Dopo “Il declino dell’impero americano” e “Le invasioni barbariche”, con questo film si chiude la trilogia sociale canadese di Denys Arcand. Il fil rouge con i due precedenti lavori è concettuale: non ritornano gli stressi personaggi, ma prosegue quel discorso sulla mutazione del Quebec che tanto preoccupa il regista-sceneggiatore. Ecco quindi la storia di un uomo insignificante, mal integrato, sia in famiglia, sia al lavoro, che sogna calde avventure sessuali, di ritornare ai fasti di quando era giovane e si esibiva nei teatri universitari. Ciò che lo circonda è un ambiente surreale dove il perbenismo e il politically correct hanno superato i limiti del buon senso, fino a trasformarsi in una sorta di dittatura del pensiero. “Rischi del progresso”, sembra dirci Arcand attraverso il suo protagonista, JeanMarie (uno straordinario Jean-Marc Leblanc), scandagliando tutti gli aspetti della realtà occidentale, mettendo in risalto l’impotenza dell’individuo. Aspetti non solo di natura sessuale (presente in funzione essenzialmente simbolica), ma anche lavorativa, sociale, esistenziale, calata nella sfera del “sé”. Uno stato troppo organizzato, pur con le migliori intenzioni, finisce per annullare la persona, così come nelle tante forme di conclamato totalitarismo. Se il capitalismo americano, la ricerca continua dell’efficienza anche a costo di penalizzare l’essere umano, cercava di “invadere” il vicino canadese, ora che il passaggio è avvenuto, l’unico modo per salvarsi è regredire, ritornare al Medioevo come fanno alcuni personaggi del film, oppure ricominciare da quella terra toccata che ci fa sentire uomini.
Film grottesco e salace, dove la grande tristezza di fondo viene spesso celata dietro corrosive battute e situazioni comiche, “Le età barbariche” non cade mai nel banale e nella ruffianeria. Arcand catalizza la rabbia repressa dello spettatore immedesimatosi nel protagonista; evita di immettere nella solida sceneggiatura valvole di sfogo che facciano uscire tutti contenti e soddisfatti dalla sala, dopo che ciascuno ha avuto il suo; non cerca il piacere dello spettatore, ma, al contrario, lo turba presentandogli l’essenza cruda dei fatti, senza drammatizzare più di tanto le vicende narrate già di per sé intrise di dramma. Anche in tal senso va letto lo stupendo finale, un fermo-immagine a cui si sovrappone, inaspettatamente, un famoso quadro di Cézanne.
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