Dovendo lottare contro una matrigna che si è stancata di perdere sempre ad ogni ripetizione della storia e che si è impadronita di quello che era il regno del principe (non azzurro, ma “ciuffo fonato”) e trovando la collaborazione dello sguattero del castello, segretamente innamorato di lei, la bella orfana costretta ai lavori domestici dà il via ad una vera e propria lotta tra bene e male (un po’ come il terzo Shrek). Da una parte gli alleati sono i sette nani, dall’altra, per i malvagi, lupi cattivi ed orchi. Ne esce un film con spunti carini, qualche battuta azzeccata, ma che poco si discosta alla fine da quella che è una fiaba tradizionale. Si sorride e ci si incuriosisce un poco nel cercare di capire quali espedienti narrativi saranno utilizzati per rimettere le “cose a posto”, ma è innegabile che all’occhio smaliziato (oltre i vari Shrek, sullo stesso genere furono Cappuccetto rosso e gli insoliti sospetti nonché Elle Enchanted) il tutto possa dare un il senso del déjà-vu.

La frase: "E se Raperonzolo diventasse calva?".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/happilyneverafter.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 06:25
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venerdì, 29 febbraio 2008

“Il diritto di punizione corporale che un uomo esercita su di un altro è una delle piaghe della società; è un mezzo sicuro per soffocare ogni germe di civiltà e di provocare la sua decomposizione” scrisse Dostoevskij, eppure a distanza di più di un secolo, spesso proprio in nome di quella “civiltà”, le torture continuano ad avvenire. Uno dei contesti è la “extraordinary rendition”, una pratica che consente il rapimento di cittadini stranieri residenti negli USA considerati una minaccia per la sicurezza nazionale, per essere detenuti e sottoposti a punizioni corporali in segrete prigioni oltreoceano. Il film di “Gavin Hood”, (Miglior film straniero agli Oscar 2006 con “Tsotsi”) parte da questo per realizzare un film corale su come il clima di pregiudizio e morte che si respira nei paesi, e nelle civiltà, più coinvolte nella drammatica situazione geopolitica mondiale, si rifletta direttamente nelle vite di normali cittadini.
Un tema importante che interessa, emoziona e suscita sempre riflessione. Sotto questo punto di vista infatti, a meno che non si abbiano già avute altre sollecitazioni in proposito, “Rendition” è un film interessante e grosso modo efficace. E a voler scavare più a fondo, però, che qualcosa comincia a scricchiolare. Dopotutto, noi, con “questo” presente conviviamo già da diverso tempo, ed è abbastanza legittimo che si ambisca alla visione di qualcosa di più: più radicale, più originale, più profondo, a prescindere dalla prospettiva scelta. “Rendition” invece vive nell’equilibrio, nel dire e non dire, nel fare e non fare. I fondamentalisti ci sono, ma in fondo è un pò “integralista” anche il comandante della polizia egiziana che vuole un matrimonio combinato per la figlia. Le torture avvengono, ma a ordinarle non è l’americano (che invece ha crisi di coscienza e diventa eroe), ma l’arabo, e lo schifo per una pratica del genere non è assoluto, ma anche e soprattutto legato al fatto che chi la subisce è in realtà innocente (ed in più ha una moglie incinta che lo aspetta assieme ad un altro figlio). Non c’è vera denuncia, ma semplice voglia di strizzare un occhio alla volta, a chiunque voglia sentirsi toccato, ma non troppo. Un “modo di fare” confermato dalla scelta dello sfasamento temporale delle storie, già visto ultimamente in “Babel”: in questa decisione non c’è una scelta tendente a mettere in risalto un contenuto (sia esso l’irrazionalità delle azioni umane in questo periodo, l’universalità del dolore o il chi sia davvero eroe ai nostri giorni), ma solo a sorprendere uno spettatore che potrà pensare: bello, non ci avevo pensato. Così fosse si tenga conto del fatto che gli autori avevano fatto di tutto, con precise scelte sia di montaggio che narrazione, affinché “non ci si potesse pensare”. Alle grida dell’islamico che parla con veemenza ai prossimi terroristi vengono incrociate le immagini delle disgustose punizioni corporali subite del sequestrato: normalmente questo significa contemporaneità degli eventi. E così succede anche in altri frangenti del racconto quando le due storie si mischiano. Non c’è poi nessuna scelta registica o di sceneggiatura che possa lasciare intuire, anche per un solo momento, che si corra in due momenti differenti, così come manca una ragionevole spiegazione su uno dei punti principali su cui si fonda il film: che connessione c’era tra il sequestrato e “quelle telefonate”?
All’acqua di rose anche alcuni passaggi come la facilità con cui un possibile terrorista se ne esca da un a prigione che si suppone speciale, il mancato immediato controllo delle persone che questo, sotto tortura, suggerisce come suoi complici (si aspetta davvero un giorno se può costare vite umane?). Gavin Hood con la sua regia non riesce oltretutto a creare bei momenti di suspanse o a coinvolgere più di tanto. Il suo cinema compassato, ma fluido, è ormai superato: il linguaggio visivo di oggi è quello dei reporter, più violento non tanto nelle immagini, quanto nel modo di proporle. Digitale, frenesia, rumore. Se si pensa al primo attacco alieno di Spielberg in “La guerra dei mondi”, al Cuaron di “I figli degli uomini”, all’ultimo “The bourne ultimatum” di Greengrass o alle prime sequenze di “The Kingdom”, la differenza emerge in maniera palese. Certo, non si può pretendere da chiunque realizzi un film sull’attualità, un grande film, ma la concorrenza sul tema comincia ad essere alta e non vale la pena accontentarsi del minimo come invece “Rendtition” fa.

La frase: "Dammi una sola ragione per cui sia valsa la pena utilizzare una tortura che ha creato dieci, cento, mille, nuovi nemici".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/rendition.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 10:12
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giovedì, 28 febbraio 2008

Scoprire che dietro la vita pubblica di un artista si annidino problemi spesso ancor più gravi, o almeno più intensi, di quelli della gente “comune” fa sempre notizia. Basti vedere le news più cliccate ogni giorno sulle home-page dei quotidiani: le confessioni dei vip (stranieri e non) che riguardano droga, cattive compagnie o abitudini sessuali. Prima che Marco Baldini scrivesse “Il giocatore, ogni scommessa è un debito”, il libro da cui è stato tratto questo film, in pochi conoscevano la sua “malattia del gioco”. Lo sapeva qualcuno a RadioDeejay da dove per quasi tutti gli anni ’90 diede la sveglia e non solo alle migliaia di ascoltatori dell’emittente meneghina, lo sapeva la sua famiglia che cercò di aiutarlo come poté e lo sapevano soprattutto gli strozzini, i grandi tesorieri della disperazione di chi gioca i soldi che non ha.
Incrociando i successi di una carriera sempre più in ascesa per l’artista ad un vizio che spingeva sempre più in basso l’uomo (più volte è ripetuta la frase “Marco contro Baldini”), il film di Francesco Paterno scorre via con discreto ritmo, ma senza lasciare grosse tracce. Le prime vittorie che danno coraggio, le sconfitte che distruggono, la dipendenza che non lascia. Quella del giocatore che si indebita è una storia vista parecchie volte al cinema, qui la curiosità è rappresentata soprattutto dalla ricostruzione di un mondo più volte immaginato che visto come quello di Radio Deejay e dei suoi famosi speaker, su tutti il Fiorello ben interpretato da Corrado Fortuna. Probabilmente il vero limite della sceneggiatura è stato proprio quello di avere a che fare con una storia vera di cui bene o male tutti conoscono già l’happy end (Baldini conduce con Fiorello Vivaradio2: tanto male non potrà essergli andata). In conferenza stampa è stato dichiarato il film è solo liberamente ispirato (anche il taglio infatti è meno drammatico e più spiritoso rispetto al testo d’origine) alla vera storia del suo protagonista, ma gli episodi chiave sono quelli, c’è poco da fare. E se Elio Germano, salvo una scena di commozione con il padre, non ha modo di mettere in mostra tutte le proprie capacità, Laura Chiatti e Martina Stella cercano di colmare con il loro fascino giovanile i piccoli spazi concessigli.
Piccola curiosità: che quel Dario Vergassola che interpreta il direttore artistico di RadioDeejay (partner commerciale del film) non assomigli né a Claudio Cecchetto (fondatore e boss della radio di allora) né a Linus (capo dal ’95) dipende dal cattivo sangue che scorre tra i due ancora oggi?
Anacronismo: “Shiny happy people” dei Rem è uscita nel ’91, qui viene ascoltata nel ’90.

La frase: "In La stangata si dice che non c’è giocatore di poker che non punti anche sui cavalli. Vero, verissimo, ma è vero anche il contrario"

puubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/ilmattinohaloroinbocca.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 20:52
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domenica, 17 febbraio 2008

Mi piacerebbe copincollare quanto ha detto Mereghetti su questo film, la trovo un'analisi così perfetta che le mie parole non potrebbero fare di meglio. Riassumo. Muccino ci mette tante buone intenzioni, ma soprattutto ingenuità. Si vede che si è dato da fare, ha studiato e che a monte c'è la voglia di non fare un filmetto adolescenziale, ma non basta il continuo citare alto per fare qualcosa di apprezzabile. Soprattutto perchè questo collage di "scene che strizzano l'occhio a" (Kubrick, Truffaut, L'atlante, Bertolucci ect ect), sanno un pò di: "Che fichi questi registi, non posso non rendergli omaggio". Questo il peccato registico, che comunque non è poi così grave, o meglio, non appesantisce troppo il film (anzi complessivamente la regia non è male, soprattutto per un esordiente). Ciò che stona di più è la sceneggiatura: ogni personaggio per vivere deve essere spinto ai limiti e aver toccato con mano la tragicità: lui è cresciuto in una comunità di recupero e per riprendersi la sua identità ha bisogno (nella seconda parte del film9 che gli muoi un amico, la Crescentini ha avuto brutte esperienze da bambina (indovinate quali?) che la rendono ora "una bimba cattiva", la francese interpretata da una spagnola, ha invece sul groppone il suicidio dell'ex ragazzo. Insomma nessuna mezza tinta o situazione identificabile che possa far dire: "ah è vero, si parla di amore", ma storie ai limiti. . La trovata del poker è l'unico collante che poteva dare una conclusione al tutto, come già visto in 100 altri film. Alcune frasi poi sono di comicità involontaria. Comunque sia tra questo e i film adolescenziali di Moccia e mocciosi c'è un abisso.Ps: ormai quando guardo Muccino in motorino o che cerca di rimorchiare una che manco lo vede, non posso che pensare che a Le avventure sentimentali di Silvio aka Max Tortor. pps. Scopiazzare la locandina di Io e Annie, anche no.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 22:23
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giovedì, 24 gennaio 2008

Film femminile che come tutti i romanzetti rosa mette in campo un po' di personaggi infelici che non capiscono bene cosa fare della propria vita sentimentale. e per non renderli banali, ognuno ha la propria particolarità. La sessantenne sempre con la parola giusta che si gode la vita dopo "n" matrimoni, la moglie cinquantenne appena lasciata, la figlia trentenne lesbica, la solitaria allevatrice di cani che ha paura ad impegnarsi, il giovane tanti soldi e cuore che ama le donne mature, la frustrata insegnante molto sexy che il marito non apprezza diversamente da quanto fa un giovane alunno piuttosto smaliziato, ect ect. Ognuno come un buon gioco di tetris troverà la giusta situazione ed eliminerà la riga, passando al quadro successivo felice e contento. Fiera del buonismo dove nessuno sembra lavorare e la chiamata in causa di Jane Austen serve per dare una giustificazione di spessore a quelle che sembrano le sintesi di cinque romanzi Harmony. Proprio per questo a molta gente sarà piaciuto, ma per me non è cinema.



giovedì, 24 gennaio 2008

Quante volte chiacchierando di un qualche attore è successo che qualcuno, magari voi, lo abbia apostrofato come di uno che fa sempre lo stesso ruolo? Capita, ci sono attori che una volta trovato un certo feeling con il pubblico con un personaggio dal carattere particolare poi lo ripropongano in diversi contesti e magari con altri nomi, ma sempre cercando di andare incontro a quello che il pubblico si aspetta da lui per garantirsene il successo. In teoria non c’è nulla di male, l’importante è che queste interpretazioni siano riuscite, ma il “fa sempre lo stesso ruolo” suona sempre e comunque un pò dispregiativo, come di uno che non ha le capacità di fare altro. Mai quindi avremmo pensato di accostare “quella” frase a Jack Nicholson, ma da quando ha vinto l’Oscar con “Qualcosa è cambiato” nella parte del ricco scorbutico e bisbetico che ha bisogno di qualcuno di buono e comprensivo accanto per capire le vere priorità della vita, le commedie a cui prende parte potrebbero essere una il sequel dell’altra. Certo non possiamo dire che Nicholson non abbia le capacità di fare altro, in mezzo ci sono anche altri film come “The departed” (dove comunque riprende il diavolo di “Le streghe di Eastwick”), ma dal succitato film con Helen Hunt a questo “Non è mai troppo tardi” passando per l’amore di terza età di “Tutto può succedere” poco è cambiato per i suoi personaggi, giusto il contesto.
Questo con Morgan Freeman è il capitolo sulla morte. Un film che inizia più cupo che mai, con l’annuncio fuori campo che uno dei due protagonisti è morto e che quello che seguirà sarà la storia dei suoi ultimi, felici, mesi di vita. Un’anticipazione che racchiude tutto il film facendo del restante una perfetta trappola per facili lacrime.
Impossibile infatti non affezionarsi ai due vecchietti col fiato del cancro sul collo che vogliono realizzare i propri ultimi desideri con una vitalità che un ventenne si sogna. Di loro viene fatto vedere solo il meglio, la gioia e la capacità di godere dei piaceri e dei luoghi della Terra. Viaggi, corse in auto, paracadutismo: il giro del mondo in 30 giorni per recuperare quanto non è stato fatto nei precedenti sessanta anni. Logico che ci debba essere anche un pò di profondità e così ecco anche una figlia non sentita da anni, ma che sarebbe il caso di riconciliare prima del tragico evento e un matrimonio che sembrava aver spento la candela dell’amore, ma che in realtà l’aveva solo nascosta, tutto mischiato ad un pò di facile poesia legata alle suggestione che un posto come l’Himalaya può evocare.
Nicholson e Freeman gigioneggiano a più non posso su una sceneggiatura a cui manca quello spessore che normalmente i film sulle morti annunciate riescono a trasmettere. Non c’è reale introspezione in loro oltre ai minuti finali, molta della pellicola viene utilizzata per far vedere le cose più impossibili che si possono compiere quando non si ha più nulla da perdere senza arricchire lo spettatore di alcuna riflessione. Anzi, provocatoriamente si potrebbe dire che è importante arrivare alla fine della propria esistenza avendo accumulato un bel mucchio di soldi visto che è solo così che si potrebbero spuntare parecchie caselle di un’ipotetica lista delle cose da fare prima di essere morto. La famiglia, l’amore, la solitudine...sì, sono importanti, ma solo quando si ha finito di divertirsi con gli amici. A molti il film piacerà, la commozione fa sempre sentire lo spettatore in dovere di apprezzare chi in qualche modo lo ha toccato, ma sia chiaro che ci sono tanti espedienti da manuale per arrivare ad emozionare in questo modo e il semplice riproporli non è una nota di merito se dietro non c’è sincerità, ma solo la voglia di far vedere quanto un mix di lacrime e sorrisi ben confezionato faccia bene al botteghino.

La frase: "Io so che quando è morto i suoi occhi erano chiusi e il suo cuore aperto"

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/thebucketlist.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 08:42
recensioni film in sala, non è mai troppo tardi, due stelle | link | commenti (3)

giovedì, 20 dicembre 2007

In attesa che Steven Spielberg e Harrison Ford ci presentino il quarto capitolo di Indiana Jones, il meglio che Hollywood offre agli appassionati di archeologia e arcani segreti legati alla storia sono le vicende di Ben Gates alias Nicolas Cage e dei suoi misteri dei templari prima (2004) e delle pagine perdute del diario degli assassini di Abramo Lincoln ora. Le ambizioni non sono certo quelle di rivoluzionare un genere, quello dell’avventura, come fece la trilogia sopra citata, ma quello di creare un grande fumettone per famiglie dove tutto appaia possibile e i continui cambi di location e gli improbabili riferimenti al passato riempiano qualsiasi vuoto o punto interrogativo della sceneggiatura. Una grande e rumorosa favola dove i cattivi non sono così cattivi, mamme e papà (il premio Oscar Helen Mirren e il già papà dell’archeologa Lara “Jolie” Croft, Jon Voigt) tornano assieme dopo trent’anni dopo aver scoperto assieme una città d’oro, le parolacce sono bandite, il presidente degli Stati Uniti è un’acculturata persona disponibile ad una chiacchierata tra amici nel fondo di una grotta nascosta e Buckingham Palace è sorvegliato come un motel dell’Arizona. Washington D.C., Parigi, Londra, il South Dakota: il mondo grande come un tragitto di una metropolitana di un piccola città dove si viaggia quasi col pensiero.
Insomma, vi chiederete, ma l’obiettivo di realizzare un prodotto che concettualmente sostituisca il famoso cartone natalizio disneyano (che è uscito due mesi prima, Ratatouille) è riuscito? Si, ma non troppo.
Se da una parte infatti non ci si prende, giustamente, troppo sul serio mantenendo sempre un tono piuttosto leggero anche nelle scene più “drammatiche”, oltre alla struttura scenografica sempre accattivante merito dei tanti soldi investiti e ad una riuscita scena di inseguimento automobilistica dove rigorosamente nessuno si fa male davvero (in questi film si presume sempre che i passanti siano di gomma), Nicolas Cage non riesce proprio ad aggiungere quella dose di simpatia che sempre si pretende dal protagonista di questo tipo di pellicole. Basti vedere il falso battibecco con la bella Diane Kruger: non si sorride al vederlo alzare inspiegabilmente la voce per attirare l’attenzione, ma non si vede l’ora che qualcuno lo porti via per buona pace di tutti. Per un attore che alterna alti e bassi, questo sua ennesima interpretazione non fa certo parte del primo gruppo.


La frase: "L’uomo dura lo spazio di una vita, ma la storia ricorda".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/ilmisterodellepagine.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 18:57
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venerdì, 07 dicembre 2007

Ma quanti film americani hanno rappresentato Babbo Natale come un tizio con famiglia, preoccuppazioni e soprattutto il rischio che per qualche motivo gli sia levato il monopolio dicembrino della consegna regali? Sicuramente i tre film con Tim Allen, un pò il Grinch, forse qualcun altro, ora sicuramente Paul Giamatti che si ritrova con fratello secolarmente scontento della fama del fratello. Vince Vaughn, che con il regista Dobkin aveva già lavorato al carino 2 single a nozze, ha la giusta faccia da schiaffi, ma non salva un film prevedibilissimo nel suo volere essere natalizio a tutti i costi. Il premio Oscar Weitz viene utilizzata come l'ultima delle debuttanti. Si salvano due belle trovate: quella del gruppo di sostegno dei "fratelli di" (straordinaria) e l'autoironia di Kevin Spacey (anche lui..che ci fa qui?)sul suo ruolo di Lex Luthor in Superman Returns, quando afferma di aver sempre sognato la tutina del supereroe. Poi tanto carammelloso noioso (caramelloso non sarebbe per forza male). Anche la rappresentazione scenografica del Polo Nord è sempre la stessa, quasi che si utilizzasse lo stesso set di tutti i film sul tema. Peccato, i primi minuti, l'infanzia dei due fratelli, lasciava presagire qualcosa di più.. Ai bambini piacerà, solo che non potranno capire quelle che sono le battute più divertenti(quelle di cui ho scritto sopra)


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:48
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mercoledì, 05 dicembre 2007

Prima di diventare la fiera dell'ovvietà, "Diario di una tata" ha un buon inizio. Diciamo che i primi 10-15 minuti non sono niente male: ritmati e con trovate visive divertenti. Poi il tutto si piega verso una sorta di nuovo "il diavolo veste Prada" versione babysitter dove la Meryl Streep di turno è la bravissima Laura Linney e la vittima sacrificale è Scarlett Johansson. In più: un ragazzo che sembra stronzo, ma non lo è, un amore trovato sul pianerottolo, un bambino che si affeziona più alla tata che ai genitori (grande anche il Giamatti spesso inquadrato, bella idea,  solo dai piedi). Quello che non c'era in Il diavolo veste Prada, è scopiazzato da "Le ragazze dei quartieri alti" (film con Brittany Murphy e Dakota Fanning del 2003). Si poteva fare una bella satira dei ricconi newyorkesi e dell'innaturale ruolo che le babysitter finiscono per svolgere in quei nuclei familiari, diventa purtroppo un filmetto scialbo e scontato per il quale neanche i bravi attori possono fare tanto (ps: c'è Alicia Keys. Non pensavo fosse così alta. Da una rapida ricerca fatta su Internet leggo 172cm). Mezzo flop negli Usa e a Venezia la Johansson non si è neanche presentata per accompagnarne la proiezione. Non ci credeva neanche lei. Da cassetta (o dvd?)


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:03
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mercoledì, 31 ottobre 2007

Posso dirlo che l'ho trovato banale/noioso/registicamente inutile/spilorcio in scenografie e costumi e antistorico?Ok, sul fatto della storia, poco male, non è dovere del film essere rigoroso in ambientazioni e soprattutto analisi degli eventi (che qui vengono raccontati come una favoletta o completamente tralasciati), ma sul resto...Comunque sia l'ho detto, le motivazioni di questo giudizio negativo si sono perse tra quelle di tanti altri film visti alla Festa del cinema di Roma, mi ricordo solo della banalità della simbologia della candela. Peccato per gli attori che mi piacciano e sono comunque bravi. Non è un film che non si può vedere, semplicemente non è interessante nè tecnicamente nè emozionalmente. In tanti in giro lo assolvono, bah.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 16:09
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venerdì, 26 ottobre 2007

Sarà che per capirlo sia necessaria una laurea in lettere antiche e una in filosofia, ma questo film l'ho trovato fimpossibile da giudicare secondo le mie competenze. Mi sono annoiato a morte durante la visione, ho riso in alcuni frangenti trovandolo un mix di generi inconciliabili (con gita in India che sa tanto Alberto Angela), ho colto alcuni riferimenti come quello a Nietzche e al superuomo, che si rivoltano contro la contestualizzazione nazista, ma tanti altri se non caduti nel vuoto, viaggiavano troppo alto (per me). Bah. Il mio amico/collega Diego Altobelli mi ha fatto notare come ci possa essere dietro a tutto il film una sorta di ricerca delle immagini correlate al "genere" e di come Coppola tenti durante il film di arrivare all'essenza del cinema attraverso le varie inquadrature. Lo fece, a mio avviso, meglio in Dracual. Comunque sia,  si può apprezzare un film per le intenzioni?




EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 20:04
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giovedì, 18 ottobre 2007

Flash dalla festa (se posso li farò ogni volta che vedo un film). Il film che apre la Secoinda Festa del cinema di Roma è il remake del'omonimo di Melville del 1966. I primi quaranta minuti sono il festival del manierismo, tutto è sfacciatamente ipercostruto, misto (nelle sparatorie) al c inema action di Honk-Hong, e quindi un po' a Tarantino. Poi a poco a poco diventa più fluido (che la produzione abbia visto il primo girato e abbia detto: non si può andare avanti in questo modo? o è andata così, oppure la prima parte è un omaggio sfacciato all'originale  ), salvo ritornare nel finale, a sembrare un musical coreograficco dove tutti si muovono artificiosamente. Due ore e quarantacinque sono troppe, per poter essere distruibito in Italia dovrà essere tagliato. La Bellucci con la sua recitazione forzata, è perfetta per il tono del film (senza scherzi, ci sta bene). Alcuni dialoghi belli, buona la descrizione alla Simenon del detective Blot, belle alcune sequenze, ma l'eisto complessivo è parecchia noia e un film che si dimentica subito. Peccato, il noir ha ancora il suo fascino e i francesio (vedasi 36) lo sanno anche fare bene.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 14:54
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venerdì, 12 ottobre 2007

Dopo un primo, claustrofobico, capitolo girato in un laboratorio sottoterra, ed un secondo ambientato in un’apocalittica e piovosa città, le avventure dell’affascinante Alice e del suo mondo di non morti si spostano nel deserto. La razza umana, così come la conosciamo, sta infatti scomparendo e con lei fauna e flora. La sabbia mangia le città e con questa, scorte di cibo e carburanti. Uno scenario che richiama fin da subito il Giorno degli zombie e che da’ il via ad una continuo di citazioni, sia visive che narrative.

L’ultimo (così almeno affermano i produttori) episodio di questa trasposizione su grande schermo del celebre e omonimo videogioco, risulta infatti, prima di tutto, un collage di rivisitature di altri film di genere. Dal già menzionato Romero, all’Hitchcock di Uccelli (quasi un plagio) passando per Venerdì 13 (il dottor Isaacs mutato) e Il pianeta delle scimmie (la Las Vegas fatiscente). Il più delle volte è proprio su queste citazioni che si struttura il racconto andando a creare un piccolo nucleo di scene madri quasi slegate fra loro, proprio come succede spesso con i diversi quadri di un videogame. Certo, gli zombie rimangono, ma manca quella compattezza narrativa che contraddistingueva i due prequel (soprattutto il primo). L’esigenza di dovere dare un filo narrativo al tutto, banalizza fin da subito i personaggi, facendo di tutta la vicenda un semplice scontro tra la semi-muta eroina e lo scienziato pazzo, logicamente risolvibile solo con un uno contro uno, a pochi minuti dal fischio finale.

I canonici novanta minuti si seguono comunque fluidamente senza grandi sussulti, ma neanche sbadigli. Costumi, trucco e scenografia rendono abbastanza inquietanti zombie e ambientazioni, lasciando che un minimo di suspanse sia sempre presente. Alla regia c’è quel Russel Mulcahy geniale creatore dei primi videoclip degli anni 70, nonché di Highlander, ma anche di tremende pellicole come Talos-l’ombra del faraone. Nel suo carnet di alti e bassi, questo è un punto intermedio.

pubblicata qui: http://www.filmfilm.it/film.asp?idfilm=27726&from=insala_intro&fromp=03


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 13:18
recensioni film in sala, due stelle, resident evil extinction | link | commenti (4)

mercoledì, 26 settembre 2007

Dopo il mai uscito (in Italia) “Paris, je t’aime”, ecco un altro film a poca distanza di tempo, che ha la capitale francese nel titolo. Merito del fascino romantico della città transalpina la cui semplice evocazione del nome riesce da sola a suscitare cuoricini e carezze. Con queste premesse, difficile che parlando di cinema si vada lontani dalla commedia. Nelle diverse 89 volte che Parigi ha fatto capolino sulle locandine italiane dei film poche volte è stato il contrario. Così è anche per “2 giorni a Parigi”. Scrive e dirige al suo debutto in tale veste, quella Julie Delpy, che proprio lì è nata e cresciuta, e che soprattutto meno di due anni fa, proprio lì ha interpretato “Prima del tramonto”, seguito del suo primo successo come attrice, “Prima dell’alba”. Per questa produzione low budget ha richiamato accanto a sé padre, madre, amici a parenti. Gli unici attori professionisti sono il coprotagonista Adam Goldberg e Daniel Bruhl ( il ragazzo di Goodbye Lenin) presente, comunque, solo con un cammeo.

Viaggio in Europa per una coppia di trentacinquenni residenti a NewYork. Stanno assieme da due anni, lui è americano, lei proprio di Parigi. E così c’è da incontrare famiglia, ex amici, ex compagni di scuola e (tanti) ex fidanzati. E’ proprio la conoscenza continua di questi ultimi che insinua gelosie e dubbi da parte di Lui. Chi è mai la ragazza con cui sta da parecchio tempo?

Un filo narrativo semplice che serve come pretesto permettere in scena stereotipi sulla Francia e i francesi. L’ironia della Delpy è spesso sottile, sospesa tra satira e realismo, altre volte meno celebrale e legate alla sessualità. Purtroppo però va a sprazzi e i continui siparietti tra i due protagonisti non vanno in crescendo, ma sembrano più volte a sé stanti. Camera a mano, uso del digitale. L’immagine non racconta, a rimanere sono solo le parole e il tutto può anche stancare dopo un po’. Parigi fa da sfondo, ma non troppo: più volte si gira in interno, e quando si esce ad essere inquadrate non sono ambienti suggestivi. Potrà piacere, ma non a tutti.

pubblicata su www.cinemaplus.it


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 10:42
recensioni film in sala, due stelle, 2 giorni a parigi | link | commenti (7)

lunedì, 13 agosto 2007

Ok, i ragazzini americani, quando sono ricchi, spesso si annoiano (ricordate Traffic?). E così scimmiottano i vicini (in senso spaziale) borgatari. Quelli della delinquenza, quelli che rappano ect ect. Tramite il personaggio con la videocamera, che inizia e chiude il film, la Kopple rende chiaro fin da subito che quel che ha realizzato ha più intenti documentaristici/informativi/cronacistici che altro. Ed effettivamente è così. Il contenuto drammmaturgico è pressocchè assente, evitando anche la banalità di un canovaccio in cui la protagonista dopo essersi messa nei pasticci, se ne tira fuori con grandi difficoltà dopo aver imparato la lezione. mai scherzare col fuoco. Sotto questo punto di vista la scelta di finire lì dove il film ci si aspetta che inizi, non è male. Peccato che la "denuncia ", il senso di degrado cui è arrivata la civiltà più progredita (e cioè ad ergere a piacevole giocare con la morte solo per sfuggire alla noia) non scavi davvero a fondo, viziato forse da uno sguardo fin dall'origine borghese. La tesi è precostituita: questi ragazzi, e le loro famiglie, sono dei coglioni. E così i cattivi sono sì catttivi, ma hanno una loro morale, e la vita di periferia viene sempre vista con gli occhi dell'estraneo. Quel che il film voleva fare, e cioè riprendere il fenomeno e lasciar pensare, rimane fermo alle intenzioni (leggibili già dalla sinossi) e ad una sola, bella inquadratura: l'ultima (e cioè quando si pensa che il film stia per prendere davvero il via). Occasione mancata.Da noi esce giusto perchè la Hathaway è diventata, nei due anni che sono trascorsi da quando l'ha girato, famosa. L'ha comprato la Mediafilm, e credo che in home video qualche soldo ce lo farà (l'uscita estiva in sala invece lo penalizza)


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 17:24
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martedì, 17 luglio 2007

Ispirato alla storia vera di come fu scoperta la più importante spia russa nell'FBI, The breach rimane vincolato a questo "realismo" di fondo per diventare un film abbastanza piatto e monocorde. A livello di snodi narrativi il film è piatto e quella ricerca di far risaltare uno pseudo cointrollo mentale (o comunque influenza) tra i due protagonisti (la spia e l'agente) sembra butatto lì per dare un po' di contenuto. Da apprezzare c'è giusto il volere evitare, grosso modo (ma non completamente) i soliti momenti di suspance legati alla bpossibilità che il protagonista positivo si scopra per azioni avventate, ma per il resto rimane un film davvero anonimo con una regia nient'affatto ispirata, che sppur punti sulla psicologia dei personaggi per dire qualcosa, non accompagna il tutto da scelte che facciano emergere dualismi interiori o un qualsivoglia conflitto. Personaggi schiacciati (il fatto di non conoscere le vere motivazioni che spinsero la spia a diventare tale diventa un "non punto di partenza" per dire altro) e sceneggiatura frettolosa (che spreca presto l'unico elemento interessante: e se l'indagine non fosse vera?). Il finale è un po' butatto lì. Peccato che Cooper (tormentato il giusto) nonstante l'Oscar di qualche anno fa, non venga sfruttato in film che mettano in rislato la sua bravura. Ryan Phillippe invece ancora non mi convince.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 08:15
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venerdì, 13 luglio 2007

Tratto dall'omonimo romanzo d'appendice di Balzac, "La duchessa di Langeais" segna il ritorno alla regia di uno dei padri della Nouvelle Vague, l'ormai settantanovenne Jacques Rivette.
L'amore tra un generale dell'esercito francese e una nobile parigina durante gli anni della Restaurazione. Una passione non consumata a causa delle convenzioni del tempo e dei dubbi dei due protagonisti.
Rivette segue costantemente solo colui che tra i due cerca a turno l'amore. Ricerche che non s'incontrano mai, questo è il problema. Quando è uno a insistere l'altro si nega, quando il secondo supplica un sentimento evidente il primo è ormai disilluso. Con due soli personaggi il regista mette in scena le varie fasi di un amore: contraddizioni, rabbia, abbandono, umile necessità fino all'annullamento di sé stessi. L'origine letteraria è evidente e sottolineata da didascalie spesso ininfluenti al fine della comprensione, ma utili affinché ci si ricordi la letterarietà del racconto e dei personaggi.
A differenza da quanto fatto da Girodoux per l'omonimo film di Jacques De Baroncelli del 1941, l'adattamento di Rivette segue passo passo il testo Balzac che, a suo dire "è una scrittura che gioca su elementi contraddittori generando un sistema di esplosioni contenute: lunghe frasi interrotte da incisi e sorprendenti cambiamenti di velocità". Rivette si limita a riprendere questi dialoghi così come sono, alternando camere fisse con introspettivi piani sequenza. A tal fine dà molto credito ai suoi protagonisti: da una parte il prestante Guillaume Deperdieu dall'altra la bella e ambigua Jeanne Balibar.
Un film fatto d'interni, parole soffuse e lunghi silenzi. Una regia tanto attenta al contenuto quanto ancorata ad uno stile non più rivoluzionario come un tempo era la Nouvelle Vague. Selezionato per il concorso dell'ultimo Festival di Berlino, "La duchessa di Langeais" (il cui titolo originario era"Non toccate la mannaia"così come una frase emblematica del racconto) ha riscosso un discreto successo soprattutto tra i critici più tradizionali....

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/donttouchtheaxe.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 15:11
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giovedì, 12 luglio 2007

Cambiano gli sceneggiatori, cambia il regista, rimangono (logicamente) i libri della Rowling. I film su Harry Potter hanno sempre funzionato sia che a dirigerli fosse un intrattenitore puro come Chris Columbus (i primi due episodi) che un fine realizzatore come Alfonso Cuaron (il terzo) o un maestro delle commedie come Mike Newell (il quarto). La gente al cinema ci va comunque; se ha visto quattro film su Hogwarts e i suoi alunni di certo vedrà anche il quinto, il sesto e il settimo, l’ultimo.

Questa, probabilmente, la considerazione della Warner Bros quando ha deciso di affidare la regia di questo capitolo della saga (e probabilmente anche di quello successivo) a David Yates, un quasi debuttante visto che fino ad oggi aveva diretto cortometraggi, prodotti televisivi e un misconosciuto film indipendente quasi dieci anni fa. La storia da sviluppare è la normale conseguenza di quanto accaduto in precedenza. Harry Potter ha finalmente combattuto con Lord Voldemort (Ralph Fiennes) e ciò ha creato uno strano legame tra le menti dei due. In pochi però credono al racconto del maghetto: il cattivo dei cattivi non può essere tornato, sono tutte bugie messe in moto dal preside di Hogwarts, Albus Silente, per diffondere timori e mettersi a capo del Ministero. Per educare i ragazzi della scuola diversamente ci vogliono i metodi conservatori di Dolores Umbridge (Imelda Staunton), la nuova insegnante di Hogwarts….

Il primo bacio (vero, con la lingua) del maghetto, il ’68 alla scuola dei maghi, l’amicizia è solo dei buoni: potrebbero essere questi i titol