Calcetto: per numero di tornei organizzati siamo il primo Paese al mondo, per giocatori il secondo, ma giusto perché in Brasile è arrivato prima e ha anche una popolazione ben maggiore della nostra. Insomma per molti di noi italiani, quel circa 40x20 di metri di erba sintetica è un punto di ritrovo abbastanza comune, un’occasione per divertirsi e vedere il solito gruppo di amici. Così accade anche per i protagonisti del nuovo film di Luca Lucini: cinque uomini di diversa età che almeno una volta a settimana si incontrano per il torneo di un’imprecisata cittadina del nord.
“In campo come nella vita”, così diceva il grande Nereo Rocco. E così, partendo dai rispettivi ruoli in campo, per ognuno dei personaggi c’è un profilo conseguente: c’è chi vuol segnare a tutti i costi nonostante non abbia più le gambe, c’è chi dirige saggiamente la difesa, chi gioca sporco, chi ci mette i polmoni (il mediamo della canzone di Ligabue) e, logicamente, il portiere (che al contrario degli altri, non può caratterizzare troppo il proprio ruolo, il suo ruolo è semplicemente parare). Sul campo però si portano le gioie e le frustrazioni del quotidiane, sono proprio queste alla base del racconto.
Grazie all’eterogeneità dei personaggi, il film mette in luce diverse situazioni di vita sentimentale e lavorativa. Dai problemi di chi dirige un’azienda in lotta con la sopravvivenza a chi vive un matrimonio che ha bisogno di un nuovo equilibrio, da una paternità arrivata per sbaglio al tradimento di un amico passando per la vita passata ad aspettare del sesto uomo del gruppo, il panchinaro (ma efficace al momento opportuno) personaggio interpretato da Battiston.
Rispetto a L’uomo perfetto per Lucini è un mezzo passo indietro. Il suo film scorre senza problemi, regalando qualche sorriso, ma mai alcun momento di vera emozione o comicità. Le varie storie raccontate non brillano per originalità e seppur affrontate con un piglio ottimista e non banale, non sembrano comunque discostarsi di molto da quelle tematiche familiari già tante volte affrontate dal nostro cinema. Se L’uomo perfetto aveva un plot e una confezione che lo poteva far risultare ambito anche a mercati stranieri (all’epoca si parlo di “stile europeo”, nonostante si trattasse di un remake), questo vola molto più basso sia in termini di inventiva che di ritmo. Sia chiaro, non si parla di un film brutto e rappresenta un buon intrattenimento, ma da Lucini ci si poteva aspettare qualcosa di più. Bravo tutto il cast, in primis la sempre verde Angela Finocchiaro.
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