lunedì, 19 novembre 2007

Un film che ha come colonna sonora 33 canzoni dei Beatles parte già con un bel vantaggio rispetto ad un qualsiasi altro film. Se poi viene diretto da un genio come Julie Taymor, ecco allora che il capolavoro è compiuto. Chi scrive utilizza questo termine contravvenendo a due regole non scritte della critica: mai utilizzare aggettivi massimi (e cioè capolavoro) e mai iniziare una recensione dando il giudizio: il lettore non avrà voglia di leggere il resto. Il fatto è che così come ci si emoziona durante il film in questione, così si è felici di ripensarci e parlarne dopo davanti ad un foglio Word che attende di essere riempito e che, si spera, possa invogliare chi legge a recarsi al cinema.
“Across the universe” è un film che va al di là di qualsiasi catalogazione. Non è un musical in senso stretto: le canzoni utilizzate non solo sono di avvenimenti e atmosfere degli anni 60 e 70, ma anche filo narrativo di una storia d’amore già di per sé interessante. A queste si fondono le immagini facendo diventare il tutto una vera e propria opera d’arte, uno stimolo multiforme fatto di colori, figure, evocazioni e movimenti che non ha termini di paragone nell’arte contemporanea se non nella video arte. Ogni fotogramma ha una costruzione simile a quella di un dipinto, ma dal quale si eleva per l’elemento sonoro. Si pensi alle straordinarie sequenze di Strawberry Fields o di Mr Kite. Le canzoni dei Fab Four funzionano perfettamente nei loro nuovi arrangiamenti e riescono a rievocare l’intero panorama musicale di quegli anni, dal gospel al rock, dal pop alla lirica: le musiche sono del marito della Taymor, il premio Oscar (per Frida) Elliott Goldenthal. E citati sono anche personaggi simbolo dell’epoca: Janis Joplin, Jimi Hendrix e un Joe Cocker che appare davvero (in più i camei di Bono e di Salma Hayek). Per costruire questo mondo che ebbe in NewYork il proprio epicentro, i riferimenti visuali diventano le bambole di Peter Schumann, le cover degli album delle band dell’epoca, ”Hair” e il teatro come luogo in cui tutti possono entrare in scena e dopo due passi trovarsi al centro dell’attenzione. Si canticchia seguendo la storia, si aspettano i cori e i contro cori in ogni canzone in cui siamo abituati ad ascoltarli, ma soprattutto si rimane affascinati dalla capacità di questa regista, così visionaria e allo stesso tempo ancorata alla realtà (intesa come Storia: che si ripete, che scorre), di inventare quadri e creare emozionanti percorsi mentali per associazioni di idee. I suoi attori sono tutti perfetti, interpreti e allo stesso tempo cantanti in presa diretta (quel che si sente è sempre la loro voce in quel momento, nessuna registrazione). Divertenti le scelte dei nomi dei protagonisti e impossibile non accompagnare “Lucy in the sky with diamonds” dalle immagini dei titoli di coda. Se all’inizio si è utilizzata la parola capolavoro è per questo: quanti altri film in futuro sapranno sintetizzare con la stessa efficacia e bellezza quel mondo raccontato da “Across the universe”? Quanti film musicali avranno più inventiva, più studio dietro ad ogni scelta, più allegria e gioia di vivere rispetto a questo? Forse qualcuno potrà trovare il tutto, in alcuni frangenti, ripetitivo o forzato nel suo sviluppo, ma sarebbe un appunto che non guarda in profondità. Quando la quantità è di momenti riusciti, come accade in questo film, annoiarsi è un insulto alla fantasia.

La frase:
- "Avete buona memoria per i visi?"
- "Si, perché?"
- "In bagno non c’è lo specchio."

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/acrosstheuniverse.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 15:16
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mercoledì, 12 settembre 2007

 

Cercato, voluto, ottenuto.


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sabato, 17 marzo 2007

Da oggi i gurati degli IOMA(www.ioma.it)  voteranno per ogni categoria i migliori 5 film della stagione. Inutile dirvi quale il mio preferito, un vero capolavoro, di cui ho scritto abbondantemente (x leggere basta cliccare a sinistra su capolavoro), ma non sufficientemente. Proprio questa settimana è uscito in dvd, che lo vedano tutti.


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mercoledì, 03 gennaio 2007

Chi mi conosce al di là del blog conosce  bene la passione che mi lega a tutto il cinema dei fratelli Coen. Ieri sera han riproposto  su Rete4 quello che è a mio avviso il loro più grande film (non dico capolavoro perchè per me la parola capolavoro ha un significato che chiama in causa anche gli effetti che questo ha sul o per il cinema): Fratello, dove sei? Visto che in questo momento non ho proprio il tempo per scriverne una recensione o un commento abbastanza articolato da spiegare tutte le ragioni per cui lo immenso, ma desidero fare solo un tributo, metto qui un video (eccezionale) e una bella recensione che apparve sul Sole24 Ore di Luigi Paini (manca però nel suo commento un accenno a quello che è uno dei temi principali del film: la colpa e il perdono)  :"Si divertono tutti, a vedere Fratello, dove sei? di Joel ed Ethan Coen (il primo firma come sempre la regia, il secondo produce e da il suo fondamentale apporto alla sceneggiatura). Passano due ore di quieta, rilassante, tonificante sospensione dalle angosce della vita quotidiana gli spettatori comuni, quelli che, com’è loro sacrosanto diritto, chiedono al cinema soprattutto prelibate "fette di torta"; ma se la spassa alla grande anche il critico più esigente, l'appassionato capace di guardare ogni immagine in filigrana, alla ricerca della citazione d'autore e del tocco di magia. Raccontando le vicissitudini di un moderno Ulisse (George Clooney) e dei suoi due sgangherati compagni (John Turturro e Tim Blake Nelson), in fuga dalle patrie galere nell'America della Grande Depressione, i fratelli Coen si ispirano al modello omerico (ma, assicurano, «mai letta l' Odissea»...) e intanto spingono forte sul pedale della commedia. Una serie di buffe stazioni "on the road", con un vate cieco che predice il futuro allontanandosi su un carrello ferroviario, la moglie Penny (un po' fedifraga, per la verità) da raggiungere alla fine del viaggio, un Polifemo ciccione che vende Bibbie e mena fendenti, le belle sirene, gli orchi del Ku Klux Klan, i politici corrotti, e ancora, ancora, ancora, in un crescendo di trovate fantastiche. E poi, giusto per chi lo vuole e lo apprezza, ma senza farlo pesare, c’è il supertocco di classe. Tutto il film è un omaggio a un altro film(I dimenticati, di Preston Sturges), il cui personaggio principale era un regista desideroso di girare - pensate un po'! - una pellicola intitolata Fratello, dove sei?... Giro girotondo, il buon cinema alimenta il buon cinema: soprattutto perché Sturges e il suo eroe guardavano loro stessi a un altro vate, protettore di tutti gli amanti del divertimento sul grande schermo: l'inarrivabile, unico, irripetibile Ernst Lubitsch "


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sabato, 25 novembre 2006

Venezia 5 Settembre-Poco dopo la proiezione per la stampa di “I figli degli Uomini” incontriamo il al terzo piano dell’hotel Excelsior qui al Festival di Venezia” ,l’attore protagonista Clive Owen. Nonostante visivamente ricordi un poco Bobo Vieri, lo stile ci ricorda che non può che essere inglese: vestito blu e camicia bianca e barba perfetta…

 

Il suo regista, Alfonso Cuaron ha detto che spesso lei ha collaborato alla scrittura delle scene...

 

Si, è senza dubbio il film in cui mi sono sentito più coinvolto. Ed è dimostrato dal fatto che con Alfonso continuiamo a parlarne anche adesso che il film è concluso. E’ probabile che nell’edizione in dvd cambi qualcosa e questo proprio perchè ci sentiamo ancora dentro al progetto.

 

Che senso le ha fatto vedere questa Londra così grigia?

 

Era essenziale per dare questo senso “tragico” alla storia. Londra doveva si rappresentare l’unica città con un minimo di organizzazione, ma anche un posto triste, quasi senza speranza. Per farla essere coerente con la situazione l’abbiamo quindi dovuta sembrare patetica. Poi certo io stavo sul set quindi non so tutte le difficoltà che ci sono state per renderla così, ma la sensazione era davvero di un luogo apocalittico.

 

Anche il suo personaggio sembra voglia dare la stessa sensazione di disturbo...

 

Si, ci serviva un personaggio senza ideali, che avesse lasciato tutto quello in cui credeva un tempo, e che ancora oggi si trova costretto a prendere delle scelte, ma non è mosso da grandi ideali. E’ un essere umano in guerra, un alienato.

 

Difficoltà incontrate sul set?

 

Si, qualcuna, ma nulla di impossibile da superare. Tutto nella normalità. Alcune scene erano molto complicate, ma poi lì è la bravura del regista a fare la differenza, e penso che l’abbia fatta.

 

Ed il suo rapporto con le infradito (le indossa in una lunga scena di guerra del film)?

 

A casa ne avevo due paia che ho buttato a fine riprese. Non sono le calzature più comode per zone di guerra...

 

Lei è uno dei pochi attori affermati a livello planetario che non è andato a vivere ad Hollywood, nè tanto meno in America. Cosa la spinge a rimanere a Londra?

 

I miei figli: quando uno lavora come lavoro io, poter stare sempre vicino ai propri figli è fondamentale. Non si hanno veri e propri orari e così bisogna essere sempre pronti a sfruttare un momento libero per passarci del tempo assieme. Poi in questo caso  ho avuto la grande fortuna di girare a Londra, quindi sono stati anche con me sul set in più momenti.

 

Ma Hollywood com’è?

 

Io per anni ho lavorato in Inghilterra, è stato molto bello edè lì che ho fatto le mie esperienze. Poi ho avuto l’opportunità del cinema americano ed anche lì ho incontrato, almeno fino ad adesso, dei  registi eccezionali, tutti in grado di migliorarmi.

 

Il suo rapporto con la notorietà. Lei non è un tipo da gossip...

 

Si, è vero. Perrò non credo di essere neanche una persona in cerca di visibilità. Credo che se uno fa bene il proprio lavoro non ha bisogno di essere al centro dell’attenzione per altre ragioni. Quando non sono sui set preferisco stare con la mia famiglia, e piuttosto che uscire e rischiare di far mettere gli occchi di tutti sui miei figli, rimango in casa o comunque in posti riservati. Non lo vedo comunque come un limite, mi piace che sia così.

 

Posti riservati in cui avrà visto il campionato del mondo di calcio...

 

Si, è stato tremendo. Noi inglesi non abbiamo giocato bene, lo facevamo senza gioia, senza fantasia, però nessuna squadra ha giocato davvero  bene tutte le partite.  Ed uscire così dopo aver comunque giocato meglio del nostro avversario tedesco, è stato un brutto colpo. Ancor più brutto poi è ricevere la chiamata di Spike Lee che mi sfotteva di tutto questo. E’ stata la prima persona che ho sentito quando siamo usciti, e non la smetteva di sfottermi. Spero che il Liverpool quest’anno mi rifaccia sorridere almeno in Premier, anche se la vedo dura.

 

Ma continua anche a giocarci a calcio adesso che è famoso, o si limita a guardalo alla tv?

 

Ci gioco. In giardino con mia figlia. Un ottimo portiere!

 

Com’è stato recitare con Michael Caine alias John Lennon?

 

E’ qualcosa di indescrivibile vedere recitare Michael Caine. Lui è sulla breccia da 40 anni, e fa sempre dei ruoli eccezionali. Lui in questo caso ha voluto fare questo personaggio, è lui che l’ha costruito così. Un maestro davvero.

 

 

Parteciperà al sequel di Sin City?

 

Credo che debba ancora essere finitio di scrivere, ma non credo che ci sarò.

 

Altri progetti futuri ?

 

Adesso dopo due anni quasi senza sosta, sono in vacanza. Devono uscire un paio di film cui ho lavorato, ma in questo momento non ho davvero alcun progetto nè proposta. Ho bisogno di un poco di relax e di stare con la mia famiglia.

 

Relax che sicuramente rimanderà a dopo il tour promozionale che sta intraprendendo per questo (bellissimo)film.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 10:47
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martedì, 21 novembre 2006

Alla base di ogni discorso riguardante “Children of men” bisogna partire dal cosa ci voleva narrare Cuaron.

Un film sull’umanità, sul mondo di oggi. Il suo futuro, il 2027, è in realtà il nostro presente. Un mondo in cui Bush e l’amministrazione americana spendono milioni di dollari per predicare l’astinenza sessuale fino ai 30 anni, dove gli attentati sono all’ordine del giorno, dove la guerra non fa più notizia perché sempre da qualche parte si combatte, dove i giornalisti vengono sequestrati e torturati,  dove immigrati pakistani e afgani di seconda e terza generazione fanno attentati nella capitale cosmopolita per eccellenza: Londra, dove molti governi occidentali adottano sempre più norme restrittive su immigrazione e sicurezza, dove i dissidenti interni valgono le brigate rosse di un tempo e perseguono i propri fini senza alcun scrupolo morale. Un mondo che se non è in crisi adesso, ha tutti i presupposti per esserlo in un futuro prossimo, dove l’inquinamento atmosferico porta a squilibri dei nostri organismi.

Situazioni che allo stesso tempo sono cause e conseguenze di una divisione sempre più marcata tra etnie e classi sociali. Abitiamo tutti lo stesso pianeta, ma non ce ne ricordiamo, anche se (e qui si entra nel film) da 18 anni non nasce un bambino. E continuiamo a farci la guerra.

Problemi enormi, che però hanno un’unica matrice: siamo tutti figli di qualcuno, tutti discendiamo da quella prima coppia (che sia Adamo ed Eva o Mohamed e Nadia o chiunque altro) che mise al mondo un figlio.

Cuaron sceglie di partire dalla soluzione, dalla gravidanza, per affrontare tutte queste altre problematiche. Lui prende il bambino, il “centro”, la possibile soluzione di ogni situazione, perché sa che avendolo tra le braccia parlerà di tutto il resto. Parlerà di come il mondo potrà diventare, ma ricordando anche come gli  uomini nel fondo del loro cuore continueranno ad essere uomini, persone con un cuore che si fanno da parte e lasciano che i vagiti di un bambino risuonino al silenzio, come una messa su di un carro armato.

Ecco quindi un film sull’umanità, un film in cui di qualsiasi “razza” si sia, ci si dà da fare per aiutare il bambino a venire alla luce: zingari, russi, inglesi, neri, bianchi….anche nella situazione più impossibile, l’umanità resiste. Questo è il “centro” di Cuaron. Un film sugli uomini, che non si preoccupa di dare una soluzione per ognuno dei tanti problemi, ma di dare “la” soluzione: ricordiamoci che siamo tutti uomini.Una considerazione così banale, ma che si perde speso di vista e che basterebbe mettere in pratica (seppur utopistica) per avere buona parte dei problemi, se non tutti, risolti. Lei è nera e immigrata, ma tutto passa in secondo piano dal momento che ha un figlio, il primo dopo 18 nani.

E’ chiaro che Cuaron si rifaccia in tal senso alla simbologia cristiana, seppur con delle importanti distinzioni.

L’annuncio della gravidanza è fatta in una stalla, ma stavolta non ci sono bue e asinello, ma mucche (si preannuncia così che il nuovo “Gesù” sarà femmina). La madre non una vergine, non Maria, ma una prostituta, Maria Maddalena. La fuga non è nel deserto in mezzo al controllo romano, ma in un ambiente sempre disastratoin cui ognuno cerca di adattarsi o fuggire da chi governa.

 

Questo contenuto, ed è qui che Cuaron entra davvero in gioco, è reso nel “nostro” linguaggio. Come vediamo la guerra oggi? La vediamo dalla televisione, dai reportage di guerra di tanti operatori.

E Cuaron così fa una scelta: sceglie di essere (o sceglie che lo spettatore diventi)  quell'operatore/giornalista che riprende ciò che succede. Non è mai inquadrato, è un personaggio invisibile, è i dieci, cento, mille giornalisti che con una videocamera digitale  che ogni giorno documentano la guerra in Afghanistan, in Iraq, in Darfur (qui saranno due però al massimo).Loro sono la telecamera, quelli che non fanno montaggio perché hanno un unico punto di vista per ogni scena, che non scelgono cosa far vedere, ma che guardano e basta (ecco la spiegazione concettuale dei tanti e magnifici piani sequenza). Tu non li vedi ma sai che stanno lì. Ogni giorno entrano nelle nostre case con quelle immagini e ci raccontano quello che succede a qualche centinaia di kilometri da noi. E così le soggettive non sono quelle di Owen, ma quelle di questo operatore, che si gira quando vede i lanci di oggetti dalla finestra, si allontana dal divano quando capisce che il dialogo tra Clive Owen e Micheal Caine non è interessante per il suo reportage, ma poi si riavvicina di scatto quando sente nominare “progetto umanitario” (però era solo una barzelletta…)Il suo scopo è seguire quel che succede, la ragione del suo “reportage” è capire che succede non nella vita di un uomo, ma nella vita di tutti gli uomini. Lui riprende la “Storia” , quella che scopriremo dopo sarà l’inizio di un nuovo mondo. E così gli può capitare del sangue sull’obiettivo, può scansarsi se ha paura di essere sotto tiro. E’sempre lì, accanto a Clive Owen, ma non ne prende mai il posto se non nell’ultima scena, sulla braca, quando ormai “la” storia è arrivata a conclusione. E non è sempre lo stesso operatore, certe volte rimane sul ciglio di una strada dopo un lunghissimo piano sequenza (dopo l’assassinio della Moore, scende dalla macchina quando i due poliziotti fanno fermare la macchina, e non ci risale dopo l’uccisione dei due), altre volte è l’operatore di “Al Qaeda” che punta luci gialle negli occhi di un Clive Owen sequestrato dai Pesci. Lui è l’operatore, lui è le immagini che conosciamo, è il mondo che siamo abituati a vedere in tv, è le immagini che vedremmo in un telegiornale nel 2027 o, chi lo sa, nel 2008.

Cuaron ce lo dice fin dall’inizio. Le prime immagini infatti sono quelle di un telegiornale. Il film inizia con la notizia della morte del ragazzo più giovane sulla Terra. In quel lungo piano sequenza, che si conclude con l’esplosione del bar, Cuaron condensa già buona parte delle tematiche del film, portando lo straordinario nell’ordinario. La tv, strumento mediatico per eccellenza di cui tutti si fidano (tant’è che Cuaron inizia dalla televione anche altre due scene prima della rivelazione della gravidanza), una collettività che si riunisce sotto ad apprendere con gli occhi lucidi la tragedia (c’è quindi l’umanità delle persone, e la consapevolezza di un problema comune), l’attentato (che non ha bisogno di spiegazioni, visto che già è stato capito il clima che regna). Tutto condensato in un’unica scena: tutto è unito, da una cosa dipende l’altra.

Certo, dire come si è detto prima, che non viene scelto cosa far vedere è un’esagerazione, un “trucco” con cui Cuaron cerca di aggirare quella possibile critica di virtuosismo fine a se stesso che qualcuno potrebbe rivolgergli. Lui sa sempre cosa far vedere, e dietro c’è sempre una ragione. Per quanto pomposo e spettacolare, non sovrappone mai i mezzi a disposizione. La fotografia ci dice uno stato d’animo, il sonoro un’esplosione, o la visione di un bambino che piange e che viene fuori da un palazzo “zeppo di guerra”. Di spalle infatti seguiamo i due protagonisti uscire,Sappiamo cosa hanno in mano, sappiamo perché i soldati si fermano, ma  non lo vediamo. Ci basta il pianto del piccolo e gli occhi di chi abbiamo frontale rispetto a noi, un’apertura delle acque (che poi si richiudono dopo poco) di quel Mar rosso, che qui è rosso sangue.

E così il finale,con quella scritta ,"Tomorrow" della nave, che non è solo la speranza, ma anche una didascalia, un "dieci anni dopo" che viene riempito dalle voci dei bambini fuori campo che chiudono la pellicola, è un altro esempio di secchezza narrativa. Tomorrow+ voci di bambini= il domani sarà roseo, almeno se la gente si ricorderà, come il titolo riproposto sottolinea, che siamo tutti “figli degli uomini”.

 

E così, dire che I figli degli uomini è un capolavoro, non è un azzardo e’ capolavoro  perchè parla più che mai dell'oggi (senza tralasciare nulla), nella forma più incisiva e comprensibile con cui si può parlare dell'oggi. E' perfetta fusione tra contenuto e forma, in un momento in cui parlare di questo “contenuto” è difficile se non impossibile. Eppure Cuaron, presuntuoso quanto si voglia, ma senza dubbio efficace, esce fuori dalle ideologie spicciole per fare un film universale, che tocca tutti, nessuno escluso.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 10:49
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giovedì, 16 novembre 2006

Quando cerchiamo un film da vedere o un libro da leggere spesso ci affidiamo alla ricerca per "generi" (che sia fatta con Internet o in altra maniera è uguale), e quando scegliamo per la "fantascienza", pensiamo a qualcosa che non potrà mai accadere se non nell'immaginazione di qualcuno. Ma se poi quanto descritto in questi lavori accade sul serio, queste opere passano sotto nuove denominazioni? Sarebbe bello saperlo, anche se, nel caso specifico, si spera che quanto descritto in "I figli degli uomini" non succeda mai.

Siamo infatti nel 2027 e il grande problema di tutto il pianeta è l'infertilità degli umani. Non si riescono a fare bambini, il più giovane è appena morto ed aveva già 18 anni. Ogni nazione cerca di salvaguardare i propri territori, le frontiere sono ipercontrollate e gli immigrati irregolari trattati alla stregua degli ultimi dei criminali. A Londra l'ex attivista, ormai triste burocrate Theo (Clive Owen) si trova però tra le mani la possibilità di dare nuova speranza all'intera umanità. Una profuga con cui viene in contatto infatti è incinta…

Ispirato all'omonimo libro della scrittrice inglese P.D. James scritto nel 1992, il film diretto e co-sceneggiato dal messicano Alfonso Cuaron è una storia apocalittica su una delle possibili rotte che il futuro dell'umanità potrebbe intraprendere. Poco più di un anno fa gli attentati alle metro di Londra, quest'estate invece quelli sventati per poco agli aeroporti sempre organizzati da immigrati ormai da un paio di generazioni cittadini inglesi. La scelta quindi della capitale del multiculturalismo non è casuale ai fini della lettura della storia immaginata. Prevedendo un rigurgito di nazionalismo, dove il mantenimento della purezza della "razza" si suppone possa favorirne lo sviluppo (in questo caso superare il problema della fertilità) si ricorda che quella occidentale è una civiltà in declino che non fa figli (tutti gli inglesi del film sono bianchi, nonostante la realtà delle cose dica altro) .Solo con la "contaminazione" ci sarà un futuro, ricordando poi che se non saranno degli "stranieri" a fare attentati, a progettali saranno comunque dei dissidenti interni.

Un film sull'umanità che si limita ad evocare le atmosfere catastrofiche che spesso abbiamo il timore possano avverarsi. Poco viene spiegato in modo che tutto torni nella mente dello spettatore (differentemente dal libro ben più complesso e "politico"), c'è qualche incongruenza della sceneggiatura, ma appare una scelta abbastanza decisa degli autori. Al centro della narrazione non c'è però la descrizione di questo "nuovo/vecchio" mondo, ma il personaggio di Owen, un "non eroe" che si trova costretto suo malgrado a prendere continuamente decisioni che appaiono forzate. Attraverso lui conosciamo quel tanto che basta per capire perché si comporti in quel modo in momento. E tanto basta. Cuaron lo tiene sempre in scena, lo segue spesso come un reporter di guerra farebbe con un gruppo di militari impegnati in un raid. E così spesso lo perde di vista riprendendolo poi di spalle mentre si allontana correndo non riuscendone mai a catturarne un primo piano. Una contaminazione di stili, che ha nella forza dei lunghi "piano-sequenza" (sequenze costruite da un'unica inquadratura senza stacchi di montaggio) gli apici della suspance creata. E non è importante se l'obiettivo si sporca di macchioline di sangue: siamo abituati a vedere la guerra con i servizi televisivi quindi l'effetto finale è semplicemente più realistico e avvincente (mentre ha dichiarato Cuaron che è stato inizialmente un "errore" impossibile da sistemare). Complice è una colonna sonora composta da pezzi moderni e del recente passato, elemento che rende tutta la storia ancora più vicina al presente di quanto si possa immaginare sarà il 2027.

La frase: "Non nasce un bambino da 18 anni e tu lo vuoi chiamare Froley?".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/ifiglidegliuomini.htm



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