sabato, 22 marzo 2008

Sergio Rubini chiama a raccolta un altro suo conterraneo, il pugliese Riccardo Scamarcio, per un film ben fuori dalle sue corde, un thriller. Che Rubini sia coraggioso è indubbio, in Italia i tentativi che vanno fuori da quelli che ormai sono i generi italiani che tirano il botteghino (dalla commedia giovanilistica al cinepanettone, passando, ma tra alti e bassi, per i drammi familiari) sono pochi e spesso realizzati con una tale esiguità di budget che anche la migliore delle idee finisce per perdere molto del proprio potenziale, ma purtroppo anche la sua ciambella non esce con il buco.

Il triangolo amoroso alla base del suo racconto si incrocia con la il fascino dell’arte: la manipolazione della creatività, l’avidità, il successo, l’esigenza per un artista di far vedere e apprezzare le proprie opere. E’ proprio questa sua ambientazione così alta nei riferimenti che sgretola la vitalità della narrazione. La cornice è troppo ampia per questo noir piccolo nelle dinamiche e nelle immagini: a nuocerne è la credibilità dei personaggi, tutti così miseri nei pensieri e negli atteggiamenti da poter pensare che dentro vi si nasconda il fuoco della passione per la creatività e il bello. Le citazioni si ricorrono senza aggiungere nulla di nuovo a quanto già visto e in meglio. La rincorsa per il museo da Vestito per uccidere, il delitto impunito alla Matchpoint, la capacità di sedurre e muovere le coscienze di La condanna di Marco Bellocchio, passando per Hitchcock e tanti altri. Manca un estro, un’idea di cinema che vada al di là di un collage di spunti, o una capacità di scavare a fondo mettendo a nudo personaggi e, di riflesso, lo spettatore.

La sceneggiatura appare troppo lunga, e non pochi sono gli errori logici che potranno far capolino nelle menti dei più maliziosi. Perché non posare l’arma prima dell’incontro finale?Come avrebbe fatto il personaggio di Rubini a sapere che si sarebbe andati in una determinata direzione, quando molto era affidato al caso? Questi sono solo alcuni esempi.

Lo stesso Rubini poi si ritaglia il non facile ruolo del critico d’arte burattinaio senza averne la fisicità adatta (un uomo più grosso e malinconico anche nell’aspetto come, ad esempio, Depardieu sarebbe stato senza dubbio meglio), rendendo difficile anche le prove dei due giovani attori (la sua malvagità non sembra mai così inquietante da poterne capire anche il fascino).

pubblicata qui: http://www.cinemaplus.it/leggi-recensione.asp?id=2600


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