Chissà se Robert Altman prima di andarsene al creatore ha fatto in tempo a vedere “Bobby” di Emilio Estevez. Si perché questo film corale presentato a Venezia 2006, ma rimontato successivamente per l’uscita al grande pubblico, sembra proprio un suo lavoro. Non il suo più riuscito, non con alcuni preziosismi, come i lunghi piani sequenza cui ci aveva abituato il grande Bob che univano i tanti personaggi dei suoi film in un’unica scena, ma senza dubbio un film corale alla sua maniera. Che è un modo di dire, senza parlare, di lasciare che le riflessioni, che il senso del film emerga piano piano, senza urla o passaggi didascalici che giustifichino agli occhi del più pigro spettatore la ragione dell’opera. I ventidue personaggi dell’Hotel Ambassador che Estevez segue il giorno dell’omicidio dell’allora senatore, e probabile candidato dei democratici alle elezioni presidenziali, Bob Kennedy sono infatti cittadini comuni, uniti solo dal fatto che vivranno assieme quella tragedia. Il filo rosso però è quello che coinvolgeva chiunque altro, ovvero la guerra in Vietnam. Uno sfondo che è continuamente protagonista nelle parole, nei sogni e nelle scelte di tutti i personaggi. Riferimenti all’attualità? Certamente. Ma i discorso sulla violenza di Bob Kennedy che apre e chiude il film è anche una riflessione sul razzismo (fu infatti pronunciato all’indomani dell’omicidio di Martin Luther King), sul significato di America non come istituzione, ma come socialità. Ciò non toglie che alla base del film di Estevez ci sia la volontà di parlare dell’oggi. Non sono casuali battute come: I ragazzi tornano dentro sacchi di plastica che tutti interi o Finchè qualcuno non mi spiega perché siamo laggiù io non lo so che farò… o tante altre ancora. E francamente, che si sia d’accordo o meno col punto di vista di Estevez, ben venga che ci sia un film fatto perché si sentiva la necessità di farlo. Estevez non solo ci parla di uomini impauriti dalla guerra, di necessità di cambiamenti, di spogli elettorali californiani, di integrazione sociale, ma anche di un quotidiano che è lo stesso oggi come quaranta anni fa: tradimenti, la depresssione, amori fatti in caffetteria, la vecchiaia che avanza e che lascia un pensionato con troppo tempo libero, così come un messicano sottopagato che magari oggi di differente ha solo che non è messicano, ma cingalese o
filippino. Le tante storie così si costruiscono mantenendo fisso l’eco vietnamita, ma vivendo anche di vita propria, ognuno con il proprio spunto drammaturgico. Episodi intensi che Estevez gestisce perfettamente sia nei tempi che nel ritmo, con alcuni duetti come quello tra il cuoco Laurence Fishburne e il messicano aiuto cameriere, o tra la moglie Sharon Stone e il marito adultero William H-Macy. E questo senza perdere di vista anche la necessità di sdrammatizzare ogni tanto, un film che sennò potrebbe apparire troppo pensate: non solo i trip dei due aiutanti alla campagna elettorale che provano per la prima volta LSD, ma anche l’autoironia di una Demi Moore che confida a un’imbruttita (per copione) Sharon Stone le difficoltà per una cinquantenne nel continuare ad avere l’appeal di un tempo (i cui attuali compagni, rispettivamente Ashton Kutcher e Christian Slater sono anch’essi presenti nel ricchissimo cast). Ne esce un film ricchissimo, denso, che fa un perfetto utilizzo del materiale storico e della Storia stessa, per parlarci di uno ieri che è anche, ancora, un oggi, e che con quel lungo finale (gli uomini passano, le parole no) finisce col far uscire turbati dalla sala. Magari non lo si sarà capito in tutti i suoi tanti aspetti (politico, tecnico, narrativo o semplicemente glamour), ma qualcosa dallo schermo, trapassa. Come trapassava con il grande Altman.
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