Che “Notte prima degli esami” abbia dato il via ad un filone di commedie giovanilistiche che ben fanno alle casse del cinema italiano non c’è dubbio. Gente invogliata ad andare in sala, opportunità lavorative, possibilità di rischiare (in futuro) in un mercato che rende. Le conseguenze di buoni botteghini si ripercuotono su tutto l’ambiente. E’ però questa una ragione sufficiente per giustificare qualsiasi lavoro che si inserisca su questa scia?
Prendendo proprio un verso della stessa canzone di Venditti che già diede il titolo al film capostipite sopra citato, Miniero e Genovese portano sul grande schermo una sceneggiatura non propria (almeno all’origine) per un film leggero e senza grosse pretese. Una storiella semplice che si spera non abbia l’ambizione di voler descrivere verosimilmente la comunità cinese nella Capitale (anche se purtroppo così hanno affermato in conferenza i due registi), ma solo quella di raccontare l’amore tra due ragazzi che inizialmente hanno bisogno l’uno dell’altro per altre, nascoste, ragioni (lui ha bisogno di una cantante con gli occhi a mandorla per la propria band, lei di un ragazzo che la scampi da un matrimonio combinato). Nulla di nuovo: equivoci, pseudo tradimenti, sfide sulla spiaggia, errori che casualmente rivelano e rincorse che salvano l’happy end all’ultimo minuto.
Le semplificazione alla Disney (che è qui, non a caso, è co-produttrice) sono tante, sia a livello narrativo che di utilizzazione del territorio, con una Roma che sembra un piccolo quartiere dove gli incontri casuali sono all’ordine del giorno e quando si dice “supermercato” è chiaro a quale ci si riferisca.
Citazioni tante, ma cadute quasi per caso. Il target di pubblico è più basso del solito.
Ne esce un film dallo scheletro narrativo deboluccio che si salva per alcune gag che, prese a sé stanti, colgono spesso nel segno quanto a comicità. Merito di alcuni dialoghi ben congegnati dalla troupe di sceneggiatori (tra cui lo stesso Massimiliano Bruno, qui finalmente anche attore dopo tante belle performance teatrali) e del bravo Mario Mattioli che si ritaglia il suo spazio nel ruolo del padre del sempre presente (ormai il suo volto è un logo per questo genere di film) Vaporidis.
La frase: "Il culo non canta, ma conta".
pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/questanotteeancoranostra.htm
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Da quando Il Signore degli anelli e Harry Potter hanno dimostrato che il fantasy al cinema aveva ancora tanto da dire (o meglio: tanti spettatori da attirare), la caccia di produttori e sceneggiatori al libro “giusto” che trattasse di orchi, fatine e figure magiche è diventata incessante. Da Le Cronache di Narnia a La Bussola d’oro passando per Un ponte per Terabithia e Tata Matilda: gli esempi recenti sono tanti, le storie si somigliano e il fantastico ha già cominciato a diventare abituale, a perdere quell’aurea di meraviglia che dovrebbe invece esserne. Stavolta è il turno di Le cronache di Spiderwick” tratto dall’omonima serie di libri scritti da Holly Black e illustrati da Tony Di Terlizzi.
Da quando il primo Shrek ha raccolto in un unico mondo tutti i personaggi delle fiabe più conosciute al mondo per parodizzarne personaggi e dinamiche ricorrenti, quel mondo di principesse e fatine ha smesso di essere lo stesso. Almeno al cinema. Il velo d’incanto che lo avvolgeva è stato scostato dalla mano dell’irriverenza e non si può più non pensare a come quelle schematiche storie da cui molti di noi hanno tratto insegnamento e sogni infantili, siano sempre state in realtà così rigide e prevedibili che la presa in giro stava dietro l’angolo. Bisognava solo avere il coraggio di farlo, azione compiuta dall’orco verde e dai suoi realizzatori, tra cui troviamo uno degli stessi stessi produttori, John h. Williams, che ha dato via a questo “Cenerentola e gli 007 nani”.
Scoprire che dietro la vita pubblica di un artista si annidino problemi spesso ancor più gravi, o almeno più intensi, di quelli della gente “comune” fa sempre notizia. Basti vedere le news più cliccate ogni giorno sulle home-page dei quotidiani: le confessioni dei vip (stranieri e non) che riguardano droga, cattive compagnie o abitudini sessuali. Prima che Marco Baldini scrivesse “Il giocatore, ogni scommessa è un debito”, il libro da cui è stato tratto questo film, in pochi conoscevano la sua “malattia del gioco”. Lo sapeva qualcuno a RadioDeejay da dove per quasi tutti gli anni ’90 diede la sveglia e non solo alle migliaia di ascoltatori dell’emittente meneghina, lo sapeva la sua famiglia che cercò di aiutarlo come poté e lo sapevano soprattutto gli strozzini, i grandi tesorieri della disperazione di chi gioca i soldi che non ha.
Mi piacerebbe copincollare quanto ha detto Mereghetti su questo film, la trovo un'analisi così perfetta che le mie parole non potrebbero fare di meglio. Riassumo. Muccino ci mette tante buone intenzioni, ma soprattutto ingenuità. Si vede che si è dato da fare, ha studiato e che a monte c'è la voglia di non fare un filmetto adolescenziale, ma non basta il continuo citare alto per fare qualcosa di apprezzabile. Soprattutto perchè questo collage di "scene che strizzano l'occhio a" (Kubrick, Truffaut, L'atlante, Bertolucci ect ect), sanno un pò di: "Che fichi questi registi, non posso non rendergli omaggio". Questo il peccato registico, che comunque non è poi così grave, o meglio, non appesantisce troppo il film (anzi complessivamente la regia non è male, soprattutto per un esordiente). Ciò che stona di più è la sceneggiatura: ogni personaggio per vivere deve essere spinto ai limiti e aver toccato con mano la tragicità: lui è cresciuto in una comunità di recupero e per riprendersi la sua identità ha bisogno (nella seconda parte del film9 che gli muoi un amico, la Crescentini ha avuto brutte esperienze da bambina (indovinate quali?) che la rendono ora "una bimba cattiva", la francese interpretata da una spagnola, ha invece sul groppone il suicidio dell'ex ragazzo. Insomma nessuna mezza tinta o situazione identificabile che possa far dire: "ah è vero, si parla di amore", ma storie ai limiti. . La trovata del poker è l'unico collante che poteva dare una conclusione al tutto, come già visto in 100 altri film. Alcune frasi poi sono di comicità involontaria. Comunque sia tra questo e i film adolescenziali di Moccia e mocciosi c'è un abisso.Ps: ormai quando guardo Muccino in motorino o che cerca di rimorchiare una che manco lo vede, non posso che pensare che a
Film femminile che come tutti i romanzetti rosa mette in campo un po' di personaggi infelici che non capiscono bene cosa fare della propria vita sentimentale. e per non renderli banali, ognuno ha la propria particolarità. La sessantenne sempre con la parola giusta che si gode la vita dopo "n" matrimoni, la moglie cinquantenne appena lasciata, la figlia trentenne lesbica, la solitaria allevatrice di cani che ha paura ad impegnarsi, il giovane tanti soldi e cuore che ama le donne mature, la frustrata insegnante molto sexy che il marito non apprezza diversamente da quanto fa un giovane alunno piuttosto smaliziato, ect ect. Ognuno come un buon gioco di tetris troverà la giusta situazione ed eliminerà la riga, passando al quadro successivo felice e contento. Fiera del buonismo dove nessuno sembra lavorare e la chiamata in causa di Jane Austen serve per dare una giustificazione di spessore a quelle che sembrano le sintesi di cinque romanzi Harmony. Proprio per questo a molta gente sarà piaciuto, ma per me non è cinema.
Quante volte chiacchierando di un qualche attore è successo che qualcuno, magari voi, lo abbia apostrofato come di uno che fa sempre lo stesso ruolo? Capita, ci sono attori che una volta trovato un certo feeling con il pubblico con un personaggio dal carattere particolare poi lo ripropongano in diversi contesti e magari con altri nomi, ma sempre cercando di andare incontro a quello che il pubblico si aspetta da lui per garantirsene il successo. In teoria non c’è nulla di male, l’importante è che queste interpretazioni siano riuscite, ma il “fa sempre lo stesso ruolo” suona sempre e comunque un pò dispregiativo, come di uno che non ha le capacità di fare altro. Mai quindi avremmo pensato di accostare “quella” frase a Jack Nicholson, ma da quando ha vinto l’Oscar con “Qualcosa è cambiato” nella parte del ricco scorbutico e bisbetico che ha bisogno di qualcuno di buono e comprensivo accanto per capire le vere priorità della vita, le commedie a cui prende parte potrebbero essere una il sequel dell’altra. Certo non possiamo dire che Nicholson non abbia le capacità di fare altro, in mezzo ci sono anche altri film come “The departed” (dove comunque riprende il diavolo di “Le streghe di Eastwick”), ma dal succitato film con Helen Hunt a questo “Non è mai troppo tardi” passando per l’amore di terza età di “Tutto può succedere” poco è cambiato per i suoi personaggi, giusto il contesto.
In attesa che Steven Spielberg e Harrison Ford ci presentino il quarto capitolo di Indiana Jones, il meglio che Hollywood offre agli appassionati di archeologia e arcani segreti legati alla storia sono le vicende di Ben Gates alias Nicolas Cage e dei suoi misteri dei templari prima (2004) e delle pagine perdute del diario degli assassini di Abramo Lincoln ora. Le ambizioni non sono certo quelle di rivoluzionare un genere, quello dell’avventura, come fece la trilogia sopra citata, ma quello di creare un grande fumettone per famiglie dove tutto appaia possibile e i continui cambi di location e gli improbabili riferimenti al passato riempiano qualsiasi vuoto o punto interrogativo della sceneggiatura. Una grande e rumorosa favola dove i cattivi non sono così cattivi, mamme e papà (il premio Oscar Helen Mirren e il già papà dell’archeologa Lara “Jolie” Croft, Jon Voigt) tornano assieme dopo trent’anni dopo aver scoperto assieme una città d’oro, le parolacce sono bandite, il presidente degli Stati Uniti è un’acculturata persona disponibile ad una chiacchierata tra amici nel fondo di una grotta nascosta e Buckingham Palace è sorvegliato come un motel dell’Arizona. Washington D.C., Parigi, Londra, il South Dakota: il mondo grande come un tragitto di una metropolitana di un piccola città dove si viaggia quasi col pensiero.
Ma quanti film americani hanno rappresentato Babbo Natale come un tizio con famiglia, preoccuppazioni e soprattutto il rischio che per qualche motivo gli sia levato il monopolio dicembrino della consegna regali? Sicuramente i tre film con Tim Allen, un pò il Grinch, forse qualcun altro, ora sicuramente Paul Giamatti che si ritrova con fratello secolarmente scontento della fama del fratello. Vince Vaughn, che con il regista Dobkin aveva già lavorato al carino 2 single a nozze, ha la giusta faccia da schiaffi, ma non salva un film prevedibilissimo nel suo volere essere natalizio a tutti i costi. Il premio Oscar Weitz viene utilizzata come l'ultima delle debuttanti. Si salvano due belle trovate: quella del gruppo di sostegno dei "fratelli di" (straordinaria) e l'autoironia di Kevin Spacey (anche lui..che ci fa qui?)sul suo ruolo di Lex Luthor in Superman Returns, quando afferma di aver sempre sognato la tutina del supereroe. Poi tanto carammelloso noioso (caramelloso non sarebbe per forza male). Anche la rappresentazione scenografica del Polo Nord è sempre la stessa, quasi che si utilizzasse lo stesso set di tutti i film sul tema. Peccato, i primi minuti, l'infanzia dei due fratelli, lasciava presagire qualcosa di più.. Ai bambini piacerà, solo che non potranno capire quelle che sono le battute più divertenti(quelle di cui ho scritto sopra)
Prima di diventare la fiera dell'ovvietà, "Diario di una tata" ha un buon inizio. Diciamo che i primi 10-15 minuti non sono niente male: ritmati e con trovate visive divertenti. Poi il tutto si piega verso una sorta di nuovo "il diavolo veste Prada" versione babysitter dove la Meryl Streep di turno è la bravissima Laura Linney e la vittima sacrificale è Scarlett Johansson. In più: un ragazzo che sembra stronzo, ma non lo è, un amore trovato sul pianerottolo, un bambino che si affeziona più alla tata che ai genitori (grande anche il Giamatti spesso inquadrato, bella idea, solo dai piedi). Quello che non c'era in Il diavolo veste Prada, è scopiazzato da "Le ragazze dei quartieri alti" (film con Brittany Murphy e Dakota Fanning del 2003). Si poteva fare una bella satira dei ricconi newyorkesi e dell'innaturale ruolo che le babysitter finiscono per svolgere in quei nuclei familiari, diventa purtroppo un filmetto scialbo e scontato per il quale neanche i bravi attori possono fare tanto (ps: c'è Alicia Keys. Non pensavo fosse così alta. Da una rapida ricerca fatta su Internet leggo 172cm). Mezzo flop negli Usa e a Venezia la Johansson non si è neanche presentata per accompagnarne la proiezione. Non ci credeva neanche lei. Da cassetta (o dvd?)
Posso dirlo che l'ho trovato banale/noioso/registicamente inutile/spilorcio in scenografie e costumi e antistorico?Ok, sul fatto della storia, poco male, non è dovere del film essere rigoroso in ambientazioni e soprattutto analisi degli eventi (che qui vengono raccontati come una favoletta o completamente tralasciati), ma sul resto...Comunque sia l'ho detto, le motivazioni di questo giudizio negativo si sono perse tra quelle di tanti altri film visti alla Festa del cinema di Roma, mi ricordo solo della banalità della simbologia della candela. Peccato per gli attori che mi piacciano e sono comunque bravi. Non è un film che non si può vedere, semplicemente non è interessante nè tecnicamente nè emozionalmente. In tanti in giro lo assolvono, bah.
Sarà che per capirlo sia necessaria una laurea in lettere antiche e una in filosofia, ma questo film l'ho trovato fimpossibile da giudicare secondo le mie competenze. Mi sono annoiato a morte durante la visione, ho riso in alcuni frangenti trovandolo un mix di generi inconciliabili (con gita in India che sa tanto Alberto Angela), ho colto alcuni riferimenti come quello a Nietzche e al superuomo, che si rivoltano contro la contestualizzazione nazista, ma tanti altri se non caduti nel vuoto, viaggiavano troppo alto (per me). Bah. Il mio amico/collega Diego Altobelli mi ha fatto notare come ci possa essere dietro a tutto il film una sorta di ricerca delle immagini correlate al "genere" e di come Coppola tenti durante il film di arrivare all'essenza del cinema attraverso le varie inquadrature. Lo fece, a mio avviso, meglio in Dracual. Comunque sia, si può apprezzare un film per le intenzioni?
Flash dalla festa (se posso li farò ogni volta che vedo un film). Il film che apre la Secoinda Festa del cinema di Roma è il remake del'omonimo di Melville del 1966. I primi quaranta minuti sono il festival del manierismo, tutto è sfacciatamente ipercostruto, misto (nelle sparatorie) al c inema action di Honk-Hong, e quindi un po' a Tarantino. Poi a poco a poco diventa più fluido (che la produzione abbia visto il primo girato e abbia detto: non si può andare avanti in questo modo? o è andata così, oppure la prima parte è un omaggio sfacciato all'originale ), salvo ritornare nel finale, a sembrare un musical coreograficco dove tutti si muovono artificiosamente. Due ore e quarantacinque sono troppe, per poter essere distruibito in Italia dovrà essere tagliato. La Bellucci con la sua recitazione forzata, è perfetta per il tono del film (senza scherzi, ci sta bene). Alcuni dialoghi belli, buona la descrizione alla Simenon del detective Blot, belle alcune sequenze, ma l'eisto complessivo è parecchia noia e un film che si dimentica subito. Peccato, il noir ha ancora il suo fascino e i francesio (vedasi 36) lo sanno anche fare bene.
Dopo il mai uscito (in Italia) “Paris, je t’aime”, ecco un altro film a poca distanza di tempo, che ha la capitale francese nel titolo. Merito del fascino romantico della città transalpina la cui semplice evocazione del nome riesce da sola a suscitare cuoricini e carezze. Con queste premesse, difficile che parlando di cinema si vada lontani dalla commedia. Nelle diverse 89 volte che Parigi ha fatto capolino sulle locandine italiane dei film poche volte è stato il contrario. Così è anche per “2 giorni a Parigi”. Scrive e dirige al suo debutto in tale veste, quella Julie Delpy, che proprio lì è nata e cresciuta, e che soprattutto meno di due anni fa, proprio lì ha interpretato “Prima del tramonto”, seguito del suo primo successo come attrice, “Prima dell’alba”. Per questa produzione low budget ha richiamato accanto a sé padre, madre, amici a parenti. Gli unici attori professionisti sono il coprotagonista Adam Goldberg e Daniel Bruhl ( il ragazzo di Goodbye Lenin) presente, comunque, solo con un cammeo.
Ok, i ragazzini americani, quando sono ricchi, spesso si annoiano (ricordate Traffic?). E così scimmiottano i vicini (in senso spaziale) borgatari. Quelli della delinquenza, quelli che rappano ect ect. Tramite il personaggio con la videocamera, che inizia e chiude il film, la Kopple rende chiaro fin da subito che quel che ha realizzato ha più intenti documentaristici/informativi/cronacistici che altro. Ed effettivamente è così. Il contenuto drammmaturgico è pressocchè assente, evitando anche la banalità di un canovaccio in cui la protagonista dopo essersi messa nei pasticci, se ne tira fuori con grandi difficoltà dopo aver imparato la lezione. mai scherzare col fuoco. Sotto questo punto di vista la scelta di finire lì dove il film ci si aspetta che inizi, non è male. Peccato che la "denuncia ", il senso di degrado cui è arrivata la civiltà più progredita (e cioè ad ergere a piacevole giocare con la morte solo per sfuggire alla noia) non scavi davvero a fondo, viziato forse da uno sguardo fin dall'origine borghese. La tesi è precostituita: questi ragazzi, e le loro famiglie, sono dei coglioni. E così i cattivi sono sì catttivi, ma hanno una loro morale, e la vita di periferia viene sempre vista con gli occhi dell'estraneo. Quel che il film voleva fare, e cioè riprendere il fenomeno e lasciar pensare, rimane fermo alle intenzioni (leggibili già dalla sinossi) e ad una sola, bella inquadratura: l'ultima (e cioè quando si pensa che il film stia per prendere davvero il via). Occasione mancata.Da noi esce giusto perchè la Hathaway è diventata, nei due anni che sono trascorsi da quando l'ha girato, famosa. L'ha comprato la Mediafilm, e credo che in home video qualche soldo ce lo farà (l'uscita estiva in sala invece lo penalizza)
Ispirato alla storia vera di come fu scoperta la più importante spia russa nell'FBI, The breach rimane vincolato a questo "realismo" di fondo per diventare un film abbastanza piatto e monocorde. A livello di snodi narrativi il film è piatto e quella ricerca di far risaltare uno pseudo cointrollo mentale (o comunque influenza) tra i due protagonisti (la spia e l'agente) sembra butatto lì per dare un po' di contenuto. Da apprezzare c'è giusto il volere evitare, grosso modo (ma non completamente) i soliti momenti di suspance legati alla bpossibilità che il protagonista positivo si scopra per azioni avventate, ma per il resto rimane un film davvero anonimo con una regia nient'affatto ispirata, che sppur punti sulla psicologia dei personaggi per dire qualcosa, non accompagna il tutto da scelte che facciano emergere dualismi interiori o un qualsivoglia conflitto. Personaggi schiacciati (il fatto di non conoscere le vere motivazioni che spinsero la spia a diventare tale diventa un "non punto di partenza" per dire altro) e sceneggiatura frettolosa (che spreca presto l'unico elemento interessante: e se l'indagine non fosse vera?). Il finale è un po' butatto lì. Peccato che Cooper (tormentato il giusto) nonstante l'Oscar di qualche anno fa, non venga sfruttato in film che mettano in rislato la sua bravura. Ryan Phillippe invece ancora non mi convince.
Tratto dall'omonimo romanzo d'appendice di Balzac, "La duchessa di Langeais" segna il ritorno alla regia di uno dei padri della Nouvelle Vague, l'ormai settantanovenne Jacques Rivette.
Cambiano gli sceneggiatori, cambia il regista, rimangono (logicamente) i libri della Rowling. I film su Harry Potter hanno sempre funzionato sia che a dirigerli fosse un intrattenitore puro come Chris Columbus (i primi due episodi) che un fine realizzatore come Alfonso Cuaron (il terzo) o un maestro delle commedie come Mike Newell (il quarto). La gente al cinema ci va comunque; se ha visto quattro film su Hogwarts e i suoi alunni di certo vedrà anche il quinto, il sesto e il settimo, l’ultimo.