Zwick è uno di quelli che ti da quello che ti aspetti. Emblema di quel cinema americano che prima di trovare la storia trova il pubblico. La sua specializzazione sono i grandi film d'ambientazione storica in cui immette storie di uomini mai raccontate prima, ma o successe davvero o quantomeno verosimili. Così è stato per gli schiavi neri fuggiti dal Sud durante la guerra di secessione in Glory (1989), per il capofamiglia Aidan Quin e i suoi tre figli a cavallo della prima guerra mondiale nel ranch del lontano west in Vento di passioni (1994), per la guerra del golfo di Meg Ryan in Il coraggio della verità (1996), il terrorismo in terra stelle e strisce prima delle Torri Gemelle in Attacco al potere (1998), per i rivoltosi giapponesi anti-nuova politica dell'Imperatore in L'ultimo samurai (2003) e appunto in questo sudafricana e attuale guerra per un diamante. Insomma storie di uomini all'interno di conetsti difficili, in cui è difficile scegliere tra bene o male, visto che la storia comunque seguirà il suo destino. Zwick non calca mai la mano. per lui la "denuncia sociale" o lo spaccato storico è sì importante, ma soprattutto un pretesto per buttarci dentro un po' di azione e retorica. Il che non sarebbe male, ma dopo un po', per chi lo consoce, il gioco scoccia. Il suo è un po' un ricatto: sa bene che parlare male di uno dei primi film sulla tremenda storia che lega i diamanti delle nostre gioiellerie al sangue africano è sconveniente. Ed infatti i suoi film si candidano ogni volta con prepotenza agli Oscar, visto che incarnanano il politically correct hollywoodiano per antonomasia. Tutto questo per dire, che anche io non me la sento di bocciare questo film. Perchè bene o male la sua visione arricchisce e fa luce su aspetti di cui molti di noi non sanno nulla. E' un discorso che in questa parte supera a mio avviso l'aspetto meramente estetico e artisitico del film, come se camminassero su due binari paralleli. Ecco in questo caso, scelgo la seppur timida denuncia come locomotiva principale. L'Africa come vittima e carnefice alla fin fine dei propri disastri, come diceva Seneca "I mali che fuggi sono in te". ciò non toglie che l'occidente abbia le proprie enormi responsabilità, ma il non volere cambiare le cose, ma al massimo scappare degli africani coinvolti, dimostra mancanza di volontà di cambiare. O almeno è qusto che emerge nel film, in cui, tranne il protagonista nero, tanto buono quanto ingenuo, sono messi sulla stessa linea. Da un punto di vista tecnico mi ha un po' deluso la regia di Zwick, che quasi minimizza di volta in volta la tensione costruendola solo tra due persone (il nero e il nero, il nero e DiCaprio, DiCaprio e il bianco ect ect), senza vivere l'ambiente al di là della semplice ambientazione. Riuscite sono le scene con i bambini guerrigllieri, questi si piene di pathosCinema furbo, furbissimo, che purtroppo non posso condannare perchè ha comunque qualche risvolto positivo. Argh..Chissà magari DiCaprio ce la farà a vincere l'Oscar, senza dubbio è bravo, ma pensare che possano essere premiati film come questo o quello di Muccino, retorici fino alla fine (non brutti, ma nulla di eccezionale) è un po' triste. FIlm come I figli degli uomini e Lady in the water, sono molto, ma molto più coraggiosi proprio da un punto di vista sociale, e alti(ssimi) da un punto di vista artistico.
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