Alla base di ogni discorso riguardante “Children of men” bisogna partire dal cosa ci voleva narrare Cuaron.
Un film sull’umanità, sul mondo di oggi. Il suo futuro, il 2027, è in realtà il nostro presente. Un mondo in cui Bush e l’amministrazione americana spendono milioni di dollari per predicare l’astinenza sessuale fino ai 30 anni, dove gli attentati sono all’ordine del giorno, dove la guerra non fa più notizia perché sempre da qualche parte si combatte, dove i giornalisti vengono sequestrati e torturati, dove immigrati pakistani e afgani di seconda e terza generazione fanno attentati nella capitale cosmopolita per eccellenza: Londra, dove molti governi occidentali adottano sempre più norme restrittive su immigrazione e sicurezza, dove i dissidenti interni valgono le brigate rosse di un tempo e perseguono i propri fini senza alcun scrupolo morale. Un mondo che se non è in crisi adesso, ha tutti i presupposti per esserlo in un futuro prossimo, dove l’inquinamento atmosferico porta a squilibri dei nostri organismi.
Situazioni che allo stesso tempo sono cause e conseguenze di una divisione sempre più marcata tra etnie e classi sociali. Abitiamo tutti lo stesso pianeta, ma non ce ne ricordiamo, anche se (e qui si entra nel film) da 18 anni non nasce un bambino. E continuiamo a farci la guerra.
Problemi enormi, che però hanno un’unica matrice: siamo tutti figli di qualcuno, tutti discendiamo da quella prima coppia (che sia Adamo ed Eva o Mohamed e Nadia o chiunque altro) che mise al mondo un figlio.
Cuaron sceglie di partire dalla soluzione, dalla gravidanza, per affrontare tutte queste altre problematiche. Lui prende il bambino, il “centro”, la possibile soluzione di ogni situazione, perché sa che avendolo tra le braccia parlerà di tutto il resto. Parlerà di come il mondo potrà diventare, ma ricordando anche come gli uomini nel fondo del loro cuore continueranno ad essere uomini, persone con un cuore che si fanno da parte e lasciano che i vagiti di un bambino risuonino al silenzio, come una messa su di un carro armato.
Ecco quindi un film sull’umanità, un film in cui di qualsiasi “razza” si sia, ci si dà da fare per aiutare il bambino a venire alla luce: zingari, russi, inglesi, neri, bianchi….anche nella situazione più impossibile, l’umanità resiste. Questo è il “centro” di Cuaron. Un film sugli uomini, che non si preoccupa di dare una soluzione per ognuno dei tanti problemi, ma di dare “la” soluzione: ricordiamoci che siamo tutti uomini.Una considerazione così banale, ma che si perde speso di vista e che basterebbe mettere in pratica (seppur utopistica) per avere buona parte dei problemi, se non tutti, risolti. Lei è nera e immigrata, ma tutto passa in secondo piano dal momento che ha un figlio, il primo dopo 18 nani.
E’ chiaro che Cuaron si rifaccia in tal senso alla simbologia cristiana, seppur con delle importanti distinzioni.
L’annuncio della gravidanza è fatta in una stalla, ma stavolta non ci sono bue e asinello, ma mucche (si preannuncia così che il nuovo “Gesù” sarà femmina). La madre non una vergine, non Maria, ma una prostituta, Maria Maddalena. La fuga non è nel deserto in mezzo al controllo romano, ma in un ambiente sempre disastratoin cui ognuno cerca di adattarsi o fuggire da chi governa.
Questo contenuto, ed è qui che Cuaron entra davvero in gioco, è reso nel “nostro” linguaggio. Come vediamo la guerra oggi? La vediamo dalla televisione, dai reportage di guerra di tanti operatori.
E Cuaron così fa una scelta: sceglie di essere (o sceglie che lo spettatore diventi) quell'operatore/giornalista che riprende ciò che succede. Non è mai inquadrato, è un personaggio invisibile, è i dieci, cento, mille giornalisti che con una videocamera digitale che ogni giorno documentano la guerra in Afghanistan, in Iraq, in Darfur (qui saranno due però al massimo).Loro sono la telecamera, quelli che non fanno montaggio perché hanno un unico punto di vista per ogni scena, che non scelgono cosa far vedere, ma che guardano e basta (ecco la spiegazione concettuale dei tanti e magnifici piani sequenza). Tu non li vedi ma sai che stanno lì. Ogni giorno entrano nelle nostre case con quelle immagini e ci raccontano quello che succede a qualche centinaia di kilometri da noi. E così le soggettive non sono quelle di Owen, ma quelle di questo operatore, che si gira quando vede i lanci di oggetti dalla finestra, si allontana dal divano quando capisce che il dialogo tra Clive Owen e Micheal Caine non è interessante per il suo reportage, ma poi si riavvicina di scatto quando sente nominare “progetto umanitario” (però era solo una barzelletta…)Il suo scopo è seguire quel che succede, la ragione del suo “reportage” è capire che succede non nella vita di un uomo, ma nella vita di tutti gli uomini. Lui riprende la “Storia” , quella che scopriremo dopo sarà l’inizio di un nuovo mondo. E così gli può capitare del sangue sull’obiettivo, può scansarsi se ha paura di essere sotto tiro. E’sempre lì, accanto a Clive Owen, ma non ne prende mai il posto se non nell’ultima scena, sulla braca, quando ormai “la” storia è arrivata a conclusione. E non è sempre lo stesso operatore, certe volte rimane sul ciglio di una strada dopo un lunghissimo piano sequenza (dopo l’assassinio della Moore, scende dalla macchina quando i due poliziotti fanno fermare la macchina, e non ci risale dopo l’uccisione dei due), altre volte è l’operatore di “Al Qaeda” che punta luci gialle negli occhi di un Clive Owen sequestrato dai Pesci. Lui è l’operatore, lui è le immagini che conosciamo, è il mondo che siamo abituati a vedere in tv, è le immagini che vedremmo in un telegiornale nel 2027 o, chi lo sa, nel 2008.
Cuaron ce lo dice fin dall’inizio. Le prime immagini infatti sono quelle di un telegiornale. Il film inizia con la notizia della morte del ragazzo più giovane sulla Terra. In quel lungo piano sequenza, che si conclude con l’esplosione del bar, Cuaron condensa già buona parte delle tematiche del film, portando lo straordinario nell’ordinario. La tv, strumento mediatico per eccellenza di cui tutti si fidano (tant’è che Cuaron inizia dalla televione anche altre due scene prima della rivelazione della gravidanza), una collettività che si riunisce sotto ad apprendere con gli occhi lucidi la tragedia (c’è quindi l’umanità delle persone, e la consapevolezza di un problema comune), l’attentato (che non ha bisogno di spiegazioni, visto che già è stato capito il clima che regna). Tutto condensato in un’unica scena: tutto è unito, da una cosa dipende l’altra.
Certo, dire come si è detto prima, che non viene scelto cosa far vedere è un’esagerazione, un “trucco” con cui Cuaron cerca di aggirare quella possibile critica di virtuosismo fine a se stesso che qualcuno potrebbe rivolgergli. Lui sa sempre cosa far vedere, e dietro c’è sempre una ragione. Per quanto pomposo e spettacolare, non sovrappone mai i mezzi a disposizione. La fotografia ci dice uno stato d’animo, il sonoro un’esplosione, o la visione di un bambino che piange e che viene fuori da un palazzo “zeppo di guerra”. Di spalle infatti seguiamo i due protagonisti uscire,Sappiamo cosa hanno in mano, sappiamo perché i soldati si fermano, ma non lo vediamo. Ci basta il pianto del piccolo e gli occhi di chi abbiamo frontale rispetto a noi, un’apertura delle acque (che poi si richiudono dopo poco) di quel Mar rosso, che qui è rosso sangue.
E così il finale,con quella scritta ,"Tomorrow" della nave, che non è solo la speranza, ma anche una didascalia, un "dieci anni dopo" che viene riempito dalle voci dei bambini fuori campo che
chiudono la pellicola, è un altro esempio di secchezza narrativa. Tomorrow+ voci di bambini= il domani sarà roseo, almeno se la gente si ricorderà, come il titolo riproposto sottolinea, che siamo tutti “figli degli uomini”.
E così, dire che I figli degli uomini è un capolavoro, non è un azzardo e’ capolavoro perchè parla più che mai dell'oggi (senza tralasciare nulla), nella forma più incisiva e comprensibile con cui si può parlare dell'oggi. E' perfetta fusione tra contenuto e forma, in un momento in cui parlare di questo “contenuto” è difficile se non impossibile. Eppure Cuaron, presuntuoso quanto si voglia, ma senza dubbio efficace, esce fuori dalle ideologie spicciole per fare un film universale, che tocca tutti, nessuno escluso.