lunedì, 25 febbraio 2008

Lo ammetto, sono davvero contento. Il primo film che io mi ricordi di aver definito preferito fu Mister Hula Hop. Avevo circa 12 anni e non sò perchè quella commedia così, per un occhio inesperto, simile a tante altre mi folgorò. E così i fratelli Coen furono i primi registi che io conobbi associati ad un film e cioè i primi di cui cercai di ricordare i nomi in quanto autori di qualcosa che mi piacque molto. A distanza di tempo il film cui sono più affezionato (di preferiti ce ne sono tanti) è come ho detto tnate volte Fratello, dove sei?, sempre dei fratelli Coen. Insomma il fatto che stanotte abbiano vinto i più importanti premi, mi ha un po' commosso, anche se sò bene che gli Oscar non sono sempre simbolo di qualità e che questo loro No country for old man, seppur bellissimo, non è il loro miglior lavoro. A parte loro, mai come quest'anno, partendo dalle nomination che c'erano (e che era sostanzialmente buone nonostante le esclusioni ingiuste di Across the universe, Into the wild e Zodiac ) sono state azzeccate le scelte.Sul forum degli IOMA avevo fatto qualche previsione e a parte Tilda Swinton, le principali le ho azzeccate tutte. Day Lewis attore protagonista era obbligato, del mio innamoramento per la Cotillard ho più volte scritto su questo blog, Juno era il classico film da sceneggiatura orginale (ma nulla più), fotografia a Il petroliere ci stà tutta, Bardem entrerà nella storia con Chigurh e le tre categorie tecniche a The bourne ultimatum sono state il minimo per uno dei migliori film dell'anno (a mio avviso anche la regia di Greengrass meritava la nomination) dal montaggio davvero stratosferico. Trucco a La vie en Rose giusto, felice per i due italiani in gara Ferretti e Marianelli. Gli unici film vincitori che non ho visto sono Once (non uscito in Italia, vincitore per Miglior canzone) e Il falsario (film straniero), tra gli altri nominati me ne mancavano davvero pochi (Elle enchanted, 4 documentari e quelli succitati). Ecco i vincitori:

FILM
"Non é un paese per vecchi"
(scheda, trailers, photo, recensione)
 
  REGIA
Ethan Coen e Joel Coen
per "Non é un paese per vecchi"

  ATTORE PROTAGONISTA
Daniel Day-Lewis
in "Il petroliere"
(biografia, filmografia e photo gallery)
 
  ATTRICE PROTAGONISTA
Marion Cotillard
in "La vie en rose"
(filmografia e photo gallery)

  ATTORE NON PROTAGONISTA
Javier Bardem
Non é un paese per vecchi
(biografia, filmografia)
 
  ATTRICE NON PROTAGONISTA
Tilda Swinton
in "Michael Clayton"
(filmografia e photo gallery)

  FILM D'ANIMAZIONE
"Ratatouille"
(scheda, trailers, photo, recensione)
 
  FILM STRANIERO
"Il falsario"
di Stefan Ruzowitzky - Austria
(scheda, trailers, photo, recensione)

  SCENEGGIATURA ORIGINALE
"Juno"
scritto da Diablo Cody
(scheda, trailers, photo, recensione)
 
  SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
"Non é un paese per vecchi"
Sceneggiatura di Joel Coen, Ethan Coen
(scheda, trailers, photo, recensione)

  CANZONE ORIGINALE
"Once"
"Falling Slowly"
di Glen Hansard, Marketa Irglova

(scheda, photo)
 
  COLONNA SONORA ORIGINALE
"Espiazione"
Dario Marianelli
(scheda, trailers, photo, recensione)

  SCENOGRAFIA
"Sweeney Todd: Il diabolico barbiere di Fleet Street"
Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo
(scheda, trailers, photo, recensione)
 
  COSTUMI
"Elizabeth the golden age"
Alexandra Byrne
(scheda, trailers, photo, recensione)

  MONTAGGIO
"The Bourne ultimatum - Il ritorno dello sciacallo"
Christopher Rouse
(scheda, trailers, photo, recensione)
 
  FOTOGRAFIA
"Il petroliere"
Robert Elswit
(scheda, trailers, photo, recensione)

  SONORO
"The Bourne ultimatum - Il ritorno dello sciacallo"
Karen Baker Landers, Per Hallberg
(scheda, trailers, photo, recensione)
 
  EFFETTI SONORI
"The Bourne ultimatum - Il ritorno dello sciacallo"
Scott Millan, David Parker, Kirk Francis
(scheda, trailers, photo, recensione)

  EFFETTI SPECIALI VISIVI
"La bussola d'oro"
Michael Fink, Bill Westenhofer, Ben Morris, Trevor Wood
(scheda, trailers, photo, recensione)
 
  TRUCCO
"La vie en rose"
Didier Lavergne, Jan Archibald
(scheda, trailers, photo, recensione)

CORTOMETRAGGIO
"Le Mozart des Pickpockets (The Mozart of Pickpockets)"
Philippe Pollet-Villard
 
CORTOMETRAGGIO ANIMATO
"Peter & the Wolf"
Suzie Templeton, Hugh Welchman

DOCUMENTARIO
"Taxi to the Dark Side"
Alex Gibney, Eva Orner
(scheda, photo, recensione)
 
DOCUMENTARIO CORTOMETRAGGIO
"Freeheld"
Cynthia Wade, Vanessa Roth

  PREMIO ALLA CARRIERA
Robert Boyle


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:14
approfondimenti, non è un paese per vecchi | link | commenti (6)

venerdì, 21 dicembre 2007

Ok faccio il presuntuoso e mi autoproclamo persona in grado di consigliare le vostre scelte cinematografiche di queste feste natalizie. Non ho visto tutti i film, quindi in alcuni casi parlerò secondo quello che sono le mie percezioni dato regista/voci di colleghi critici/sensazioni varie. L'ordine quindi è misto tra visioni e non visioni (e che quindi potrebbero in realtà stare in un altroposto della classifica se li avessi già visti). Prendo in considerazione il periodo che andrà da qui al 3 di Gennaio.

Senza catalogazione, da vedere.

1)Across the universe. Se ancora lo trovate in sala, e non lo avete visto, il primo film da vedere è assolutamente questo. La NewYork di fine 60/inizio 70 riarrangiando i Beatles con immagini visionarie, vitalità e originalità. Per me il miglior film dell'anno. Ne ho parlato qui

2)Leoni per agnelli. Un film parlato sulla coscienza di ognuno di noi in relazione alla guerra. Un bel film, pieno, non retorico, non falso e ideologico. Bravo Redford. Ne ho parlato qui 

3)Giorni e nuvole. A distanza di quasi due mesi questo film di Soldini è ancora in sala. NOn è un caso. Bello, non banale, interpretato benissimo da Albanese e Buy. Dopo Mio fratello è figlio unico il migliore italiano dell'anno. Recuperatelo se potete. Ne ho parlato qui

4)Nella valle di Elah. Seppur un po' ideologico e in alcuni casi didascalico., un bel thriller dell'anima di noi occidentali di oggi. Tra questo e Redford scelgo Redford, ma anche questo merita. Ne ho parlato qui

Commedie originali che fanno ridere

1)Caramel. Chiunque abbia visto questa commedia franco-libanese me ne ha paralto benissimo. Divertente e ironica. E poi, per far arrivare un film dal Libano, vuol dire che ne vale proprio la pena. E' il primo film che recupererò.

2)L'età barbarica. Questo può piacere, ma anche no. Nel senso che nel suo giocare spesso sul sottointeso (a livello di metafora sociale), nel suo essere tremendamente malinconico nonostante tanti movimenti comico-grotteschi, molti potranno rimanere turbati e rifiutare. Ha qualche cosa di non perfetto nella forma a causa della percepibile sponaneità che ne sta alla base. Non è il sequel delle Invasioni baranariche, anche se è lo stesso regista. Lo potete vedere anche senza aver visto l'atro. Il titolo originale era un altro (l'età delle tenebre, il medioevo), questo italiano è fatto per attirare più pubblico. Ne ho parlato qui

2)Irina Palm. E' il caso dell'anno. Successo e incassi ovunque, soprattutto in Italia.  Dicono sia molto ironico. Sfondo falsamente hot per un sarcasmo inglese e una profondità belgica. Cercherò di vederlo, ma Caramel mi ispira di più.

Per giovani e meno giovani

1)Ratatouille. Non visto, ma me ne parlano tutti benissimo e visto he ancora gira in sala non posso hce metterlo in cima a questa miniclassifica. NOn so se riesco a recuperarlo in sala, anche se ci tengo parecchio.

2)Come d'incanto. Dovrebbe essere una comedia carina, quest'anno non c'è il cartone animato Disney, e la casa di Topolino per compensare ha messo in campo questo e Il mistero dei templari. Chiunque l'abbia visto me ne ha parlato bene. Buon ritmo, non banale, divertente. Poteva stare anche nella categoria delle commedie originali. Io lo recuperò.

3)Bee movie. Carino, ma nulla più. Il cartone della Dreamworks mi ha po' deluso. Ci sono invenzioni diverteneti, ma sostanzilamente è un film per giovani. Ne ho parlato qui

4)La bussola d'oro. Il flop internazionale è tale che probabilmente questo rimarrà l'unico capitolo di una trilogia già progettata e tratta dalle opere di tal Pullman. E' un film fantasy medio, apprezzabile per certi versi, ma troppo debole in alcuni passaggi della sceneggiatura. Si vede, ma non appassiona. Ne ho parlato qui

5)Il mistero delle pagine perdute. Fumettone caciarone per famiglione. Meno divertente del primo episodio, meno avvolgente (e  non era tutto questo calore quello di prima). Tante locations e ricerca di ritmo. Se non vi di pensare, vi potete accontentare, basta che sopportitate Nicolas Cage. Ne ho parlato qui

6)Winx. Bah, servono davvero le mie percezioni sull'argomento per convincervi o meno a recariv in sala e vederlo?Mi piacerebbe, ma non credo.

Per cinefili, o quasi

1)La promessa dell'assassino. Lo ammetto, mi manca. Ed è grave perchè A history of violence mi piacque. da quel che ho captato dovrebbe essere sulla stessa falsariga, un po' thriller, ma soprattutto metafora. Per alcuni può essere noiosetta delusione, per altri colpo di fulmine. Almeno credo

2)Paranoid park. Van Sant è l'altro grande, assieme a Cronenberg, che mi manca questo Natale. E in verità non sò tanto se recupererò. Ok, lui è bravissimo con la macchina da presa, è un indagatore falsamente asettico (nel senso che un suo giudizio bene o male emerge sull'argomento proprio perchè non dice nulla) dell'animo giovanil-umano, ma ammetto che essendo memore di Last days e Elephant, il rischio sbadiglio lo vedo dietro l'angolo. Poi però mi piacerà. I cinefili impazziranno (tutti mi hanno detto che è bellissimo), la gente normale forse si annoierà a morte (ll test su tre miei amici  di questo tipo di estrazione culturale me lo ha confermato)

3)L'assassinio di Jesse James. Non l'ho visto a Venezia e non l'ho recuperato alle anteprime romane. Mi dicono che il premio a Pitt come miglior attore non sia il peggiore mai dato al Lido solo perchè l'anno prima l'aveva vinto Affleck con Hollywoodland. Non che Pitt non sia bravo, e che questo film pare essere una sorta di sparo nel deserto. Ochhiate languide, silenzi, malinconia che diventano tali perchè le frasi e le azioni si perdono di due ore e passa di non eventi. Rischio palla mortale molto alto, anche se qualcuno dice sia una rivisitazione del western. Bah, non mi ci avventurerò (oltretutto le noie produttive che ne hanno ritardato di un paio d'anni l'uscita non mi lanciano attrattive)

Horror-Action giovanilistici

1)1408. Horror thriller senza nè arte nè parte. Non ha cadute di tono, mantiene una buona suspanse, ma nulla più. Ci si può accontentare.

2)Hitman. Dal famoso videogioco. Bah. Nessuno di quelli che me ne ha parlato me ne ha detto granchè, ma neanche peste e corne. Sembrerebbe un prodotto medio che può piacere.

Melodrammi.

1)L'amore ai tempi del colera. Sicuramente il libro omonimo di Garcia Marquez è meglio perchè sennò sarebbe un caso inconcepibile di successo. Questo è meglio del concorrenete (nella categoria) I vicerè, ma ha poco e nulla da comunicare, non appassiona lungo e piatto com'è. Lì dove nel libro le parole probabilmente daveno introspezione e la poesia si poteva leggere e contestualizzare all'ambiente, qui ci sono solo faccine e occhiate fugaci. Bardem come uomo ombra di un amore che non nacque in tempo, è purtroppo uno spunto (l'unico in grado di giustificare la narrazione) sprecato. Peccato. Mike Newell è un ottimo mestierante spesso capace di perle (4 matrimoni..., ma anche il suo Harry Potter non era affatto male), la Mezzogiorno seppur non mi sembri miss simpatia è italiana e un po' patriottico lo sono e che abbia successo all'estero mi farebbe piacere.

2)I vicerè. Non è brutto brutto, ma bruttino, incompiuto nonostante il suo essere compiuto sarebbe stato al massimo qualcosa di medio. Ora che è finita la figlia di Rivombrosa, se avete voglia di pensieri politici a buon mercato e linguaggio piccolo schermo, è per voi. Ne ho parlato qui

Commedie italiane

1)Lezioni di cioccolato. Buon prodotto medio con attori stranamente, date le premesse (Argentero e Violante Placido), bravi. Non volgare, diverte (non troppo, ma diverte), si segue con piacere. Film industriale perfetto per il mercato nostrano.

2)Matrimonio in crociera. Mi han detto che è meglio degli ultimi cinepanettoni, c'è qualche variante (alleluja!) narrativa. Sarà, a me proprio non fanno ridere, ma soprattutto. perchè andare a vedere questo che già si sà che se anche diverte, non lo fa mai troppo, quando in sala ci sono film che sulla carta possono divertire motlo di più (tipo Caramel e Irina Palm)?

3)Una moglie bellissima. Chissà, forse questo di Pieraccioni è meglio di Matrimonio in crociera, ma almeno quello ha anche un fascino da discorso sociologico che mi attrae di più. Boh, in quetsi casi non sò qunto la critica possa servire, chi vuole andare a vedere questi film ci va e basta, non sente ragioni. Comunque questo mi han detto sia piuttosto bruttino.



giovedì, 15 febbraio 2007

Basato sull’omonimo romanzo di Giles Foden, “L’ultimo re di Scozia” parte dal 1971, anno di ascesa al potere di Idi Amin, per raccontare la storia di un giovane medico scozzese, Nicholas Garrigan che partito inizialmente per l’Uganda con l’intento di aiutare la povera popolazione locale, si ritrova ad essere dottore e consigliere personale del  terribile dittatore africano.

 

Nicholas e Amin. Due uomini attratti dal potere che ai nobili propositi non riescono, o non vogliono dare seguito. Il film si basa continuamente sul confronto tra questi due personaggi(lo scozzese del titolo infatti non è Nicholas, bensì Amin) sia in quanto persone che come emblemi di ciò che rappresentano.

Il nostro punto di vista è quello di Nicholas, l’occidentale che si reca in Africa “perché vuole aiutare”. La sua superficialità è smaccata, chiara fin dall’inizio (non sa chi sia Obote, non consoce la situazione interna del paese in cui si è recato). Risulta una persona ingenua, che non si muove con cattiveria, ma che sostanzialmente non vede i problemi che lo circondano finché non vi si trova coinvolto in prima persona (ed infatti la “ribellione” scatterà nel momento in cui gli si toccherà un caro affetto, non prima). E’ l’imperialismo coloniale occidentale: tanto cieco alle esigenze dei popoli africani finché possono dargli profitti, tanto contraddittorio e severo nel momento in cui si rende conto che il rapporto creatosi non va d’accordo con la propria, “famosa” vocazione liberale. Ci si sporca le mani di sangue (Nicholas nel container), ma si fa finta di nulla finché conviene.

In Amin la contraddittorietà è più celata. E’ un uomo carismatico, che affascina chiunque gli si trovi accanto. Amin è colore, è ballo, è festa (così ci viene presentato all’inizio), ma è anche quello che tiene i mitra vicino a sé mentre la gente ne acclama il nome. Amin è l’Africa, è la bellezza e al contempo la ferocia di una terra che non è la nostra. Misterioso, non si sa mai come possa reagire ad un qualsiasi evento. Un’ambiguità resa alla perfezione dall’interpretazione di un grandioso Forest Whitaker e alle scelte del regista Kevin McDonald, che nel descriverlo indugia molto sui primi piani (quello sugli occhi ad inizio film, riassume tutto il personaggio), enfatizza sudore e tic nervosi, e quando sta in scenda da solo, a differenza di quanto accade per il medico scozzese, lo riprende camera a mano (dando instabilità all’immagine).

Finché Nicholas è vittima del suo appeal gli orrori non sono mai mostrati direttamente, ma solo evocati (o dai telegiornali o dai racconti delle spie inglesi), così come la leggenda che lo vuol cannibale: in ben due occasioni gli si fa parlare di cibo (come metafora per la sua semplicità all’inizio, e alla festa del suo insediamento), lasciando intuire che ci sia qualcosa da dire, ma senza approfondire.

Un lavoro che incede quindi per sottrazione, non dicendo mai ciò che uno spettatore con un minimo di memoria storica già dovrebbe sapere, ma mettendo in luce lo sfondo che permise ad un personaggio del genere di restare al governo fino al 1980 (e quello che seguì, sempre di Obote fino al 1986, fu analogo per ferocia).

Un film bello, scritto bene e ancor meglio girato da quel Kevin McDonald, già autore dello splendido La morte sospesa. Esterni completamente girati in Scozia e Uganda (che danno anche circolarità al racconto: si inizia con un lago scozzese, si finisce con un’inquadratura analoga di un lago ugandese)E così dopo i recenti Hotel Rwanda e  Blood Diamond, Hollywood dimostra di essere sempre più interessata alla storia africana. Speriamo che non sia una coincidenza.Di fronte comunque a tutto questo non si può fare infine a meno di ricordare l’arguta frase del premio Nobel per la pace Desmond Mpilo Tutu, il quale affermò: “Quando i missionari vennero in Africa loro avevano la Bibbia e noi avevamo la terra. Dissero 'Preghiamo.' Chiudemmo i nostri occhi. Quando li riaprimmo, noi avevamo la Bibbia e loro avevano la terra.”

 

La frase:“In tutta la mia vita non ho mai toccato cibo se prima i miei soldati non si erano sfamati”

pubblicata su www.filmup.com

Un filmato sul vero Amin (agghiacciante):



sabato, 25 novembre 2006

Venezia 5 Settembre-Poco dopo la proiezione per la stampa di “I figli degli Uomini” incontriamo il al terzo piano dell’hotel Excelsior qui al Festival di Venezia” ,l’attore protagonista Clive Owen. Nonostante visivamente ricordi un poco Bobo Vieri, lo stile ci ricorda che non può che essere inglese: vestito blu e camicia bianca e barba perfetta…

 

Il suo regista, Alfonso Cuaron ha detto che spesso lei ha collaborato alla scrittura delle scene...

 

Si, è senza dubbio il film in cui mi sono sentito più coinvolto. Ed è dimostrato dal fatto che con Alfonso continuiamo a parlarne anche adesso che il film è concluso. E’ probabile che nell’edizione in dvd cambi qualcosa e questo proprio perchè ci sentiamo ancora dentro al progetto.

 

Che senso le ha fatto vedere questa Londra così grigia?

 

Era essenziale per dare questo senso “tragico” alla storia. Londra doveva si rappresentare l’unica città con un minimo di organizzazione, ma anche un posto triste, quasi senza speranza. Per farla essere coerente con la situazione l’abbiamo quindi dovuta sembrare patetica. Poi certo io stavo sul set quindi non so tutte le difficoltà che ci sono state per renderla così, ma la sensazione era davvero di un luogo apocalittico.

 

Anche il suo personaggio sembra voglia dare la stessa sensazione di disturbo...

 

Si, ci serviva un personaggio senza ideali, che avesse lasciato tutto quello in cui credeva un tempo, e che ancora oggi si trova costretto a prendere delle scelte, ma non è mosso da grandi ideali. E’ un essere umano in guerra, un alienato.

 

Difficoltà incontrate sul set?

 

Si, qualcuna, ma nulla di impossibile da superare. Tutto nella normalità. Alcune scene erano molto complicate, ma poi lì è la bravura del regista a fare la differenza, e penso che l’abbia fatta.

 

Ed il suo rapporto con le infradito (le indossa in una lunga scena di guerra del film)?

 

A casa ne avevo due paia che ho buttato a fine riprese. Non sono le calzature più comode per zone di guerra...

 

Lei è uno dei pochi attori affermati a livello planetario che non è andato a vivere ad Hollywood, nè tanto meno in America. Cosa la spinge a rimanere a Londra?

 

I miei figli: quando uno lavora come lavoro io, poter stare sempre vicino ai propri figli è fondamentale. Non si hanno veri e propri orari e così bisogna essere sempre pronti a sfruttare un momento libero per passarci del tempo assieme. Poi in questo caso  ho avuto la grande fortuna di girare a Londra, quindi sono stati anche con me sul set in più momenti.

 

Ma Hollywood com’è?

 

Io per anni ho lavorato in Inghilterra, è stato molto bello edè lì che ho fatto le mie esperienze. Poi ho avuto l’opportunità del cinema americano ed anche lì ho incontrato, almeno fino ad adesso, dei  registi eccezionali, tutti in grado di migliorarmi.

 

Il suo rapporto con la notorietà. Lei non è un tipo da gossip...

 

Si, è vero. Perrò non credo di essere neanche una persona in cerca di visibilità. Credo che se uno fa bene il proprio lavoro non ha bisogno di essere al centro dell’attenzione per altre ragioni. Quando non sono sui set preferisco stare con la mia famiglia, e piuttosto che uscire e rischiare di far mettere gli occchi di tutti sui miei figli, rimango in casa o comunque in posti riservati. Non lo vedo comunque come un limite, mi piace che sia così.

 

Posti riservati in cui avrà visto il campionato del mondo di calcio...

 

Si, è stato tremendo. Noi inglesi non abbiamo giocato bene, lo facevamo senza gioia, senza fantasia, però nessuna squadra ha giocato davvero  bene tutte le partite.  Ed uscire così dopo aver comunque giocato meglio del nostro avversario tedesco, è stato un brutto colpo. Ancor più brutto poi è ricevere la chiamata di Spike Lee che mi sfotteva di tutto questo. E’ stata la prima persona che ho sentito quando siamo usciti, e non la smetteva di sfottermi. Spero che il Liverpool quest’anno mi rifaccia sorridere almeno in Premier, anche se la vedo dura.

 

Ma continua anche a giocarci a calcio adesso che è famoso, o si limita a guardalo alla tv?

 

Ci gioco. In giardino con mia figlia. Un ottimo portiere!

 

Com’è stato recitare con Michael Caine alias John Lennon?

 

E’ qualcosa di indescrivibile vedere recitare Michael Caine. Lui è sulla breccia da 40 anni, e fa sempre dei ruoli eccezionali. Lui in questo caso ha voluto fare questo personaggio, è lui che l’ha costruito così. Un maestro davvero.

 

 

Parteciperà al sequel di Sin City?

 

Credo che debba ancora essere finitio di scrivere, ma non credo che ci sarò.

 

Altri progetti futuri ?

 

Adesso dopo due anni quasi senza sosta, sono in vacanza. Devono uscire un paio di film cui ho lavorato, ma in questo momento non ho davvero alcun progetto nè proposta. Ho bisogno di un poco di relax e di stare con la mia famiglia.

 

Relax che sicuramente rimanderà a dopo il tour promozionale che sta intraprendendo per questo (bellissimo)film.


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 10:47
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martedì, 21 novembre 2006

Alla base di ogni discorso riguardante “Children of men” bisogna partire dal cosa ci voleva narrare Cuaron.

Un film sull’umanità, sul mondo di oggi. Il suo futuro, il 2027, è in realtà il nostro presente. Un mondo in cui Bush e l’amministrazione americana spendono milioni di dollari per predicare l’astinenza sessuale fino ai 30 anni, dove gli attentati sono all’ordine del giorno, dove la guerra non fa più notizia perché sempre da qualche parte si combatte, dove i giornalisti vengono sequestrati e torturati,  dove immigrati pakistani e afgani di seconda e terza generazione fanno attentati nella capitale cosmopolita per eccellenza: Londra, dove molti governi occidentali adottano sempre più norme restrittive su immigrazione e sicurezza, dove i dissidenti interni valgono le brigate rosse di un tempo e perseguono i propri fini senza alcun scrupolo morale. Un mondo che se non è in crisi adesso, ha tutti i presupposti per esserlo in un futuro prossimo, dove l’inquinamento atmosferico porta a squilibri dei nostri organismi.

Situazioni che allo stesso tempo sono cause e conseguenze di una divisione sempre più marcata tra etnie e classi sociali. Abitiamo tutti lo stesso pianeta, ma non ce ne ricordiamo, anche se (e qui si entra nel film) da 18 anni non nasce un bambino. E continuiamo a farci la guerra.

Problemi enormi, che però hanno un’unica matrice: siamo tutti figli di qualcuno, tutti discendiamo da quella prima coppia (che sia Adamo ed Eva o Mohamed e Nadia o chiunque altro) che mise al mondo un figlio.

Cuaron sceglie di partire dalla soluzione, dalla gravidanza, per affrontare tutte queste altre problematiche. Lui prende il bambino, il “centro”, la possibile soluzione di ogni situazione, perché sa che avendolo tra le braccia parlerà di tutto il resto. Parlerà di come il mondo potrà diventare, ma ricordando anche come gli  uomini nel fondo del loro cuore continueranno ad essere uomini, persone con un cuore che si fanno da parte e lasciano che i vagiti di un bambino risuonino al silenzio, come una messa su di un carro armato.

Ecco quindi un film sull’umanità, un film in cui di qualsiasi “razza” si sia, ci si dà da fare per aiutare il bambino a venire alla luce: zingari, russi, inglesi, neri, bianchi….anche nella situazione più impossibile, l’umanità resiste. Questo è il “centro” di Cuaron. Un film sugli uomini, che non si preoccupa di dare una soluzione per ognuno dei tanti problemi, ma di dare “la” soluzione: ricordiamoci che siamo tutti uomini.Una considerazione così banale, ma che si perde speso di vista e che basterebbe mettere in pratica (seppur utopistica) per avere buona parte dei problemi, se non tutti, risolti. Lei è nera e immigrata, ma tutto passa in secondo piano dal momento che ha un figlio, il primo dopo 18 nani.

E’ chiaro che Cuaron si rifaccia in tal senso alla simbologia cristiana, seppur con delle importanti distinzioni.