Da quando l'italo-inglese (i genitori erano degli italani emigrati a Londra finiti a fare i gelatai) Anthony Minghella fece messa di Oscar (9) con il Paziente inglese, (era il 1997), cercare di realizzare grandi film fu per lui quasi un obbligo.Non poteva abbassare l'intensità del suo successo. I due successivi film, Il talento di Mr Ripley e Ritorno a Cold Mountain avevano così forti radici letterarie che tanto male non potevano diventare. Ne uscirono due lavori così così, soprattutto l'ultimo realizzato quasi appositamente nella sua pomposità per presentarsi nuovamente agli Oscar (e qualcuno lo prese, tipo alla Zellwegger). Quello che mancava però era un qualsiasi spunto autoriale, qualcosa che rifacesse pensare a quel Minghella famoso drammaturgo inglese degli anni 80', e autore di film intimi come Mister Wonderful. Ed indfatti seppur avesse continuato a scrivere sempre le sceneggiature delle sue pellicole, mai ne aveva portata sullo schermo qualcuna che avesse inventato lui di sana pianta.
Così accade invece per Complicità e sospetti, sua prima sceneggiatura originale in oltre vent'anni di carriera cinematografica. Un dramma intimista girato nella sua Londra, in uno di quei quartieri che segnaraono la sua infanzia e quelle di tanti altri figli di emigranti. Quelli che un tempo erano italiani e oggi sono bosniaci. Un quartiere da rivalutare, su cui vuole intervenire il novello architetto Jude Law assieme al suo socio Martin Freeman. E così lì aprono quello studio che dovrà servire da appoggio ai lavori che intraprenderanno con la propria ditta in tutta la zona. Ma se in un posto così degradato metti un locale pieno di computers nuovi, e tante altre cose luccicanti, che ti vengano a rubare dentro è cosa più che logica....
Partendo da questo spunto, conosciamo il mondo del protagonista. Un uomo che volente o dolente si lancia sempre in situazioni complicate, siano esse lavorative o sentimentali. Non riesce a stare ai magrgini, deve entrare nel territorio per conoscere. Un personaggio complesso che si muove su più direttive e che riesce a far fuggire da qualsiasi catalogazione questo lavoro. Integrazione, l'affetto fortissimo per i propri (e non) figli, l'amore cui si è legati come uno yo-yo, ch anche quando sembra troppo lontano e lento, in qualche modo si può riuscire a ritirare su. Minghella gioca perfettamente con i tempi cinematografici, dando il giusto peso alla metabolizzazioni delle emozioni e di quello che ne consegue. Gioca con le analogie affettive (Mamma svedese-figlia malaticcia; Madre bosniaca-figlio delinquente), ma anche metaforiche (l'integrazione ambientale e quella sociale), senza mai perdere di vista un molto bravo, e invecchiato (per l'occasione) Jude Law. Scopriamo così una piccola storia, per molti versi simili a quelle spesso raccontate dai cineasti francesi, se non fosse che qui il protagonista prende possesso delle proprie scelte, senza aspettare il destino o abbandonandosi a qualcosa andato male. Un film non solo ben scritto, ma anche girato. Si vedano in tal senso le belle scene casalinghe in cui l'intimità tra i due compagni si percepisce da un'inquadratura da dietro uno specchio o da un'ombra che si avvicina. Piccole scelte che l'occhio può anche non notare, ma che alla lunga fa apparire sincero il tutto. Bravo tutto il cast.
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