Come un pacco di Natale (non a caso l’uscita americana è prevista per la notte del 25 Dicembre) la prima cosa che si nota di Dreamgirls è la confezione. Ispirato alla storia del trio canoro delle “Supremes” dal quale uscì la grande Diana Ross, questo spettacolo da venticinque anni è uno dei musical più apprezzati di Broadway. E così per cercare di ripetere il successo in versione grande schermo, la regia è stata affidata a quel Bill Condon che aveva scritto la sceneggiatura del pluripremiato Chicago, mentre il cast è stato composto cercando di raggruppare gli attori di colore più famosi e polivalenti del jet set: l’ormai anche cantante Jamie Foxx (il suo primo disco ha toccato le vette delle classifiche RnB), la famosa pop-star Beyoncé Knowles e la vincitrice dell’edizione 2004 di American Idol (ovvero il “Saranno Famosi” americano) Jennifer Hudson. Padri putativi dell’opera: Eddie Murphy e Danny Glover. E così prima ancora che il film sia uscito nelle sale già in tanti lo danno come favorito a marzo per gli Oscar...
Ed effettivamente sulla carta la nascita e il successo nella Detroit di fine anni ‘60 di queste tre ragazze prima chiamate“Dreamettes” e poi “Dreamers” gestite da un manager ambizioso e cinico è quanto mai interessante e musicalmente avvolgente. Jazz, blues, soul, gospel e rock sono cornici il cui ascolto di per sé è già emozione. Peccato però che Bill Condon non riempia di volta in volta le tele all’interno, lasciando tutto incompiuto. I suoi protagonisti cantano, cantano e cantano. E noi ci limitiamo a guardarli cantare, come guarderemmo un concerto o un videoclip fatto con pochi mezzi.
L’immagine non arricchisce la performance canora, ma si limita a riprenderla. Una staticità alla quale si cerca di ovviare montando e smontando la stessa scena con inquadrature diverse, senza però che ci sia un filo logico/concettuale che ne suggerisca le ragioni della scelta.
Emblema di questa difficoltà di Condon nel dare spessore alle scene madri è il grido di dolore della Hudson quando si rende conto di essere rimasta sola. Già coda di una canzone lunghissima, il suo lamento in uno studio ormai vuoto e abbandonato dalla sua ormai ex “famiglia” viene seguito fino alla fine alternando tutti i tipi di “piano” come una puntata del Festivalbar.
Tutto appare terribilmente prevedibile e annacquato, finendo col dilapidare quanto di buono ci sia, ovvero il buon inizio (in cui con poche sequenze vengono presentati tutti i temi che domineranno nel film: l’apparire, la logica degli affari, la gelosia, la solidarietà femminile), le interpretazioni degli attori (su tutti un Eddie Murphy nuovamente convincente dopo tanti flop) e un finale comunque commovente nella sua ovvietà. E così sciolto il nastro rosso, e tolta la carta fluorescente, di quel pacco natalizio rimane giusto la splendida colonna sonora.
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