mercoledì, 07 maggio 2008

Ogni popolo ha il proprio eroe, o almeno lo “deve” avere. Si tratta di un’esigenza culturale e politica, i simboli sono facili da evocare e rappresentano da sempre quel “meglio” vicino, cui è possibile ambire. La scelta della mega produzione mongola-russa di intitolare semplicemente Mongol un film dedicato alla figura di Gengis Khan, è in tal senso emblematica. Tra le tante caratteristiche se ne sottolinea prima di tutto la nazionalità della persona, quasi che da questa ne discendano tutte le qualità positive. La scelta su quali fonti storiografiche utilizzare diventa a questo punto obbligata: non si posso rappresentare gli studi di chi descrive il famoso conquistatore come un barbaro sanguinario, ma tra le tante fonti, bisogna optare per chi lo tratteggia come un nobile guerriero dal buon cuore. Dopotutto Gengis Khan non ha una storiografia ufficiale, c’è libertà di movimento. Ecco quindi un uomo che diventerà quel che sarà ricordato nella storia, solo dopo aver perso il padre per avvelenamento, aver subito la gogna, esser stato ferocemente maltrattato, derubato della moglie e incarcerato senza alimenti. Una persona di cuore, generosa, innamorata e capace di capire chi gli sta accanto, ma anche un po’ ingenuo e fortunato. Gli autori di Mongol ce ne parlano così, fermando il racconto a prima delle conquiste, ma preoccupandosi di offrire allo spettatore la conoscenza di tutto quel background psicologico e di esperienze, che lo porterà a realizzare le conquiste per cui è famoso. Ne esce un racconto d’azione-western, classico nella realizzazione. Le immense steppe centroasiatiche prese in campo lungo, combattimenti convenzionali di cappa e spada ben lontani, per fortuna, dal “wuxia”, personaggi solitari e silenziosi che invocano l’onore, ma che spesso si tradiscono a vicenda e amori con donne servizievoli, all’occorrenza valorose. Linee narrative e registiche chiare e precise dall’inizio alla fine che in qualche caso preferiscono evocare l“epica” che avvolge il personaggio, piuttosto che spiegare situazioni e soluzioni inverosimili. Un film godibile nella sua semplicità, con pochi sussulti, ma difficilmente noioso.

pubblicata qui: http://www.filmfilm.it/film.asp?idfilm=27806


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 08:08
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giovedì, 01 maggio 2008

All’elenco dei supereroi sbarcati sul grande schermo mancava l’uomo di ferro, che in realtà di ferro non è come ben ripete il suo alter ego Tony Starks "si tratta di una lega di oro e titanio", ma che comunque sia, dal 1963, (ovvero da quando apparve per la prima volta a fumetti) si fa chiamare Iron man. Si tratta del primo film prodotto direttamente dalla Marvel, che dopo aver tante volte venduto i diritti alla Sony (leggasi ad esempio Spiderman e Ghost Raider ), alla Fox (X-men), Warner Bros (Blade) e alle altre majors hollywoodiane, ha deciso di fare da sé alleandosi con la Paramount.
Per l’occasione ha scelto un regista, ex attore, che ben se la cava con effetti speciali e ritmo da commedia (Jon Favreau, già autore di "Elf" e "Zathura") e un attore che più stravagante e stralunato non si poteva: Robert Downey Junior. Chiaro che l’idea di un uomo tutto armi, in quest’epoca di guerre e tragedie, rischiava di disamorare in partenza quel pubblico che già non fosse amante del personaggio attraverso i comics. La scelta ricaduta su questo interprete così diverso dai soliti canoni capace di far sorridere anche ad un solo sguardo va letta in tal senso: il solo apparire di Robert Downey Junior sul grande schermo trasmette (e in questo film ce n’è un’ulteriore conferma) voglia di disimpegno e di non prendersi troppo sul serio.
Il prologo sembra pescare a piene mani dall’attualità: Asia centrale, terroristi nascosti tra le montagne e truppe americane a presidio e perlustrazione della zona. Rispetto al fumetto originale non ci sono Wing Hu e i suoi vietnamiti, ma Raza e un gruppo di militi che dovrebbero (ma nessuno lo specifica) essere estremisti islamici.
Insomma, c’è un’attualizzazione del personaggio che lascerebbe pensare ad un radicamento della storia, che di lì in avanti andrà a svilupparsi, con la quotidianità, ma così non è. Il film prende presto la strada del più leggero (e forse redditizio in termini di intrattenimento) racconto del supereroe che lotta contro un cattivo affamato di potere. Non che sia un male, ogni film ha una sua struttura e degli obiettivi propri, ma quel pizzico di pessimismo che ultimamente si manifestava anche in tutte le fracassone produzioni hollywoodiane (vedasi ad esempio la New York sotto assedio dei Transformers o la cupissima Gotham City di Batman begins, che rumors danno ancora più violenta nel sequel) è qui sostanzialmente messo da parte, per far spazio al processo d’avvicinamento al bene percorso dal suo protagonista. E’ infatti negli scrupoli di coscienza di Tony Starks, da produttore di armi a filantropo, che risiede l’aspetto drammaturgico di questa pellicola spettacolare, divertente e ben narrata, ma non ansiosa di andare un pò più in là.
Il regista Favreau se la cava bene nella narrazione, enfatizza il giusto i classici momenti topici (la prima apparizione dell’armatura, lo scontro aereo con i jet e il confronto finale), senza perdere di vista l’umanità dei personaggi aiutato da un ottimo cast di attori.
Robert Downey Junior trova un degno contraltare nell’ex Lebowsky (e irriconoscibile) Jeff Bridges. Gwyneth Paltrow ha la giusta carica di femminilità (il poco cinema fatto negli ultimi anni sembra averla ringiovanita) per coprire il ruolo della bella partner di turno.
Da notare poi il solito (c’è sempre nei film su personaggi Marvel) cameo di Stan Lee, padre della Marvel e coautore del personaggio: è Hugh Hefner, il patron di Playboy. O almeno è così che lo confonde Tony Starks sul red carpet di una festa di gala.

La frase: "A volte bisogna correre prima di camminare".

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EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 06:57
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venerdì, 25 aprile 2008

Prima di Cate Blanchett e dei suoi due capitoli su Elizabeth, c’era sua zia Maria Bolena, sua madre Anna e suo padre Enrico VIII. Tre personaggi che hanno cambiato la storia della civiltà occidentale con la nascita di quella Chiesa anglicana che ancora oggi dimostra come la Gran Bretagna meriti da sempre un discorso a parte quando si parla di Europa unita (nella moneta come nei valori). Le ripercussioni politiche e sociali di quello scisma sono infinite se si pensa che la stessa colonizzazione degli Stati Uniti ne fu grandemente influenzata, capirne le ragioni e i pensieri che portarono a sancirlo sono invece uno di quegli enigmi su cui da sempre gli storici hanno piacere di indagare.
La tesi che viene portata avanti in “L’altra donna del re”, esordio cinematografico del fino adesso regista televisivo Justin Chadwick, è quella del semplice impulso amoroso. Enrico VIII non poteva possedere carnalmente Anna Bolena perché lei prima di concedersi voleva esser fatta Regina. Sulle spalle di quella che tuttora è ricordata come la seconda moglie più famosa della storia dell’uomo, pesava infatti l’esperienza vissuta con la sorella Maria, sedotta e abbandonata dal principe inglese dopo aver messo al mondo un agognato figlio maschio.
Un triangolo amoroso che si confrontò con i vincoli della vita di corte, ma che sostanzialmente sminuisce la portata storica della decisione e tralascia le tante altre ragioni di convenienza politica che la causarono. Facendo del castello quasi una casa di appuntamenti nella quale in Re passa le sue giornate amministrando l’ordine delle proprie amanti anziché quello (magari altrettanto futile, ma sicuramente obbligatorio) degli accordi diplomatici e dei provvedimenti di politica interna, “L’altra donna del re” diventa soprattutto un piccolo pamphlet sul maschilismo imperante del passato e sull’ingenuità delle donne. Molto viene semplificato e quel rapporto tra le due sorelle Bolena, che a questo punto dovrebbe essere la vera ragione del racconto almeno da un punto di vista drammaturgico, vive di poche scene che non ne sottolineano con particolare incisività né il tormento né l’affetto. La regia di Chadwick risulta piuttosto anonima e anche quel voler far partire, all’inizio di ogni scena, il movimento di macchina da dietro o una porta o una ringhiera o spigolo, per ricordare che si sta spiando dentro le vite private dei protagonisti, diventa presto uno schematismo dall’effetto inutile.
Bravo invece l’intero cast. Mettere di fronte due attrici come Scarlett Johansson e Natalie Portman è sicuramente motivo di appeal per gli spettatori, soprattutto per quello giovanile affascinato dalla loro bellezza acqua e sapone. Le loro capacità interpretative non tradiscono le aspettative e volendo metterle in duello, la Portman vince sulla Johansson per carisma e fascino (magari però è il ruolo).
Davvero curati anche i costumi. In definitiva un film interessante per chi non conoscesse affatto una storia che è quasi una leggenda e per chi volesse vedere una di fronte all’altra le due attrici sopra citate, ma piuttosto anonimo nella comunicazione di emozioni.

La frase: "(Enrico VIII a Anna Bolena): "Ho lacerato questo Paese in due per te"".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/theotherboleyngirl.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 09:34
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sabato, 19 aprile 2008

Dopo il bel "36 Quai des Orfèvres", il regista francese Olivier Marchal ritorna a calcare quelle atmosfere cupe e maledette che contraddistinguono la sua visione della polizia e criminalità (lui stesso è stato un "flic" prima di lanciarsi sul grande schermo), con un film ancor più tragico e cupo, il terzo di una trilogia sul tema, iniziata con "Gangsters". Non più Parigi, ma Marsiglia. Non più un buono (anche se il Leo Vrinks di "36" così buono non era) ed un cattivo, ma solo un tormentato ex-buono interpretato dal fido Daniel Auteuil.
Per narrare la discesa verso gli inferi del poliziotto Schneider, Marchal parte da un preambolo drammatico: moglie e figlia del protagonista sono da poco state coinvolte in un incidente stradale che ha portato alla paralisi della prima, e alla morte della seconda. "Dio mi ha voltato le spalle" afferma nel flashback iniziale. Alcool come se piovesse, problemi sul lavoro, e sensi di colpa vari, rendono la vita di Schneider una sofferenza continua. Il fiuto del detective non l’ha abbandonato, ma quando tutto rema contro, compresi i suoi colleghi, anche indagare diventa impossibile.
Con ritmo compassato e un pò dispersivo, Marchal porta avanti due storie gialle parallele (il serial killer degli animali di compagnia e il ritorno in libertà di un assassino ormai settantenne) per parlare della vicenda umana del suo protagonista. Non è il thriller che gli interessa, ma si serve di queste due storie per tratteggiare un mondo nel quale non vale più la pena vivere, un luogo dove morte e violenza possono diventare fonte di liberazione. Una tragedia a tutto tondo che non coinvolge fino in fondo, troppo vaga nelle sue linee concettuali per buona parte del film e allo stesso eccessivamente insistita nei suoi snodi narrativi (lo stereotipo del poliziotto maledetto è portato avanti fino all’esaurimento). L’irrealismo di tante situazioni non diventa simbolico, finendo per diventare un pulp a cui manca però anche solo un pizzico dell’autoironia di un Tarantino, per potere essere digeribile. Se la cava egregiamente Daniel Auteuil, anche se c’è da dire che già in "Le deuxieme souffle" aveva interpretato un ruolo molto simile, mentre il resto del cast non si distingue particolarmente.
La frase: "Dio mi ha voltato le spalle".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/mr73.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 09:24
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sabato, 19 aprile 2008

Quindici giorni di set, massimo cinque ciak per scena, un montaggio finito il giorno dopo le riprese (“C’è voluto più tempo per la programmazione e per l’anteprima che per il film vero e proprio” ha affermato il regista), un budget ridotto all’osso e tanta voglia di allontanarsi, per spirito e per regole, da quel sistema hollywodiano di fare cinema che tante volte ingabbia idee e spontaneità. La nuova pellicola di Brad Siberling, già autore di City of angels e Lemony Snicket, rientra a pieno titolo all’interno di quel cinema indipendente americano che sempre più si cita quasi che fosse un marchio di fabbrica. A fare da padrino (o meglio, produttore esecutivo) al progetto è Morgan Freeman, che nella sceneggiatura scritta dallo stesso regista ha ritrovato un po’ di sé stesso, o comunque un po’ di quei personaggi che gli piace tanto interpretare. Parliamo quindi dell’uomo tutto saggezza e consigli che raddrizzano la vita di chi li ascolta, di un dispensatore di buone parole e considerazioni profonde che squarciano il velo della quotidianità per avvicinarsi al vero senso della vita. In Dieci cose di noi ad usufruirne è una bella cassiera immigrata spagnola in crisi sentimentale e lavorativa. E’ proprio nel supermercato in cui lavora, presso quella cassa veloce che consente massimo dieci pezzi (da qui il titolo del film), che incontra un celebre attore (il cui nome non verrà svelato per tutto il film, potrebbe essere davvero Morgan Freeman) venuto per osservare le mansioni che si svolgono in luoghi di tale tipo prima di accettare un ruolo in un film indipendente che lo vedrebbe, per l’appunto, direttore di un supermercato. Il caso li porterà a passare una giornata assieme per le strade di una Los Angeles popolare e a misura d’uomo dove nessun passante è “una persona comune”: tutti hanno qualcosa da dire e, soprattutto, da dare.
Un film per certi versi new age, intimista e soprattutto ottimista. “Vorrei che le persone avessero il cuore più leggero dopo averlo guardato” ha dichiarato la produttrice Julie Lynn. Impossibile negare che dietro a questo volutamente e ostentatamente essere minimalisti, si possa nascondere un po’ di furbizia, la voglia di sembrare così sinceri e umili da non potere essere rifiutati, ma quanti sono i film che non vogliono piacere? Ecco quindi che quel che comunica questa opera, seppur la confezione un po’ ruffiana, è comunque apprezzabile e riflessivo. Spinge alla curiosità verso il prossimo, cerca di infondere sicurezza e a pensare bene alle priorità nelle esistenze di ognuno di noi.

pubblicata qui: http://www.filmfilm.it/film.asp?idfilm=28036


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 09:21
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mercoledì, 09 aprile 2008

Calcetto: per numero di tornei organizzati siamo il primo Paese al mondo, per giocatori il secondo, ma giusto perché in Brasile è arrivato prima e ha anche una popolazione ben maggiore della nostra. Insomma per molti di noi italiani, quel circa 40x20 di metri di erba sintetica è un punto di ritrovo abbastanza comune, un’occasione per divertirsi e vedere il solito gruppo di amici. Così accade anche per i protagonisti del nuovo film di Luca Lucini: cinque uomini di diversa età che almeno una volta a settimana si incontrano per il torneo di un’imprecisata cittadina del nord.

“In campo come nella vita”, così diceva il grande Nereo Rocco. E così, partendo dai rispettivi ruoli in campo, per ognuno dei personaggi c’è un profilo conseguente: c’è chi vuol segnare a tutti i costi nonostante non abbia più le gambe, c’è chi dirige saggiamente la difesa, chi gioca sporco, chi ci mette i polmoni (il mediamo della canzone di Ligabue) e, logicamente, il portiere (che al contrario degli altri, non può caratterizzare troppo il proprio ruolo, il suo ruolo è semplicemente parare). Sul campo però si portano le gioie e le frustrazioni del quotidiane, sono proprio queste alla base del racconto.

Grazie all’eterogeneità dei personaggi, il film mette in luce diverse situazioni di vita sentimentale e lavorativa. Dai problemi di chi dirige un’azienda in lotta con la sopravvivenza a chi vive un matrimonio che ha bisogno di un nuovo equilibrio, da una paternità arrivata per sbaglio al tradimento di un amico passando per la vita passata ad aspettare del sesto uomo del gruppo, il panchinaro (ma efficace al momento opportuno) personaggio interpretato da Battiston.
Rispetto a L’uomo perfetto per Lucini è un mezzo passo indietro. Il suo film scorre senza problemi, regalando qualche sorriso, ma mai alcun momento di vera emozione o comicità. Le varie storie raccontate non brillano per originalità e seppur affrontate con un piglio ottimista e non banale, non sembrano comunque discostarsi di molto da quelle tematiche familiari già tante volte affrontate dal nostro cinema. Se L’uomo perfetto aveva un plot e una confezione che lo poteva far risultare ambito anche a mercati stranieri (all’epoca si parlo di “stile europeo”, nonostante si trattasse di un remake), questo vola molto più basso sia in termini di inventiva che di ritmo. Sia chiaro, non si parla di un film brutto e rappresenta un buon intrattenimento, ma da Lucini ci si poteva aspettare qualcosa di più. Bravo tutto il cast, in primis la sempre verde Angela Finocchiaro.

pubblicata qui: http://www.filmfilm.it/film.asp?idfilm=28021&from=insala_intro&fromp=03


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 09:52
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martedì, 08 aprile 2008

In un'imprecisata località del Messico, dei facoltosi cittadini hanno ricevuto la possibilità di avere un quartiere recintato rispetto all'esterno. Scuola, ambulatorio e anche un proprio servizio di vigilanza, tutto per evitare il contatto con la povertà e la delinquenza di chi ne abita fuori. E' questa "La zona" del titolo. La tranquillità viene però turbata quando tre ragazzini riescono a violare l'aerea scavalcando il recinto durante una tempesta e finendo col compiere un furto e un omicidio. Due di loro muoiono durante la fuga, uno rimane nascosto non si sa dove, ma sicuramente all'interno della zona. Non si può chiamare la polizia per non rischiare di vedersi revocati i privilegi del posto, e così parte una caccia all'uomo direttamente gestita dagli abitanti dell'area.
Un thriller che è anche un trattato di sociologia, il film d'esordio di Rodrigo Plà. La delinquenza è diretta conseguenza delle disparità economiche tra persone che vivono nello stesso luogo. Chi non possiede, è logicamente tentato a prendere da chi possiede. E il come è direttamente proporzionale al valore che si dà alla propria vita. Di certo si può morire di fame, mentre ogni tanto, rubando (e uccidendo) la si può fare franca. Ecco quindi spiegato il desiderio di proteggersi per le potenziali vittime di reati. Ma a che prezzo?
La paura genera paura, alzando sempre più l'intensità della violenza. Una spirale che i personaggi di "La zona" seguono senza porsi rimorsi, come se lo stato ultimo della civilizzazione (trattasi infatti di tutta gente laureata) sia coincidente con quello che vedeva migliaia di anni fa l'uomo alla pari di tutti gli altri animali. In questo ragionamento ci si può leggere l'11 Settembre, ma anche i pensieri leghisti e di chi, logicamente, ma non giustamente, spesso preferisce farsi giustizia da sé piuttosto che riporre fiducia nelle autorità.
Una metafora completa dei nostri (occidentali) meccanismi sociali interessante e coinvolgente, ma non perfetta. Personaggi con poco spessore e abbastanza stereotipati, una regia che non riesce a dare con la dovuta forza quel pugno nello stomaco che un soggetto così affascinante offriva e un finale che poteva finire un pò prima, quando il peggio era stato fatto, per mantenere alta la tensione. Rimane comunque un grandissimo esordio e un film, speriamo, distribuito in Italia (è stato presentato al Festival di Venezia nella sezione Giornate degli autori).

La frase: "Allora, chi vota per andarlo a cercare?"

recensione (scritta a Venezia) pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/lazona.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 00:09
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venerdì, 28 marzo 2008

Domenica 30 sono nuovamente ospite della trasmissione "Nessuno è perfetto" sulla radio nazionale Radioinblu alle 16:30. Chiunque voglia ascoltare le mie stupidaggini sul cinema quindi si sintonizzi. Se per caso comunque ve la perdeste, ma vorrete rimediare :-D , no problem. I miei interventi da qui in avanti dovrebbero diventare abbastanza regolari. Per conoscere la frequenza nella vostra zona di radioinblu, cliccate qui


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:21
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venerdì, 28 marzo 2008

Sempre attento a registrare e riportare i cambiamenti della vita sociale del Paese, Paolo Virzì è forse l’unico nostro regista capace di rielaborare, a suo modo e con intelligenza, la troppe volte evocata a sproposito commedia all’italiana. Ciò che emerge dai suoi film è sempre una riflessione su ciò che siamo diventati o che stiamo diventando, è il mondo che viviamo o che ci circonda da molto vicino.
Anche la peggiore delle situazioni, come quella qui raccontata di una ragazza intelligente e laureata costretta, come tante altre, a lavorare in un call center perché quella è l’unica occupazione che le si offre, viene stemperata con quel tono ironico (e qui anche grottesco) che riesce nell’impresa di intrattenere (le circa due ore filano via alla grande) e allo stesso tempo a gettare una forte malinconia (perché fondata sulla realtà e non su un espediente narrativo).
Non è un caso se in un momento del film si riveda un frammento di quel “C’eravamo tanto amati” che ricostruiva il ritratto di una generazione, quella che dopo la guerra pensava che tutto sarebbe stato possibile. “Volevamo cambiare il mondo, ma il mondo ha cambiato noi” diceva l’ex professore Nicola Palumbo. La generazione di oggi forse un ideale neanche lo ha mai avuto, il sistema e il pensiero attuale hanno fatto sì che in pochi pensino che la solidarietà e l’unione siano in grado di fare la forza. Non solo le colleghe di Marta, la protagonista, non ascoltano e non si rivolgono al sindacalista interpretato da Mastrandrea, ma quest’ultimo stesso rappresenta un personaggio contraddittorio e non così efficace, attento forse anche lui più alla notizia che al radicamento del problema.
L’occhio senza pregiudizi di Marta diventa così l’espediente per scandagliare un universo di tipi umani sempre più reali. Non c’è condanna in Virzì neanche per chi non sta all’ultimo gradino della scala gerarchica: i capi sono personaggi altrettanto tragici e miseri nella loro vita da reality.
L’ossessione per essere dei numeri uno, la prostituzione del corpo (come accade al personaggio di Sonia) e quella del cervello (Marta, che non a caso è la migliore del suo turno), la meschinità con cui aziende che cercano di vendere per telefono cercano di farsi ricevere a casa puntando sulla bontà di cuore di persone per lo più anziane preoccupate del mondo che stanno lasciando: “se riceverà un nostro incaricato aiuterà noi giovani che lavoriamo qui al call center e che veniamo pagati ad appuntamento”.
Sono tanti gli spunti veri (per chi non lo sapesse, in quei luoghi davvero c’è la musica prima di iniziare la giornata, così come sono realistici tanti altri momenti) e quando Virzì e il suo fidato co-sceneggiatore Francesco Bruni decidono di andare un pò oltre e cavalcare quell’aspetto grottesco sopra citato, lo fanno con mestiere e buon gusto, senza risultare ridicoli. Dietro quella che potrebbe sembrare ogni tanto una forzatura (l’omicidio in ufficio o la videochiamata sulle tette), c’è sempre un elemento di riflessione da far passare o un ballo da insegnare perché si cominci a capire quale sia il ritmo di questa vita che il titolo del film dice essere davanti, mentre il film stesso puntualizza essere sì davanti, ma chiusa.
Perfetto tutto il cast, capitanato dalla quasi esordiente Isabella Ragonese. La sua bellezza non appariscente, il suo sguardo non giudicante, ma comunque deciso e attento, buca lo schermo. Massimo Ghini e Sabrina Ferilli ritrovano assieme Virzì dopo Ferie d’Agosto, e danno il loro contributo in ruoli non principali, ma comunque importanti. Intenso Elio Germano, sempre bravo Mastrandrea, bella e ben inserita nella parte della ragazza superficiale, ma dall’animo tragico, Micaela Ramazzotti. Virzì sceglie bene le sue facce per quello che forse è il suo miglior film.


La frase: "Quoque tu Brutus filius mius"

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/tuttalavitadavanti.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:11
recensioni film in sala, quattro stelle su cinque, tutta la vita davanti | link | commenti (4)

venerdì, 28 marzo 2008

Accolto dalla critica con il gelo più totale (né fischi, né applausi), che buon segno non è, il primo film italiano in concorso alla 64esima Mostra del cinema di Venezia faceva parlare già da qualche settimana. Motivo? La scena di nudo integrale, con tanto di erezione, che vede protagonista il lanciatissimo Elio Germano in compagnia della brava (e bella) Mimosa Campironi di Incantesimo.
Un film criptico quello di Paolo Franchi, alla seconda prova dopo La spettatrice. Una storia circolare, che inizia dove finisce (lo studio del medico come un commissariato come il lettino di uno psicologo) lasciando aperte tante vie di interpretazione.
Un uomo, Bruno e un giovane, Luca. Ognuno di loro ha odiato il proprio padre, il primo ne è scappato, il secondo lo ha ucciso. Sterilità e figli nascosti non sono altro che altri elementi che gli autori immettono nel racconto per rimpolpare il tema. Ma non c'è solo questo. E se Luca fosse una proiezione di Bruno? Se tutto fosse un semplice delirio?Certo non è il realismo la cornice in cui si svolgono le azioni dei personaggi. Se scompare una persona per una settimana, la polizia indaga e interroga subito. Se uno ha una fabbrica che sta cercando di evitare la bancarotta, qualche ora, se non in ufficio, ma quantomeno al cellulare, la passa durante la giornata. E così via.
Franchi e i suoi sceneggiatori lavorano per sottrazione, cercando di sintetizzare qualsiasi pensiero o concetto. Ne esce un film oltremodo complesso e artificioso, un esercizio di stile in cui sembra mancare qualsiasi ispirazione e spontaneità, sempre autocompiaciuto nel mostrarsi crudo e sgradevole (dall'utilizzo del sonoro alla cruda fotografia con cui si espongono i corpi dei protagonisti). Che dietro al tutto ci sia intelligenza e ricerca è innegabile, ma quel gioco delle interpretazioni che si pretende dallo spettatore non porta a nessuna riflessione profonda, non colpisce rimanendo fine a sé stesso, e cioè, come già detto, un gioco. Se si ha la pazienza (molta) di ragionarci sopra molto si riesce a spiegare, anche se davvero risulta semplice carne messa al fuoco il furto subito dalla moglie di Bruno e i tanti bacini e scuse sussurrate di Luca dopo aver messo violentemente la mano in bocca alla propria ragazza. Davvero c'è da interpretare in maniera simbolica anche questo?
Rimane l'ennesima ottima interpretazione di Elio Germano che, a cuor leggero, ha dichiaro in conferenza stampa di come per lui l'esperienza fatta con"Nessuna qualità agli eroi" sia stata più importante per quello che gli ha dato durante la preparazione al personaggio di Luca che per ciò che poi ne è uscito fuori. Frase mal formulata o parziale ammissione di colpa?

Curiosità: "Il titolo si riferisce alla scena finale e alla scelta di Bruno di….(non vogliamo rovinare la sorpresa a chi non ha visto il film). Lui lo fa per sé stesso, non per altri. Nessuna qualità, dunque, a chi appare eroe, ma si muove in realtà solo per sé stesso.".

La frase: "L'impulso che mi sollecita a costruire è lo stesso che mi ispira a distruggere".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/nessunaqualitaaglieroi.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:07
recensioni film in sala, una stella e 1/2 su cinque, nessuna qualita agli eroi | link | commenti (1)

venerdì, 28 marzo 2008

Dall’enorme successo editoriale al grande schermo il passo è breve.
Tanti lettori garantiscono tanti spettatori: la curiosità di una resa per immagini di una storia che ha appassionato e si è fatta leggere grazie al passaparola rappresenta una campagna promozionale che poche altre strategie di marketing possono sfruttare. Il botteghino andrà bene, ma gli spettatori già lettori, usciranno soddisfatti dalla visione? Probabilmente non troppo.
Il film è avvincente nella narrazione (e questo probabilmente sorprenderà chi non avrà letto il libro), ma non coglie la parte descrittiva del romanzo, forse la più interessante. La regia di Marc Forster non riesce a far sua una delle tante e interessanti tematiche della storia (il particolare rapporto padre-figlio, l’amicizia strappata, il ritorno alle origini, il dramma di una civiltà lacerata prima dall’invasione russa e poi dall’integralismo islamico, il malessere di chi è stato costretto a immigrare in una terra non sua), ma si limita a raccontare quasi come se fosse un film d’azione. Non trova una propria cifra stilistica, rimanendo probabilmente troppo legata al testo, anziché cercare una propria strada poetica e concettuale.
Sia chiaro, non si parla di un film brutto, banale o noioso, ma il confronto tra potenzialità e versione finale è abbastanza severo. A livello di sceneggiatura manca molto l’aspetto descrittivo, il confronto tra la vita che c’era e la vita che c’è in quel grande stato (non territorialmente, ma culturalmente) che era l’Afghanistan. Era proprio questo uno degli aspetti che più aveva attratto la gente di mezzo mondo a sfogliare l’opera di Khaled Hosseini: la possibilità di conoscere la storia di una nazione per tanti anni dimenticata dai mass media, per poi rientrare improvvisamente in scena quel tragico 11 Settembre.
Nuoce all’intero progetto il suo essere destinato, nonostante non annoveri nomi altisonanti nel cast (anche perché interpreti afgani famosi in occidente è difficile trovarli), al grande pubblico statunitense. Ecco quindi scelte di dubbio gusto (la voce inglese cantata su melodia araba o l’ultima retorica scena che richiama nuovamente il titolo e che per fortuna il libro ci risparmiava) e varie semplificazioni narrative (la facilità con cui si arriva al regolamento di conti, l’idea che si possa entrare e scappare da un Paese in guerra senza troppi problemi, la possibilità di poter portare un bambino negli Stati Uniti senza un documento d’identità). Ne esce un film sicuramente vedibile e interessante, ma che, a differenza degli aquiloni che ricorda nel titolo, vola a bassa quota.

La frase: "Un uomo che non sa difendere sé stesso è un uomo che non sa difendere niente".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/thekiterunner.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:03
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sabato, 22 marzo 2008

Nessuna gang criminale o gruppo di ragazzetti delinquenti. Qui per banda si intende la più alta qualifica possibile, quella di essere una piccola orchestra, musicisti che assieme girano le città allietando con strumenti e voce occhi e uditi di tante persone. Nella storia qui raccontata, la banda della polizia di Alessandria d’Egitto si ritrova per un equivoco in una sperduta ed anonima cittadina israeliana. In Israele dovevano andarci, l’occasione è l’inaugurazione di un istituto di cultura araba, ma non è quello il villaggio giusto e non si può ripartire prima del mattino successivo.

Ecco quindi che gli otto componenti si fanno ospitare da gente del luogo (non esiste albergo) mettendo a nudo tanto le proprie storie quanto quelle degli ospitanti.

La malinconia dei personaggi e di tutta la vicenda in sé viene capovolta dall’estremo senso di ironia con cui il regista e sceneggiatore Eran Kolirin pervade tutta la narrazione. Umorismo fatto di tante delicate e azzeccate scelte di regia e montaggio, dove ogni inquadratura contiene uno spunto o un’idea. Alta è capacità con cui si riesce a giocare sull’unicità della banda e allo stesso tempo a giocare con l’individualità di ognuno dei suoi personaggi, ottimi alcuni sketches degni della miglior comicità muta, rarefatte, ma sempre pungenti sono le parole.

La solitudine che permea luoghi e personaggi diventa motivo d’unione tra due popoli dalle relazioni tormentate (la guerra dei sei giorni del 1967 viene evocata solo da una fotografia, ma tanto basta), simbolo di integrazione fra culture tanto quanto la citata apertura dell’istituto arabo. Non sono la religione o i conflitti storici quello che interessa alle persone, ciò che può dividerle: ognuno vive la propria vita e sono tante le preoccupazioni, i momenti di gioia e tristezza piccoli in termini generali, ma enormi dal punto di vista personale, che tutto il resto assume l’aspetto di una cornice a cui pochi punterebbero l’attenzione, non certo i personaggi all’interno del quadro stesso.

Belle le facce dei protagonisti: dal triste colonnello al più giovane della banda, dalla donna vissuta, ma ansiosa di rivivere quelle storie d’amore viste in gioventù alla televisione, al ragazzo israeliano troppo timido per provarci con una ragazza.

Tante volte si utilizza il termine “gioiellino” per descrivere un film, qui non è fatto a sproposito.

pubblicata qui: http://www.cinemaplus.it/leggi-scheda.asp?id=2601


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:13
recensioni film in sala, la banda, quattro stelle su cinque | link | commenti (3)

sabato, 22 marzo 2008

Che “Notte prima degli esami” abbia dato il via ad un filone di commedie giovanilistiche che ben fanno alle casse del cinema italiano non c’è dubbio. Gente invogliata ad andare in sala, opportunità lavorative, possibilità di rischiare (in futuro) in un mercato che rende. Le conseguenze di buoni botteghini si ripercuotono su tutto l’ambiente. E’ però questa una ragione sufficiente per giustificare qualsiasi lavoro che si inserisca su questa scia?
Prendendo proprio un verso della stessa canzone di Venditti che già diede il titolo al film capostipite sopra citato, Miniero e Genovese portano sul grande schermo una sceneggiatura non propria (almeno all’origine) per un film leggero e senza grosse pretese. Una storiella semplice che si spera non abbia l’ambizione di voler descrivere verosimilmente la comunità cinese nella Capitale (anche se purtroppo così hanno affermato in conferenza i due registi), ma solo quella di raccontare l’amore tra due ragazzi che inizialmente hanno bisogno l’uno dell’altro per altre, nascoste, ragioni (lui ha bisogno di una cantante con gli occhi a mandorla per la propria band, lei di un ragazzo che la scampi da un matrimonio combinato). Nulla di nuovo: equivoci, pseudo tradimenti, sfide sulla spiaggia, errori che casualmente rivelano e rincorse che salvano l’happy end all’ultimo minuto.
Le semplificazione alla Disney (che è qui, non a caso, è co-produttrice) sono tante, sia a livello narrativo che di utilizzazione del territorio, con una Roma che sembra un piccolo quartiere dove gli incontri casuali sono all’ordine del giorno e quando si dice “supermercato” è chiaro a quale ci si riferisca.
Citazioni tante, ma cadute quasi per caso. Il target di pubblico è più basso del solito.
Ne esce un film dallo scheletro narrativo deboluccio che si salva per alcune gag che, prese a sé stanti, colgono spesso nel segno quanto a comicità. Merito di alcuni dialoghi ben congegnati dalla troupe di sceneggiatori (tra cui lo stesso Massimiliano Bruno, qui finalmente anche attore dopo tante belle performance teatrali) e del bravo Mario Mattioli che si ritaglia il suo spazio nel ruolo del padre del sempre presente (ormai il suo volto è un logo per questo genere di film) Vaporidis.

La frase: "Il culo non canta, ma conta
".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/questanotteeancoranostra.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:11
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sabato, 22 marzo 2008

Da quando Il Signore degli anelli e Harry Potter hanno dimostrato che il fantasy al cinema aveva ancora tanto da dire (o meglio: tanti spettatori da attirare), la caccia di produttori e sceneggiatori al libro “giusto” che trattasse di orchi, fatine e figure magiche è diventata incessante. Da Le Cronache di Narnia a La Bussola d’oro passando per Un ponte per Terabithia e Tata Matilda: gli esempi recenti sono tanti, le storie si somigliano e il fantastico ha già cominciato a diventare abituale, a perdere quell’aurea di meraviglia che dovrebbe invece esserne. Stavolta è il turno di Le cronache di Spiderwick” tratto dall’omonima serie di libri scritti da Holly Black e illustrati da Tony Di Terlizzi.
Nelle sue linee essenziali il film di Marc Waters riprende quelli che possiamo considerare dei topoi del genere: una casa dall’aspetto un po’ sinistro abbandonata da tanto tempo, un gruppo di fratelli di età eterogenea (stavolta una sorella più grande e due fratellini gemelli) dall’instabile equilibrio familiare e un mondo fatato in pericolo. L’innovazione, se così la possiamo chiamare, è nell’immaginare le due ambientazioni (il reale e il magico) come coincidenti: l’uomo è circondato da folletti e strane figure, solo che non li può vedere se non attraverso un magico monocolo. Uno spunto interessante che purtroppo si ferma alla storia del gruppo di protagonisti: le intrusioni del fantastico nella vita di città sono ferme ad un paio di scene, il resto della vicenda si svolge in un’anonima foresta che concettualmente dovrebbe rappresentare il centro del mondo. Poca l’ironia (gli unici sorrisi li strappa il maialino affamato di uccelli), debole la morale (la famiglia prima di tutto), belli invece gli effetti speciali nelle sequenze di mutazione dei personaggi fantastici. La baby star Freddie Highmore si sdoppia (interpreta i due gemelli) e trasuda antipatia (sarà che in un modo o nell’altro ha partecipato a quasi tutti i fantasy degli ultimi 3 anni), mentre David Strathaim sembra capitato lì per caso. Ne esce un film minore per il genere, non particolarmente ispirato, ma neanche completamente negativo, grazie ad un paio di scene di suspanse azzeccate e al fascino estetico (così brutti da sembrare carini) degli innocui cattivi.
Un film adatto ad un pubblico pre-adolescenziale per un regista che in passato aveva fatto complessivamente di meglio (Freaky Friday e Mean Girls erano delle non troppo banali commedie adolescenziali).

pubblicata qui: http://www.filmfilm.it/film.asp?idfilm=27929&from=insala_title&fromp=03


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:08
recensioni film in sala, due stelle, spiderwick | link | commenti (1)

sabato, 22 marzo 2008

Sergio Rubini chiama a raccolta un altro suo conterraneo, il pugliese Riccardo Scamarcio, per un film ben fuori dalle sue corde, un thriller. Che Rubini sia coraggioso è indubbio, in Italia i tentativi che vanno fuori da quelli che ormai sono i generi italiani che tirano il botteghino (dalla commedia giovanilistica al cinepanettone, passando, ma tra alti e bassi, per i drammi familiari) sono pochi e spesso realizzati con una tale esiguità di budget che anche la migliore delle idee finisce per perdere molto del proprio potenziale, ma purtroppo anche la sua ciambella non esce con il buco.

Il triangolo amoroso alla base del suo racconto si incrocia con la il fascino dell’arte: la manipolazione della creatività, l’avidità, il successo, l’esigenza per un artista di far vedere e apprezzare le proprie opere. E’ proprio questa sua ambientazione così alta nei riferimenti che sgretola la vitalità della narrazione. La cornice è troppo ampia per questo noir piccolo nelle dinamiche e nelle immagini: a nuocerne è la credibilità dei personaggi, tutti così miseri nei pensieri e negli atteggiamenti da poter pensare che dentro vi si nasconda il fuoco della passione per la creatività e il bello. Le citazioni si ricorrono senza aggiungere nulla di nuovo a quanto già visto e in meglio. La rincorsa per il museo da Vestito per uccidere, il delitto impunito alla Matchpoint, la capacità di sedurre e muovere le coscienze di La condanna di Marco Bellocchio, passando per Hitchcock e tanti altri. Manca un estro, un’idea di cinema che vada al di là di un collage di spunti, o una capacità di scavare a fondo mettendo a nudo personaggi e, di riflesso, lo spettatore.

La sceneggiatura appare troppo lunga, e non pochi sono gli errori logici che potranno far capolino nelle menti dei più maliziosi. Perché non posare l’arma prima dell’incontro finale?Come avrebbe fatto il personaggio di Rubini a sapere che si sarebbe andati in una determinata direzione, quando molto era affidato al caso? Questi sono solo alcuni esempi.

Lo stesso Rubini poi si ritaglia il non facile ruolo del critico d’arte burattinaio senza averne la fisicità adatta (un uomo più grosso e malinconico anche nell’aspetto come, ad esempio, Depardieu sarebbe stato senza dubbio meglio), rendendo difficile anche le prove dei due giovani attori (la sua malvagità non sembra mai così inquietante da poterne capire anche il fascino).

pubblicata qui: http://www.cinemaplus.it/leggi-recensione.asp?id=2600


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:04
recensioni film in sala, due stelle e mezzo, colpo docchio | link | commenti (2)

sabato, 15 marzo 2008

Dopo aver lavorato assieme nel 2000 nel thriller "The Yards", Mark Wahlberg e Joacquin Phoenix sono rimasti così ben impressionati dalle qualità del regista James Gray, che hanno deciso di produrre e mettere a disposizione i propri volti per il suo film successivo, per l’appunto “I padroni della notte”.
Due fratelli quanto mai diversi: uno (Wahlberg) ha seguito le orme del papà (Robert Duvall) entrando in polizia e diventando un agente modello, l’altro (Phoenix) è diventato un libertino gestore di un night club tra i più trendy della scena newyorkese. Le loro strade si incrociano: i proprietari del locale gestito da Phoenix sono indagati come i responsabili di uno smercio di droga su cui sta investigando Wahlberg.
Dopo una mezz’ora di premesse in cui ben vengono presentati i personaggi e il loro background, il film scritto e diretto da Gray comincia quello che potremmo definire un vero pamphlet del poliziesco.
Molti dei capisaldi narrativi del genere vengono infatti affrontati da una storia che continuamente spiazza lo spettatore. Dal conflitto familiare alla protezione testimoni, dall’infiltrato al regolamento dei conti, dalla crisi di coscienza al tradimento: gli equilibri interni si rimescolano senza soluzione di sosta. E se la sceneggiatura è quindi apprezzabile per come decide di non adagiarsi su di un’unica idea, ma di lanciare sempre il sasso un pò più in là, altrettanto è abile la regia (e la fotografia) che regala bellissime sequenze di vita notturna al ritmo di discomusic e un inseguimento in macchina dall’estremo realismo che ricorda molto il William Friedkin di “Il braccio violento della legge” e il John Frankenheimer di “Ronin” e tanti altri.
“I padroni della notte” risulta così un film vecchio stile, da America anni ’70 quando i polizieschi erano piovosi e nessun cellulare poteva chiedere aiuto nei momenti di bisogno. Non riuscito, ma forse non era neanche voluto, il tono dell’epica: oltre il racconto in sé, non emerge la grandezza della famiglia protagonista custode di valori come lealtà e coraggio. Rimane comunque un ottimo intrattenimento, ottimista, ma malinconico, interessante sotto parecchi punti di vista e impreziosito dalle buone performance di tutto il cast.

La frase:
- "Avremo una grande casa e tanti bambini"
- "Non è meglio grandi bambini e tante case?"

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/weownthenight.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 15:18
recensioni film in sala, tre stelle e 1 2 su cinque, i padroni della notte | link | commenti (2)

martedì, 11 marzo 2008

Ecco il finale del film non voluto dalla Warner. Si avvicina di più al libro di Matheson, ma non è comunque il massimo (anzi secondo me è peggiore di quello andato in sala). Vale comunque vederlo. Su youtube il video non è più disponibile, linko quindi l'unico posto dove tuttora si può vedere e cioè qui .


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:03
io sono leggenda, video cinematografici | link | commenti (4)

sabato, 08 marzo 2008

Guardando “Sonetàula”, secondo film del regista sardo Salvatore Mereu (vincitore, con “Ballo a tre passi”, della Settimana della Critica di Venezia 2003), è impossibile non pensare a “Banditi a Orgosolo”, grande capolavoro di Vittorio DeSeta del 1961. Una terra da sempre inospitale come la Sardegna (origine dello stesso Mereu), un giovane pastore che a metà secolo si trova ingiustamente ad essere ricercato dalla giustizia, un destino tragico che sembra quasi ineluttabile. A livello narrativo le analogie sono molte e, quasi a testimoniare il fil rouge che intercorre tra i due lungometraggi, c’è anche quel Giuseppe Cuccu che in “Banditi…” era il protagonista, qui invece ne è il nonno.
Richiami che fanno di “Sonetàula” non un remake o una versione aggiornata del film di De Seta, ma un importante tassello di completamento della descrizione storica, sociale e soprattutto concettuale su pellicola della terra dei quattro mori. Oltre infatti all’avvincente storia di Giovanni (dipanata in 160 minuti che sono probabilmente troppi, ma che comunque non annoiano), quello che emerge sullo sfondo di questa vicenda raccontata tra il 1937 e il 1950, è il cambiamento della Sardegna e de sardi: l’abbandono graduale della pastorizia, i primi lavori in città, l’arrivo dell’elettricità e il brigantaggio che diventa sempre più armato e violento.
Ispirandosi all’omonimo libro di Giovanni Fiori (scritto all’inizio degli anno ’60), Mereu riesce così a fare del suo protagonista l’espediente per parlare di un ampio periodo storico. Nulla viene troppo esplicitato, sono pochi i dialoghi e le scene che non riguardano il personaggio principale e molto (in termini di spiegazioni) viene dato per scontato dal montaggio, ma atmosfere e suggestioni riescono comunque ad emergere con forza. Merito di una regia sempre