sabato, 21 novembre 2009

Iniziano dal film di De Maria:Prima linea”. Si tratta senza dubbio del film che più alzerà (lo sta facendo) polemiche. Si parla infatti di terrorismo (Prima linea fu una delle prime formazioni armate durante il periodo del terrorismo degli anni ’70). Il punto di vista è quello interno di Sergio Segio e già questo ha fatto storcere il naso a molti intellettuali e politici che, prima di vedere il film, hanno protestato per la scelta di un punto di vista che si presume giustificherà azioni che hanno portato morte e sofferenza. Così non è, c’è un discreto distacco emotivo dai personaggi nel film di De Maria,  anche se la ricostruzione degli eventi ne salta di alcuni importanti nella storia del movimento. Ne esce comunque un film interessante a cui vale la pena dare un’occhiata, c’è dramma, azione e anche un po’ di sentimento. Per Riccardo Scamarcio si tratta del quarto film sul passato dell’Italia dopo “La meglio gioventù”, “Mio fratello è figlio unico” e “Il grande sogno”:  un giorno si potrà apprezzare forse di più quest’attore ormai maturo e degno di essere considerato molto più che un giovane sex symbol.
Passiamo a
Francis Ford Coppola e al suo “Segreti di famiglia”. Assieme al ritorno del regista di “Il Padrino”, che non girava una pellicola dai tempi del discutibile “Un’altra giovinezza” (2007), questo film presentato a Cannes è l’occasione anche per rivedere Vincent Gallo, da tempo lontano dal grande schermo. Una storia intimista su due fratelli, composta soprattutto da dialoghi e girata in bianco e nero: la tecnica è quella impeccabile di Coppola, se è motivo sufficiente per andare al cinema, andate, sennò pensateci un po’, il rischio noia è possibile.
Valentino: L’ultimo imperatore” rischiava invece di non venire mai distribuito in Italia, nonostante si tratti di un documentario sul famoso stilista nostro connazionale e fosse stato presentato in anteprima al Festival di Venezia di due anni fa. Solo il successo ricevuto in America e la possibile candidatura all’Oscar che tutti danno per certa, ha fatto sì che questo film girato da Matt Tyrnauer, per anni giornalista di Vanity Fair, trovasse una distribuzione italiana (nello specifico, Medusa). La carriera dell’artista, nonché la sua vita privata, vengono raccontati con leggerezza ed epica allo stesso tempo. Se siete dei fashion addicted, o comunque molto curiosi di vedere e capire la vita di uno dei più grandi artisti italiani contemporanei, prenotate il posto al cinema.
Ce n’è per tutti” di Luciano Melchionna (già autore di “Gas”) è una commedia satirica su una società contemporanea sempre più in disfacimento. Il progetto di suicidio di un ragazzo che si vuole buttare dal Colosseo diventa il pretesto per una serie di flashback e di salvataggi improbabili che non risparmiano nulla riguardo l’egoismo e il cinismo che dominano l’ oggi (a partire dai mass media.) Il soggetto era originalmente una  pièce teatrale. Nel cast c’è Ambra Angiolini e la produzione è di Anna Falchi: echi da anni ’90.
Poesia che mi guardi” di Marina Spada, terzo film italiano della settimana, è un documentario incentrato sulla figura della poetessa Antonia Pozzi, morta suicida a 26 anni nel 1938. Ad interessarsene è una cineasta che, nello studio dei lavori della Pozzi, cerca di coinvolgere a poco a poco un gruppo di studenti, finendo con il fare della lettura delle poesie, un modo per condividere emozioni. Il film è stato presentato all’ultimo festival di Venezia.
Il film per famiglie della settimana è “
Planet 51”, cartone animato spagnolo scritto da Joe Stillman, uno dei papà di Shrek. Alieni che vengono invasi da uomini. Si capovolge la storia di “Et” e di tanti altri film di fantascienza e ci si ritrova con un simpatico film che divertirà sia i più piccoli che i cinefili con la passione per le citazioni. Una bella prova per l’animazione europea.
pubblicatio qui: http://www.film.it/articolo/film-in-uscita-venerdi-20-novembre-la-prima-linea-segreti-di-famiglia-planet-51/10890492/


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 09:42
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mercoledì, 18 novembre 2009

Dopo “L’alba del giorno dopoRoland Emmerich ritorna ad immaginare un mondo distrutto da una situazione ambientale insostenibile. La scomoda verità stavolta finisce infatti per mangiarsi davvero il pianeta: cosa salvare quando l’apocalisse diventa ineluttabile? Grande spettacolo (con tanto di poli che si sciologono), effetti speciali come poche volte se ne sono visti al cinema. "2012" potrebbe diventare la pellicola più interessante del regista di "Independence Day", uno che non bada troppo alle finezze (soprattutto di sceneggiatura), ma che sa come spingere i limiti della spettacolarità.
Dopo tre anni dal bellissimo “
Volver”, Almodovar ritorna con Penelope Cruz con una storia di amore e tormento. "Gli abbracci spezzati" è un film ricco di trovate narrative e visive che purtroppo non ha convinto la critica che lo vide lo scorso maggio a Cannes dove fu presentato, compreso il nostro Adriano Ercolani che, nella recensione di film.it, afferma come “ci troviamo di fronte ad un lungometraggio costruito, che lavora smaccatamente sulle metafore senza però inserirle coerentemente in un’opera che sappia avvalorarle con il suo spessore drammatico. Anche i costanti, espliciti riferimenti alla storia del cinema che il cineasta spagnolo ama di più alle fine risultano meccanici, forzati, e conseguentemente non si inseriscono con equilibrio all’interno della trama”. Si parla comunque di Almodovar: anche il suo film meno riuscito è un film da vedere.
Michael Douglas è invece il cattivo di “Un alibi perfetto”, remake dell’omonimo film di Fritz Lang del 1956. Tanti colpi di scena per una pellicola che non ha la carica politica del suo originale, ma che comunque regala una paio d’ore di buon intrattenimento per chi ama i thriller. Un giornalista scopre che un procuratore distrettuale che tutti osannano è in realtà un uomo meschino e corrotto. Far uscire la verità sarà una vera e propria impresa.
Il film italiano della settimana è la commedia-dramma “
Good morning Aman”. Il titolo rimanda al film di Levinson con Robin Williams (“Good morning Vietnam”), ma il soggetto si muove su ben altri argomenti. Si narra infatti lo strano rapporto tra un ex pugile interpretato dal sempre bravo Valerio Mastandrea con un giovane somalo che, bisognoso di un aiuto, si lascia coinvolgere suo malgrado in un losco affare. A Venezia, dove il film è stato presentato lo scorso Settembre, sono stati più gli apprezzamenti che le bocciature. Vale la pena dargli una chance.
pubblicato qui: http://www.film.it/articolo/catastrofismo-e-il-ritorno-di-almodovar/10752666

EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:31
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sabato, 07 novembre 2009

Due primitivi vengono allontanati dal villaggio e finiscono prima nel mezzo del litigio tra Caino ed Abele, poi nella provocante Sodoma.
Basta una riga per descrivere la storia di "Anno Uno", in assoluto il peggiore film di Harold Ramis. Non ci saremmo mai aspettati che lo sceneggiatore di "Ghostbusters" (di cui interpretava anche il preciso dottore Egon Spengler) nonché regista di "Ricomincio da capo", "Terapia e pallottole" e tante altre belle commedie avrebbe mai preso parte ad un film di così bassa lega. Eppure è così, e la delusione è anche per Jack Black che da tempo si era allontanato dal demenziale per costruirsi una carriera convincente anche come attore a tutto tondo. Ecco invece un film banale e senza uno straccio di idea, ancorato all’idea che la volgarità e l’espediente della ricerca ossessiva di sballo (intesa come donne) basti a far ridere.
Anche volendo soprassedere sull’idea di volere far viaggiare i due protagonisti per varie epoche senza spiegare nulla (e per tanti ignorantoni che forse andranno al cinema, il rischio è che ci credano davvero), toccando leggende e storie con estrema superficialità, "Anno uno" va avanti a strappi, senza una vera struttura narrativa, singhiozzando puzze, pipì, toccate di seno, genitali messi a rischio e così via. "Superfantozzi" al confronto era un capolavoro (ma forse lo è anche senza confronto). Tutti i brutti luoghi comuni delle più insopportabili pellicole stupide americane vengono toccati, lo spazio per il buongusto è pressoché nullo. Non è la demenzialità in sé ad essere fastidiosa: sono tanti gli esempi di pellicole volutamente nonsense che in passato hanno strappato sorrisi ad un pubblico ben conscio del fatto che il racconto fosse inverosimile. Qui però sembra di essere solo davanti ad un’operazione commerciale. Ciò che si percepisce è che c’era una sola idea prima di decidere di realizzare il film: due imbranati, giovani che avrebbero potuto spendere le proprie giornate non facendo nulla in un college, che però vivono duemila anni fa. Tutto il resto è riempitivo: nessun discorso sull’amicizia, nessuna volontà di deridere con intelligenza un po’ le credenze del passato. Tutto viene buttato in un calderone di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Dati i nomi che vi hanno preso parte, tutto questo è un vero peccato.

La frase:
- "Ci vediamo stasera?"
- "No, non credo, devo lavarmi i capelli"
- "Ma te li sei lavati già un anno fa!"

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/announo.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:58
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venerdì, 06 novembre 2009

Finalmente “Public Enemies” e non solo. I nuovi titoli della settimana regalano anche un insolito Clooney, un film cult tedesco, Jack Black e un paio di interessanti italiani.Se amate il cinema con la C maiuscola, questo è il weekend che attendavate da anni e cioè quello dell’uscita di “Nemico pubblico”. No, non parliamo del comunque buon film con Vincent Cassel uscito in primavera, ma dell’ultima pellicola di Michael Mann, uno dei più grandi registi viventi. Il papà di “Manhunter”, “Collateral” e “Miami Vice” porta sul grande schermo la storia romanzata del famoso criminale degli anni ’30 John Dillinger. A dargli il volto è Johnny Depp e suo rivale, nei panni del detective, è Christian Bale. Come già in Miami Vice, Michael Mann non cerca l’epica o il grande personaggio che piace ed emoziona a gente. Le sue storie sono un pretesto per costruire scene d’azione di tensione eccezionale, vere e proprie opere d’arte per quanto riguarda geometria, dinamismo, costruzione scenica. Fa tutto in digitale, sporca la pellicola come se ci fossimo proprio noi lì sulla scena con in mano una handycam con cui normalmente registriamo i nostri compleanni. Ne esce un film eccezionale, imperdibile per chi al cinema ama guardare, ancor più che la storia, comunque interessante, la regia.

Altro film da vedere, ma per altri motivi, è  “L’uomo che fissa le capre”. Una commedia intrisa di comicità nonsense che, per certi versi, ricorda quella dei Coen e del loro “Il grande Lebowski”. Protagonista è Ewan McGregor, un giornalista senza spina dorsale che dopo una delusione amorosa decide di partire per l’Iraq e da lì fare il corrispondente. Sulla sua strada incontra un personaggio tanto eccentrico quanto convincente (un bravissimo George Clooney) che gli rivela di fare parte di una speciale squadra di militari richiamata dal governo per la guerra in medio oriente dopo anni di congedo.  Ne segue un’avventura strampalata, allegra e al contempo malinconica, tratta da un libro di successo a sua volta scritto partendo dalla storia vera capitata all’autore (Jon Ronson).

“Anno uno” con Jack Black e Michael Cera è invece semplicemente il peggiore film che Harold Ramis abbia mai realizzato. Lo sceneggiatore di “Ghostbusters” (in cui interpretava anche Egon) e “Molto incinta”, regista di “Ricomincio daccapo”, “Terapie e pallottole” e tante altre belle commedie si è prestato ad un’operazione puramente commerciale giustamente bastonata dal box office americano. Passo indietro anche per Jack Black dopo tante belle prove da attore maturo.  Peccato, ma con un film basato tutto su puzze e allusioni sessuali non si può pensare di andare lontano. Anche se l’ambientazione storica dice che tutto questo capita in un fantomatico anno uno.

Dall’ultimo festival di Roma arrivano invece le due pellicole italiane della settimana: “Marpiccolo” di Alessandro Di Robilant e “Alza la testa” di Alessandro Angelini.
Il primo è una storia di un ragazzo ai margini, piccolo delinquente in una periferia di Taranto degradata, che cerca di riscattarsi dopo un’accusa d’omicidio. Un film originale, ma che non ha convinto fino in fondo.
“Alza la testa” invece racconta il sofferto rapporto di un papà (Sergio Castellitto) con il proprio figlio (non diciamo di più per non rovinarvi il film). Purtroppo dopo una prima parte  intensa e davvero bella, Angelini si perde nei meandri di una storia vista e rivista. Una vera e propria occasione mancata.

“Berlin Calling” è il film caso tedesco dell’anno. E’ in programmazione in un cinema di Berlino da Ottobre 2008 e continua ad avere pubblico. Protagonista è Ickarus, un dj tedesco che gira l’Europa portando in giro il proprio sound. Droga, solitudine, eccessi. Si tratta di una storia vera, autobiografica, ma comunque romanzata, interpretata dal dj Paul Kalkbrenner.

“Popieluszko - Non si può uccidere la speranza” cerca di riportare un po’ di luce su una delle figure più importanti della Polonia degli anni ’80, Jerzy Popieluszko, un prete che ebbe il coraggio di schierarsi contro il regime dell’epoca, mettersi accanto al movimento Solidarnosc e raccontare le bugie e gli intrallazzi del governo fin quando non fu ucciso dai servizi segreti. In molti se lo dimenticano, ma più di un briciolo di quel muro di Berlino caduto vent’anni fa, di cui ricorre in questi giorni l’anniversario, è merito anche suo.

pubblicata qui: http://www.film.it/articolo/film-in-uscita-venerdi-6-novembre-nemico-pubblico-l-uomo-che-fissa-le-capre-anno-uno-alza-la-testa/10592477/


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 12:48
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venerdì, 30 ottobre 2009

 

E’ una delle settimane dell’anno più ricche di titoli: Spike Jonze, Michael Moore, Jacko, Moccia, Haneke, Romero e l’immancabile cartone animato.Partiamo da “Nel paese delle creature selvagge”. Spike Jonze è uno dei registi più amati dagli spettatori tra i venti e quarant’anni. In passato i suoi “Essere John Malkovich” e “Il ladro di orchidee” hanno letteralmente folgorato quel pubblico sempre alla ricerca di storie articolate e originali, mix tra commedia, psicologia e dramma. Dopo due film al fianco di quel genio delle sceneggiatura che è Charlie Kaufman (coilui che ha scritto anche “Se mi lasci ti cancello”), Jonze ha fatto scrivere il suo nuovo lavoro ad un altro punto di riferimento della letteratura americana, Dave Eggeres. Assieme hanno riadatto il libro per bambini “Nel paese delle creature selvagge” di Maurice Sendak e dato vita ad un film che il nostro Adriano Ercolani ha definito “un capolavoro”.
In una cameretta, un bambino messo in punizione dai genitori immagina un mondo straordinario popolato da figure di ogni tipo. Ne esce un’avventura fantastica che, nonostante i tanti problemi avuti con la produzione (che ha messo pesantemente le mani sul montaggio finale), sembra riesca a portare i propri spettatori su quelle vette di poesia che solo le più belle favole sanno toccare con la prosa. Con due ore libere durante il weekend, la prima cosa che faremmo è passarle a vedere questo film.
Palma d’argento nell’ordine delle nostre segnalazione va a “
Il nastro bianco” (anche se, ad essere precisi  si dovrebbe parlare di Palma d’oro, visto che è il film vincitore dell’ultimo festival di Cannes). Firmato da Michael Haneke, un regista dallo stile rigoroso e lancinante per la tacita violenza che nasconde nelle proprie opere (“Funny Games”, “Caché”, “La pianista”), vi si racconta la vita in un villaggio del nord della Germania subito dopo la prima guerra mondiale.
Protagonista è un ragazzino che poi, si scoprirà, non diventerà un bambino qualsiasi. L’indagine è sull’essenza del male ed è condotta in un bianco e nero che lascia poche speranze alle vie di mezzo. Film tosto, da vedere, Haneke è una garanzia.
Al terzo posto, ma per simpatia e lucidità d’analisi sarebbe potuto tranquillamente essere messo al primo, è “
Capitalism: a love story”. Chi scrive lo ritiene il migliore film di Michael Moore: non dimenticando il suo  stile ironico e la capacità di raccontare attraverso esempi emblematici la nostra contemporaneità, a supportare tutto questo c’è finalmente una struttura narrativa solida e meno furba del solito. Moore riesce a delineare in un centinaio di minuti i problemi di base del nostro sistema economico, dà volti e luci alle persone, interroga, analizza, è finalmente un fiume in piena razionale, ben focalizzato su ciò che conta, tanto divertente nei modi quanto doloroso nelle conclusioni. Gran bel film.
Amore 14” di Federico Moccia è senza dubbio un altro titolo atteso, una sorta di tappa obbligata per gli adolescenti (o quasi) che amano i libri dello scrittore romano, le storie romantiche di primi baci, frasi da cioccolatini e gli spostamenti in due in motorino passati spettegolando. Se siete già convinti che faccia per voi, andate, sennò lasciate perdere. In questi casi il nostro giudizio sposta poco, a meno che non amiate frasi fatte di condanna ad operazioni spesso così presuntuose e superficiali.
A distanza di più di due anni dalla sua realizzazione, arriva sui nostri schermi anche la penultima fatica di
George Romero (l’ultima  è passata al recente festival di Venezia e arriverà nei prossimi mesi nei cinema). Si tratta di “Diary of the dead”, film girato in soggettiva, sulla falsariga di “The Blair witch project”, “[●REC]” e “Cloverfield”. Ormai l’horror ha trovato, in questo modo di girare, una sorta di seconda vita. Qui, visto che si parla  di Romero, al centro dell’obiettivo ci sono gli immancabili zombie. Al papà dei morti viventi manca un po’ di smalto, ma per gli appassionati andarlo a vedere è un obbligo.
Per i più piccoli l’appuntamento è invece con il cartone “
Niko, una renna per amico”, mentre solo in coda segnaliamo l’uscita dell’atteso “This is it”, documentario su Michael Jackson uscito già da un paio di giorni e per questo relegato da noi in queste ultime righe. Il titolo è lo stesso della canzone di Jacko uscita sempre in questi giorni e ascoltabile in qualsiasi momento girando un po’ la manopola delle frequenze. Operazione commerciale o no, si parla di uno dei miti del secolo scorso. Ascoltare e ballare con lui in sala, nonché vederlo nei giorni precedenti alla propria morte, è indubbiamente emozionante.
pubblicato qui:
http://www.film.it/articolo/film-in-uscita-venerdi-30-ottobre-nel-paese-delle-creature-selvagge-diary-of-the-dead-capitalism-a-love-story-this-is-it/10412192

EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 13:56
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domenica, 25 ottobre 2009

Luca Lucini è senza dubbio il regista italiano di "nuova generazione" (per quanto abbia già 42 anni) più interessante degli ultimi anni, escludendo il cinema d’autore di Sorrentino e Garrone. Da "L’uomo perfetto" a "Amore, bugie e calcetto" fino ad arrivare alla bella commedia drammatica "Solo un padre", i suoi lavori hanno il merito di allontanarsi sempre da regie e montaggi "televisivi" dirigendosi verso un tipo di cinema più europeo per ritmi e gestione dei personaggi. Persino il suo esordio con "Tre metri sopra il cielo", al di là della sceneggiatura, dimostrava la sua capacità di sapere confezionare bene un prodotto rifuggendo da presuntuosi manierismi d’autore, ma non per questo accontentandosi di qualsiasi sequenza o costruzione scenica, pretendo, studiando e lavorando attentamente con gli attori.
Con "Oggi sposi" Lucini abbraccia senza dubbio un tipo di commedia più popolare e meno sofisticata rispetto ai suoi ultimi lavori e, seppur il palato dei più esigenti potrà trovare questo film un piccolo passo indietro, si tratta al contrario di un ottimo esempio di come sia possibile fare buon cinema per tutti senza ricorrere a gag e personaggi riciclati o alla parolaccia. Se fosse questo il "cinepanettone" annuale affermeremmo "ben venga il cinepanettone".
Non è un caso che dietro tutto questo ci sia la penna di uno dei più arguti sceneggiatori italiani, quel Fabio Bonifacci già autore dei piacevoli "Lezioni di cioccolato", "Si può fare" e, soprattutto, "Diverso da chi?". Accanto a lui, nonché ideatori del soggetto sono Fausto Brizzi e Marco Martani, premiata ditta registi-sceneggiatori di "Notte prima degli esami" e "Cemento armato". La loro comicità forse più casareccia, ma comunque funzionale, trova con l’apporto di Bonifacci uno spessore e una fluidità in altre occasioni lamentategli (si pensi, per diverse ragioni, tanto ad "Ex" quanto ai film di Natale con De Sica a cui Brizzi e Martani spesso collaborano come sceneggiatori). Simpatica, ma non demenziale è la parodia del rapporto Stefano Ricucci–Anna Falchi (lui un imprenditore sull’orlo della bancarotta che finirà in carcere, lei una bellissima ragazza a cui il matrimonio dà anche un po’ di popolarità), ben utilizzato è l’espediente comico del confronto di culture pugliese-indiana, così come sono tante le battute che non fanno stare male dal ridere, ma strappano comunque sempre almeno il sorriso. Ci sono sbavature qua e là, ma sono all’interno di un progetto comunque efficace.
Ci siamo soffermati molto su regista e sceneggiatori perché grazie a loro (e al lavoro della casa di produzione Cattleya) si può finalmente intravedere un po’ di buon cinema commerciale in Italia, fatto e scritto con cura. La scelta degli attori segue lo stesso criterio di qualità: Luca Argentero, dopo "Solo un padre" ritrova Lucini e, incredibile ma vero, risulta credibile e simpatico con il suo accento pugliese. Dario Bandiera è un talento comico poco sfruttato purtroppo (in "Italians" con Verdone è straordinario) e fanno la loro parte con bravura (chi più, come Filippo Nigro, chi meno) anche tutti gli altri sei protagonisti della vicenda (che tratta dei preparativi di matrimonio di quattro coppie trentenni).
Bravi sono tutti gli interpreti poi dei personaggi di contorno.
Michele Placido (finalmente sopra le righe come ce lo siamo spesso immaginato fuori dal set), Renato Pozzetto, Lunetta Savino, Hassani Shapi e tutti gli altri hanno la battuta e il volto giusti per trasmettere comicità ed empatia con la storia. In definitiva, ben vengano film come "Oggi sposi": si può fare di meglio, ma si tratta di un buon punto di partenza.

La frase: "Questo matrimonio s’ha da fare e si farà, punto"

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/oggisposi.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 11:25
recensioni film in sala, oggi sposi, tre stelle e 1/2 su cinque | link | commenti

domenica, 25 ottobre 2009
Sascha Baron Cohen ritorna dopo "Borat" con uno dei personaggi che lo lanciarono già anni fa nella televisione inglese. Strano, ma vero: Cohen continua ad andarsene in giro truccato e a combinare candid camera senza che nessuno lo riconosca o lo fermi per strada (e se succede, il montaggio abilmente evita di mostrarcelo). Il suo "Bruno" è un giornalista austriaco omosessuale che, come è caratteristica di Cohen, riesce sempre a mettere a disagio l’interlocutore di turno.
Che si tratti di gente normale o di un rabbino, poco importa. Lo scopo è provocare, cercare di scrostare l’ipocrisia del pensiero politically correct con situazioni spinte al limite.
Peccato che a differenza di "Borat" stavolta manchi un vero e proprio filo narrativo. Il film si compone di una serie di viaggi slegati tra loro. Allo stesso tempo, sono molte le sequenze di finzione: ricordatevi che dietro ogni scena, che siano i dialoghi tra Bruno e il suo agente così come in tanti altri frangenti (non tutti, ma alcuni) c’è sempre una telecamera che riprende. E quindi un’altra persona, luci e tutto l’ambaradan che ciò significa. Non si prende in giro lo spettatore, ma quasi, visto che l’unica comicità derivante da alcuni di questi momenti è legata alla semplice volgarità. Siamo da una parte concordi con l’idea di realizzare anche film che non abbiano nessun tipo di tabù, ma per essere poi convincenti bisogna scrivere bene e non raffazzonare le prime stupidaggini che vengono in mente. Purtroppo non si ricrea quell’armonia concettual-narrativa che aveva fatto la fortuna, giustamente, di "Borat". I tanti viaggi in giro per il mondo non sono altro che un espediente per riempire quegli stiracchiati 81 minuti di cui si compone la pellicola. Che certe volte si rida è innegabile: Cohen è un grande intrattenitore e, anche per la legge dei grandi numeri, qualche volta colpisce nel segno, ma è innegabile che si tratti di un passaggio a vuoto all’interno di una carriera ancora dal grande potenziale.

La frase: "Hey, hey, he gay, lui gay, ok".


pubblicata qui:
http://filmup.leonardo.it/bruno.htm

EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 09:24
recensioni film in sala, una stella e 1/2 su cinque | link | commenti

giovedì, 22 ottobre 2009

Tempi di crisi, tempi di licenziamenti. Non si è arrivati certo all’ insensibilità con cui re Kuzco licenzia la cattiva consigliera del trono Yzma nell’esilarante "Le follie dell’imperatore" (Come posso spiegartelo? Ti sollevo dall'incarico, sei stata dimissionata, rientri nella riduzione del personale, divergenza di intenti, conflitto d'interessi, scegli la tua versione, ne ho altre... Abbiamo tutti il nostro Canto del Cigno! Il tuo è finito da almeno mezzo secolo... Capito, bellezza? Hop, hop, hop!), ma poco ci manca. Il nostro capo non ha il coraggio di dire direttamente che si è stati licenziati e così assume una società specializzata in questo tipo di comunicazioni. Ryan Bingham (George Clooney) è uno di quegli uomini mandati apposta dall’altra parte del Paese con questo incarico: addolcire la pillola e far sì che l’impresa cliente possa finalmente alleggerire la voce "personale". Lui ha calma, intelligenza, cultura e cinismo per raggiungere con i minori danni possibili lo scopo.
Peccato però che quell’approccio che lo rende il primo della classe nel suo lavoro, sia lo stesso con cui ha avvolto la propria vita.
Casa sua è l’aereo e l’accumulare miglia sulla propria carta fedeltà il primo obiettivo di un’esistenza spoglia di persone e sentimenti che non siano legati all’attimo.
Tre su tre. Jason Reitman ("Thank you for smoking" e "Juno") non sbaglia un colpo e forse qui raggiunge quel che per ora può essere considerato l’apice della sua ancor giovane carriera. Il suo è un cinema di sceneggiatura, di personaggi pragmatici e non idealisti, gente che aggira gli ostacoli del pensiero dominante perché in quegli ostacoli vede solo luoghi comuni. Questa impostazione crea un espediente comico infallibile: ogni battuta può essere esautorata dal suo contesto per diventare piccola "grande" verità della vita di tutti i giorni. Quella che si può definire l’imprescindibile "redenzione" finale (come in ogni storia che si rispetti, l’obiettivo della sceneggiatura è quello di raccontare il cambiamento di una persona), non è mai banale, non sposa completamente la tranquillità della morale imperante, ma ne mostra giusto un assaggio per farci capire che forse il giusto equilibrio sta nel mezzo. Non c’è catarsi, non si vanifica tutto quanto si è detto prima con un epilogo consolatorio, ma si continua, seppur con meno intensità, a destabilizzare lo spettatore. Film parallelo a "Tra le nuvole" è in questo senso "Thak you for smoking": personaggi simili, situazioni familiari analoghe e stesso tipo di lavoro: cercare di far passare per positivo qualcosa che non lo è. Lì il fumo, qui il licenziamento.
Ci si diverte e ci si commuove, si fa riflettere. Basterebbe questo per definire "Tra le nuvole" un film bellissimo. Ma c’è qualcosa di più. Attraverso la storia di un uomo, si racconta, più di qualsiasi documentario o film di denuncia, il momento storico che stiamo vivendo. Si vedrà questa pellicola anche fra 30 anni per capire questi nostri ultimi due anni. "Tra le nuvole" fa tutto questo senza straziare lo spettatore con la lacrima, ma non per questo, non cerca di parlargli direttamente. Quando vediamo la carrellata di visi e voci disperate che hanno appena saputo che dovranno trovarsi un altro modo per pagare mutuo e bollette, Reitman ci mette su tutti e due i lati della scrivania. L’inquadratura in soggettiva ci suggerisce che siamo noi i "cacciatori di testa", ma il fatto di trovare dall’altra parte dei volti comuni, proprio come i nostri, trasmette anche quell’empatia che ci fa vivere il dramma anche in prima persona. E’ vero che non ci sono (o meglio, sono nascosti) grandi tecnicismi nelle scelte registiche di Reitman, ma la sua capacità di fotografare facce e momenti, di dare ritmo a qualsiasi situazione, dimostra una capacità e un amore per il racconto che è un piacere potergli stare dietro." Come sempre sono perfette le scelte degli attori. George Clooney è la perfetta faccia da schiaffi per un ruolo del genere, sembra che gli sia quasi stato cucito addosso (e invece il film è tratto dall’omonimo libro di Walter Kirn). Vera Farmiga si dimostra, a ragione, una delle attrici americane più affascinanti e credibili a prescindere dal ruolo ora in circolazione. La giovanissima Anna Kendrick (lanciata da "Twilight") ben incarna la parte della giovane e ambiziosa rampante dal cuore però tenerissimo. Ma non sono solo gli attori principali ad avere meriti. Tutti gli interpreti di contorno (tanti sono dei veri e propri fedelissimi di Reitman), danno il loro contributo e il fatto che ci siano tanti camei famosi nella pellicola dimostra quanto il regista in questione sia apprezzato e stimato nell’ambiente. "Tra le nuvole" non è il classico film che in molti potrebbero definire "carino" o "molto carino", ma un lavoro scritto e recitato benissimo, profondo nei suoi temi, attaccato alla realtà quanto grandissimo intrattenimento adatto a tutti. Non lo si può sminuire perché fa ridere, quasi che provocare risate mentre si racconta una storia che ci appartiene possa essere una colpa. Far ridere il proprio interlocutore è spesso il maggiore obiettivo che il cinema, ma anche noi stessi, possiamo porci ogni giorno.

La frase: "Quanto pesa la tua vita? Immagina solo per un secondo di dovere riempire uno zaino….".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/tralenuvole.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 19:30
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lunedì, 19 ottobre 2009
I reporter di guerra sono da sempre ottimi personaggi cinematografici. Attraverso il loro sguardo non coinvolto, ma testimone dei fatti, è possibile mostrare, e indagare, su qualsiasi conflitto e costruire, anche quando il film non è eccezionale, una facile e conclusiva morale il più delle volte riassumibile in "la guerra distrugge e fa sempre male, chiunque vi si trovi dentro". Nel 2007 Richard Gere portò a Venezia "The Hunting party". Due anni più tardi "Triage" apre il Festival del cinema di Roma. Regista e autore della sceneggiatura è quel Danis Tanovic che nel 2002 arrivò all'Oscar per il miglior lungometraggio straniero con l'intenso "No man's land". All'epoca suo interesse era ripercorrere la guerra tra la sua Bosnia e la Serbia attraverso gli occhi di due militari, uno per fronte. In "Triage" il progetto è più ambizioso. Protagonista è infatti un fotografo che ha già vissuto il Libano e un'imprecisata belligeranza africana. Ogni luogo è un trauma, ed ha modo di raccontarlo quando torna da una tragica avventura in Kurdistan. E' stato ferito gravemente e il suo caro amico, compagno di tanti viaggi, è scomparso senza lasciare tracce. Il rimorso, l'idea di avere una qualche responsabilità sul mancato ritorno del partner, gli impedisce di camminare. Deve parlare con uno psicologo: è a lui che rivelerà tutta la sua storia.
Per quanto siano nobili le intenzioni (la morale è quella che abbiamo già anticipato nella premessa, ma non è una sorpresa, non accusateci di spoiler!), "Triage" rimane un film statico, impermeabile al coinvolgimento emotivo dello spettatore. Un difetto che ha varie concause. La prima, forse la peggiore, è l'estremo didascalismo con cui si sviluppa la trama. Ogni evento, sensazione, incubo o stato d'animo viene raccontato attaverso le parole di chi li vive. Sulla stessa falsariga i dialoghi: quelli tra il protagonista (uno spaesato Colin Farrell) e lo psichiatra Cristopher Lee (nel ruolo di un improbabile ex medico curante delle menti dei cattivi fascisti spagnoli di Franco) si compongono di una serie di luoghi comuni e aforismi da Baci Perugina, che l'unico risultato, per gli spettatori più smaliziati, può essere il rigetto. Le didascalie sia ad inizio film che a fine, non fanno che sottolineare la forte volontà dell'autore di inviare il proprio messaggio in tutti i modi. Nessuno deve rischiare di non avere compreso. Ulteriore limite, anche se è un espediente di sceneggiatura forse necessario per mantenere viva l'attenzione fino alla fine, è la decisione di non mostrare una parte importante dell'esperienza del protagonista durante il conflitto, se non con il flashback finale. Poichè per tutta la durata della pellicola, l'unico punto di vista offertoci è quello del personaggio principale, vivere con lui il dramma del ritorno senza conoscere ciò che gli è esattamente capitato finisce con l'allontanare la possibilità di un'empatia con il suo malessere.

La frase: "In guerra si muore perchè si muore".


pubblicata qui:
http://filmup.leonardo.it/triage.htm

EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 14:52
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giovedì, 15 ottobre 2009
Assieme ad "Up" (da oggi nelle nostre sale), arriva la romantica storia di una nuvola pasticciona.
Vi ricordate il tenero Dumbo e il suo arrivo da mamma elefante grazie alla cicogna? Beh, la Pixar ha deciso quest'anno di dedicare il consueto corto che anticipa ogni suo lungometraggio, alla storia che sta dietro, o meglio, sopra, quei viaggi della nascita che compiono tante creature nate nei cartoni animati e nelle favole. Ogni cicogna ha una nuvola di riferimento. Quella della protagonista è una nuvola un po' strana, pacioccona, ma allo stesso tempo combina guai. A pagarne le conseguenze è il povero, ma sempre disponibile pennuto, che però, dopo aver compreso la situazione, cercherà in qualche modo di correre ai ripari…
Non anticipiamo di più (anzi forse abbiamo già detto troppo) per non rovinarvi la sorpresa su quelli che sono sei minuti di sorrisi e, forse, almeno una lacrimuccia di commozione. Quella che era un tempo un semplice divertissment per i geni della Pixar che utilizzavano i corti per sperimentare personaggi, tecniche o per dare la possibilità a registi ancora non affermati di mettersi in mostra, si è ormai trasformata in una vera e propria sfida. L'attesa del pubblico infatti è alta anche per questi piccoli prodotti. Come dar loro torto?
Nel 1997 "Il gioco di Geri", su un vecchietto giocatore di scacchi che avevamo già visto due anni prima in "
Toy Story 2" entusiasmò per originalità, tanto che ancora è uno dei video più visti su Youtube. E poi. "Pennuti spennati" abbinato a "Monsers & Co.", "L'agnello rimbalzello" prima de "Gli incredibili", "One man band" del 2005, "Stu" che precedeva il capolavoro "Ratatouille" e l'irresistibile coniglio dispettoso di "Presto" ("Wall-E"). Se li si volesse raccogliere tutti assieme (ed è successo due anni fa in dvd) varrebbero molto più di tanti film (non della Pixar, ma di altri ancora). Insomma, si parla tanto, e a ragione, di "Up" (un film splendido adatto a tutti, non bisogna essere o avere dei bambini per sentirsi giustificati a recarsi al cinema per vederlo), ma non dimentichiamoci che c'è tanto impegno, attenzione e creatività anche in queste piccole storie.
pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/curiosita/20091015a.shtml

EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 15:19
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giovedì, 15 ottobre 2009
Da oggi mi trovate all'Auditorium di Roma a recensire, intervistare e, perchè no, chiacchierare. Troverete i miei pezzi su filmup: www.filmup.com mentre su Facebook cercherò di aggiornare, chiunque sia interessato, giorno per giorno sui film per cui varrà la pena comprare il biglietto (sempre che all'ultimo si trovino ancora)
Stamattina si inizia con Denis Tanovic e il suo "Triage", nel pomeriggio le interviste con lui e l'attrice spagnola Paz Vega

EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 08:19
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sabato, 10 ottobre 2009

Ragazzi, se vi va oggi (Sabato 10 ottobre) alle 15 e in replica sempre oggi alle 22, domani (domenica) alle 18 e mercoledì a mezzanotte,
sono ospite (con altri 4 "critici") su Coming Soon television della trasmissione I cinepatici.
Si parla di Star System, io come al solito sparerò stronzate.... Per vedere Coming soon o avete Sky, o Mediaset premium, o anche Internet: tutto si vede in contemporanea in streaming qui:
http://www.comingsoon.it/


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 08:44
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sabato, 10 ottobre 2009

Non viene distribuito nei giorni esatti del suo quarantesimo anniversario (dal 15 al 18 agosto 1969), ma è comunque per celebrarne la ricorrenza che arriva finalmente sui nostri schermi “Motel Woodstock”, nuovo film di Ang Lee, già presentato al Festival di Cannes. Nella recensione di Film.it, il nostro Adriano Ercolani non ne parla benissimo, “da Ang Lee è lecito aspettarsi tutt’altro livello di cinema”, ma si tratta comunque di una commedia simpatica e piena di aneddoti. Vi si racconta la storia di Elliot, artefice (per caso) di quello che sarebbe diventato il concerto più ricordato di sempre, non solo per chi si esibì, ma per ciò che significò. Colori, musica, fiori e libertà di vario tipo, aspetteranno al cinema chi gli vorrà concedere una chance.
In partenza c’era curiosità per il remake di “
Fame”, film culto del 1980 firmato Alan Parker, ora rifatto in chiave moderna. Peccato però che a visione avvenuta qualsiasi tipo di aspettativa positiva si sia scontrata con la dura realtà. Dialoghi al limite dell’involontario comico ed esibizioni da videoclip sono l’amalgama di un prodotto ormai superato, per concetti, da tanti talent show televisivi. Alla “New York City's High School of Performing Arts” arrivano stavolta ragazzi che non impareranno nulla né dagli insegnanti, né dalla vita. Valeva la pena farci un film?
Per spezzare il trend di introduzioni non proprio entusiasmaste fin qui sui film in uscita questa settimana , passiamo a quello che, a nostro avviso, è stato il migliore film italiano del Festival di Venezia. Parliamo di “
La doppia ora”, giallo scritto, diretto e recitato in maniera più che discreta. Una pellicola di genere che ha tanti punti in comune con quel “La ragazza del lago”, sorpresa al botteghino un paio d’anno fa. Filippo Timi e Ksenia Rappoport vivono l’inizio di un amore finché un evento imprevisto (non vi diciamo quale) non sconvolge i loro equilibri.  Possibile che sia tutto casuale?
Altro film da festival è “
Ricky” firmato da François Ozon. Presentato all’ultima Berlinale, si tratta di una di quelle pellicole che divide a metà: o si ama o si detesta. La bravura e il tecnicismo di Ozon non si discute, si tratta di un regista originale e spesso coraggioso nelle scelte, a destare qualche dubbio è in questo caso il tono che assume la storia raccontata. Si parte dal dramma e si finisce con il fantastico. Di certo non annoia, né segue canovacci già esplorati. Può essere uno di quei film che si ricorda a distanza di tempo così come uno per il quale si tenta il rimborso del biglietto. Dipende, ancor più qui che in altri casi, dalla sensibilità dello spettatore.
Per finire, citiamo nello stesso paragrafo sia “
Barbarossa” di Renzo Martinelli che “Le mie grosse grasse vacanze greche” di Donald Petrie. Lo facciamo perché hanno un minimo comune multiplo: sono brutti.
Il primo è un’apologia leghista sull’eroe Alberto da Giussano, qui ridotto purtroppo a pretesto per enfatizzare tutta la simbologia di Bossi & company in centoquaranta infiniti minuti. Chi vedrà il film non potrà dimenticarsi di un nome: Siniscalco Barozzi. E’ un nuovo personaggio cult del nostro cinema: dicono che nominarlo alla fine di ogni frase porti bene.
Le mie grosse grasse vacanze greche” è invece la peggiore piega che, a distanza di anni, poteva prendere il successo di “Il mio grosso grasso matrimonio greco”. Non si tratta di un sequel, ma poteva esserlo (ancora una volta in produzione c’è lo zampino di Tom Hanks e sua moglie). Abbiamo la stessa attrice protagonista,
Nia Vardalos,  che stavolta però si trova in Grecia. Fa la guida turistica ed è scocciata tanto dai turisti quanto dagli usi e costumi del Paese dei suoi genitori (lei in realtà è un’americana rientrata in patria per ragioni di lavoro). L’amore risolleverà tutto, a scapito però del buongusto.
Battute tristi e spesso volgari per una favoletta a tratti irritante. Fosse stato un film italiano, avremmo parlato di “Natale ad Atene”.
pubblicato qui:
http://www.film.it/articolo/i-film-in-uscita-venerdi-9-ottobre-2009-motel-woodstock-fame-la-doppia-ora/9941041


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 08:29
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giovedì, 08 ottobre 2009

E’ dagli anni di Mister Wolf e "Pulp fiction" che al cinema non emergeva un personaggio cult come quello che ci regala Renzo Martinelli con Siniscalco Barozzi. Nobile milanese ricordato nella storia per avere tradito i suoi concittadini aiutando l’invasore Federico Barbarossa a distruggere il capoluogo lombardo nel 1162, questo personaggio è il vero punto di forza dell’eponima pellicola "Barbarossa". E’ lui il chiavistello di quell’autoironia con cui Martinelli alleggerisce i suoi centoquaranta minuti sulla composizione della Lega lombarda da parte dell’eroe Alberto da Giussano, ovvero quando vari comuni, fino ad allora indipendenti e spesso in conflitto spesso tra loro, si unirono per respingere il Sacro Romano impero germanico. Legnano 29 Maggio 1176. Quel giorno anche Siniscalco Barozzi morì, almeno secondo il film.
Partiamo da un personaggio minore per parlare di "Barbarossa" perché sono i dettagli a rendere questo film incredibile. Come in molti sapranno si tratta di un film voluto fortemente dalla Lega Nord (da Bossi in particolare), che ha fatto dell’evento storico qui trattato il punto di partenza per tutta la propria iconografia. Il carroccio, il giuramento di Pontida, Alberto da Giussano (la cui statua a Legnano è raffigurata nel simbolo del partito) e così via sono riferimenti che nascono tutti da questo episodio. Parlarne senza legarlo esplicitamente, in qualche modo, all’oggi era inevitabile visto che il film, costato 30 milioni di dollari, è stato coprodotto dalla Rai e ha avuto il contributo del Ministero per i beni e le attività culturali (e se non incasserà, cosa dirà stavolta Brunetta?). Ecco quindi che nell’epica, si inserisce la politica.
Abbiamo il classico "Roma ladrona" (buttato lì all’interno della frase: "Barbarossa... un oppressore tiranno, ridotto a simbolo di Roma ladrona"), "Libertà contro l’invasore e le tasse" e tante altre piccole frasi di apologia sul popolo lombardo, o di rabbia con chi se ne approfitta. L’impianto è quello di un film a tesi, fatto più per vedere su pellicola l’esaltazione di persone e fatti che per scavare dietro di essi, costruire un universo di significati e significanti che vadano al di là della semplice superficie, di ciò che è facilmente subito assimilabile da tutti. Chi ci vuol vedere la gloria e la forza li troverà, chi invece cercherà un’interpretazione di un momento cardine della storia d’Italia, si dovrà accontentare invece una storia romanzata e inverosimile in cui una donna ha visioni da Cassandra, le spade riflettono il fuoco e un castello bombardato notte e giorno, la mattina dopo è di nuovo completamente intatto.
Martinelli non è uno sprovveduto, sa gestire le scene di massa e riesce, talvolta a costruire sequenze quantomeno interessanti, ma il montaggio, e soprattutto la sceneggiatura e i suoi dialoghi, sono completamente sotto il livello di guardia. Al Siniscalco Barozzi di cui parlavamo nella premessa, viene continuamente ripetuto nome e cognome come in una parodia di Maccio Capatonda. Nel sorprendente finale, quando si scopre chi si nasconde dietro l’armatura di un soldato, quel "hanno bruciato un’altra", appare così assurdo da suscitare risate, così come il discorso introduttivo di Alberto prima di convincere la sua donna a farsi sposare. E vogliamo parlare di quel grido "Libertà!" di braveheartiana momoria? Tanti scivoloni che alla fine rendono "Barbarossa" un film di bassa, lega.


La frase: "Sire, Milano è la porta della Sicilia".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/barbarossa.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 17:22
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giovedì, 08 ottobre 2009

Ci vorrebbe il giudice Santi Licheri, o chi per lui, per deliberare sulle presunte colpe del film “Fame - Saranno famosi”, diretto da Alan Parker nel 1980 e incentrato sulla storia di un gruppo di allievi della “New York City's High School of Performing Arts”. Sicuramente è da lì che nacque uno dei serial televisivi più seguiti (e interessanti) degli anni ’80 (l’omonimo “Saranno famosi” trasmesso dall’ ‘82 all’87), ma è sua responsabilità anche il nostro italico reality/talent show “Amici di Maria De Filippi” (che, non a caso, prima di perdere una causa sul copyright, si chiamava proprio “Saranno Famosi”?). Insomma, non parliamo di un reato penale, è per questo che ci rivolgiamo a “Forum”. Nell’attesa del giudizio, con la speranza che il reato non sia caduto in prescrizione, ecco che ci arriva il remake. Tutto americano stavolta.
Le vite di ragazzi che sperano di fare della propria passione un talento con il quale sopravvivere e farsi strada nel mondo dello spettacolo è ormai il leitmotiv di tutta la nostra (occidentale) televisione. Siamo abituati ad apprezzare le qualità artistiche tanto quanto dovere scoprire (a forza di chiacchiericcio insopportabile) cosa si nasconda dietro. Gli amori, la famiglia, le aspirazioni, tutto viene messo in mostra, diventando esso stesso materia di fiction. Quante volte non pensiamo che ci siano autori dietro i racconti tormentati di tanti “volti nuovi”?
Tutta questa premessa per dire che un film come questo nuovo “
Fame - Saranno famosi” parte già svantaggiato agli occhi dello spettatore. Non ha la durata per potere raccontare con profondità il privato di un aspirante famoso, oltretutto perché obbligato (da copione) ad essere un film corale (meglio il più focalizzato “Step Up” a questo punto!). Il risultato della formula “centosei minuti diviso tanti personaggi meno cinque canzoni da almeno quattro minuti che sono obbligatorie” è uguale a poco spazio per tutti. Ecco che i personaggi hanno quindi pochissimo spazio a disposizione per caratterizzarsi, costretti a frasi involontariamente comiche per necessità di sintesi. Dalla ragazza che per lasciare il fidanzatino afferma che: “I miei amici dicono che quando la scuola finisce ci si lascia. Quindi ti lascio”, al ragazzo nero senza padre a cui il maestro di recitazione suggerisce che “La rabbia che è in te è la tua forza” e tante altre. Pensate che ci sia un recupero con le sequenze delle varie esibizioni? Vi sbagliate. E non perché non si balli, canti o reciti bene (anche se su questo aspetto nutriamo qualche dubbio su cui sorvoliamo per via del doppiaggio che in qualche modo “maschera”), ma perché tutto è girato come se fosse un videoclip, senza nessuna volontà di rendere verosimili le varie perfomance.
Alan Parker nel suo film dell’80 inquadrava spesso il pubblico, lasciava che l’idea dello show dal vivo (e quindi i respiri, la stanchezza, l’emozione) potesse in qualche modo trasparire. I tempi sono cambiati, siamo ormai abituati ad un altro tipo di linguaggio cinematografico/televisivo, ma non per questo si deve sottovalutare l’importanza di rendere credibile ciò che si vede. Si va al cinema per vedere un film, non il nuovo video di Ricky Martin, per quello c’è MTV. Questa considerazione nella regia di
Kevin Tancharoen non c’è, tutto è pretesto per enfatizzare colore e musica, mai la fatica che c’è dietro, ma solo il luccichio del montaggio finale, quello migliore. Nota a margine: possibile che nei quattro anni di scuola questi ragazzi non imparino nulla e rimangano bravi né più né meno di quando erano entrati? 
pubblicata qui:
http://www.film.it/articolo/le-recensioni-di-filmit-fame-saranno-famosi/9911620


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 08:54
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venerdì, 02 ottobre 2009

Non è semplicemente il film della settimana, per molti è il film dell’anno, forse anche del biennio. Sono pochi i registi capaci di portare il grande pubblico in sala solamente grazie al proprio nome: Quentin Tarantino con “Le iene” e “Pulp Fiction” ha cambiato il cinema contemporaneo, da allora è un idolo per tantissimi cinefili e non. Il già tanto chiacchierato “Bastardi senza gloria” presentato già a Cannes lo scorso maggio, segna forse un punto di rottura del cineasta con il proprio passato. Non che lo stile di Tarantino sia mai stato statico o ripetitivo, ma stavolta siamo di fronte ad un’opera più riflessiva, meno densa di elementi pulp, ma non per questo fuori dalle regole e ricca di una tensione più di sguardi che di spari di pistola e katane. Anche se poi si dovesse dire: “non mi è piaciuto”, è impossibile non correre al cinema per vedere un’opera che per trama (un gruppo di militari ebrei che tagliano lo scalpo ai nazisti mentre una ragazza progetta un attentato a Hitler in un cinema parigino) e per stile (Tarantino è sempre unico) risulta imperdibile. E poi Brad Pitt che imita l’accento italiano è straordinariamente comico (e per questo vi consigliamo la visione del film in lingua originale con sottotitoli).
Passiamo al resto. Il titolo italiano del romanzo era rimasto fedele all’originale, l’avevano semplicemente tradotto: “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” (di Audrey Niffenegger). Anche la trasposizione su grande schermo, nella versione americana, aveva mantenuto lo stesso nome, ma per il mercato italiano sarebbe stato troppo semplice. E così, memori del malcostume di ficcare, a turno, le parole amore-cuore-passione-matrimonio in qualsiasi locandina romantica sicuri che ciò garantisca più incassi, abbiamo tradotto il tutto in “Un amore all’improvviso”. Tanta verbosa  premessa per creare un minimo di interesse in un film che ci ha piuttosto deluso.
Eric Bana e Rachel McAdams saranno anche bravini (sicuramente più lei di lui), ma la storia di un uomo che senza volerlo viaggia nel tempo ritrovandosi sempre nei posti dove ha amato o amerà la sua donna, non sembra comunicare molto più di quanto già non faccia dopo cinque minuti. Il libro aveva un’altra impostazione ed era altra cosa.
Kate Beckinsale è senza dubbio una delle donne più belle di Hollywood e per alcuni tanto basta per essere quantomeno curiosi verso qualsiasi suo nuovo film, ma “Whiteout - Incubo bianco”  non ha entusiasmato nessuno. La storia è tratta da una graphic novel (titolo omonimo). Serial killer in Antartide. Tanta luce, tanto buio, tanto freddo. Apprezziamo il coraggio e la forza di volontà della troupe che ha partecipato alla lavorazione del film, anche se non dovesse essere un successo, i panorami visti ne saranno valsa la pena.
Proprio lo scorso ottobre, al Festival di Roma, se chiedevi un consiglio a chi i film della manifestazione li aveva visti tutti o quasi, la risposta era sempre la stesa. “Vai a vedere L’artista”. A distanza di un anno viene finalmente distribuito questo film argentino (e anche un po’ italiano) rivelatosi la vera chicca della passata manifestazione. Cosa succederebbe se uno che non sa disegnare si prendesse i meriti di un vero artista che, purtroppo, soffre di demenza senile? Ecco un film tanto satirico quanto compassato e riflessivo, opera prima di un duo di cineasti Mariano Cohn e Gastón Dupra che non ha paura a ironizzare sui discutibili canoni estetici del ricco mondo dell’arte.
Chiudiamo con i cartoni animati. “
Biancaneve e la vendetta degli 007 nani” e “Trilli e il tesoro perduto” si rivolgono entrambi al pubblico dei più piccini. Il primo cerca di cavalcare quella sorta di parodia delle favole lanciata con successo dai vari “Shrek”, ma mal ripetuta da tanti altri, il secondo è una storia più classica con protagonista la fatina di Peter Pan e la voce di Antonella Clerici. Chissà che il cinema non rilanci la stella della presentatrice a cui hanno da poco cassato il proseguo di una trasmissione televisiva. Pensiamo di no. Ci penserà il festival di Sanremo? Pensiamo ancora di no. Povera Antonella.

pubblicato qui: http://www.film.it/articolo/le-uscite-del-week-end-bastardi-senza-gloria-whiteout-lartista-un-amore-allimprovviso-biancaneve-e-gli-007-nani/9761020


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 19:38
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venerdì, 25 settembre 2009

E’ il gran giorno di “Baarìa”. Ha aperto il Festival di Venezia, non poteva che aprire la nostra rubrica. 25 milioni di euro investiti sulla capacità di Giuseppe Tornatore di raccontare la Sicilia del novecento partendo dalla storia del suo paese, Bagheria (Baarìa ne è il nome fenicio). Tre generazioni di uomini che nascono, crescono e vivono in una cittadina a poco a poco sempre più piccola rispetto le loro ambizioni. Famiglia, politica, amore. Tre argomenti cardine che Ennio Morricone enfatizza con una colonna sonora forse un po’ troppo invadente, ma di sicuro impatto. Lo ammettiamo: “Baarìa” non ci ha entusiasmato, ma ha tanti aspetti che potranno conquistare il grande pubblico italiano, soprattutto chi, quel sud pieno di tradizioni e dinamiche sociali ormai non più replicabili in un’epoca di social network e mondo globale, lo ha vissuto.
Al fantascientifico “
District 9” il secondo posto della nostra scaletta. Il film è prodotto da Peter Jackson, ma scritto e diretto dal sudafricano Neill Blomkamp che proprio nella sua Johannesburg ha voluto ambientare questa affascinante storia di alieni ghettizzati una volta giunti sulla Terra. Una trama particolarissima che inizia come finto documentario per poi trasformarsi in un avvincente action-movie. E’ una delle pellicole più attese della stagione e, poiché l’abbiamo vista, ve la possiamo consigliare. Merita davvero.
Un altro film carino, molto più di quanto si sarebbe detto guardando il titolo, la locandina e la presenza nel cast della ex High school musical
Vanessa Hudgens, è “Bandslam – High School Band”. Ritmato, ben caratterizzato nei personaggi, non troppo scontato nello sviluppo di una trama che ricorda un pochino anche il mitico “The Commitments”. La visione si è rivelata una piacevole sorpresa. Ci tocca purtroppo bocciare il secondo episodio cinematografico della trilogia Millennium. “La ragazza che giocava con il fuoco” è, a differenza del precedente “Uomini che odiano le donne”, un thriller scialbo e confuso, girato proprio come un giallo televisivo da sabato sera Raidue. Chi avrà letto il libro sarà curioso, ma per gli altri vale la pena soprassedere.
I porcellini d’india di “
G-Force: Superspie in missione” sono invece il richiamo per chi va al cinema con la famiglia (figli o genitori che si sia). In alcune sale lo proiettano in 3D. Qualche sorriso, ma anche tanta banalità. Forse il 3D è l’aspetto più interessante della visione.
Chiudiamo con due documentari: “Il silenzio prima della musica” fu presentato quasi un anno fa al Festival di Roma. Storia vera di un musicista americano colpito da un gravissimo aneurisma celebrale che, grazie alla musica, riesce a sopportare ciò che purtroppo è arrivato dopo. Un film visionario ed emozionante come poche volte capita di vedere, che cerca di diventare strappalacrime. Tre storie d’amore non convenzionali, tagliate sul punto di vista femminile, sono al centro di “Eva e Adamo”. La regia è di quel Vittorio Moroni già autore di tanti documentari e dell’interessante “Tu devi essere lupo”.
 

pubblicata qui: http://www.film.it/articolo/le-uscite-della-settimana-baaria-district-9-g-force-la-ragazza-che-giocava-con-il-fuoco-e-bandslam-high-school-band/9616632


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 19:46
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lunedì, 21 settembre 2009

 

Woody Allen e Evan Rachel Wood, Steven Soderbergh e Matt Damon, Denzel Washington e John Travolta e poi Hayao Miyazaki, Sergio Castellitto e i migliori registi rumeni. E’ un weekend pieno di glamour e cinema d’autore quello di questa settimana. Il festival di Venezia si è appena concluso, le scuole sono riaperte e la stagione cinematografica mette in vetrina alcuni dei suoi migliori titoli.

Basta che funzioni” è il nuovo lavoro del prolifico genio newyorkese che da tempo ormai, ci regala almeno un film l’anno. Messosi ormai solo dietro la macchina da presa (non lo vediamo da “Scoop”), Woody Allen dirige qui una particolare storia d’amore tra un anziano professore in pensione (Larry David) e una giovanissima ragazza di provincia (Evan Rachel Wood). Non un capolavoro, ma pur sempre un Allen e ciò vuol dire molto al di sopra della media delle commedie che girano normalmente sugli schermi.

The Informant!” è stato già presentato al Festival di Venezia. Era alta l’aspettativa di vedere un Matt Damon terribilmente ingrassato per vestire i veri panni di un ambiguo manager di una multinazionale chimica che denunciò, negli anni ’90, le sleali politiche concorrenziali attuate dalla propria azienda. Purtroppo Steven Soderbergh era dell’umore sbagliato mentre sceglieva e dirigeva la storia (sembra succedergli sempre più spesso), e così ne è uscito un film fiacco che fa sorridere giusto in un paio di momenti. L’impegno di Damon non paga.

Il ritmo adrenalinico di
Tony Scott è invece l’anima di “Pelham 1 2 3: Ostaggi in metropolitana”. Denzel Washington e John Travolta si fronteggiano in una rivisitazione più action dell’omonimo libro di Morgan Freedgood, già diventato film nel 1974 (con Walter Matthau). Musica ad alto volume, montaggio supersonico, rallenti, primi piani da videogioco. Come in tutti i film di Tony Scott lo stile ha la meglio sulla storia e su qualsiasi tipo di suspense da giocare, almeno ogni tanto, anche sul silenzio. Il suo modo di girare si ama o si odia. Noi non lo amiamo…

A distanza di più di vent’anni arriva sui nostri schermi “
Il mio vicino Totoro”, e cioè la storia di quello strano animale diventato da allora il simbolo dello Studio Ghibli. Il ritardo? C’erano stati problemi di doppiaggio. No, scherziamo. Semplicemente nessuno ha creduto per tutto questo tempo che Hayao Miyazaki meritasse la grande sala anche per i suoi primi film. A rimediare ci sta pensando la Lucky Red che già lo scorso marzo distribuì l’ultimo film del maestro, “Ponyo sulla scogliera”. Speriamo che questa volta il box office sorrida di più a questa operazione che quantomeno aggiunge dignità alle scelte qualitative del nostro sistema distributivo cinematografico.

Tris di donne e abiti nuziali” è passato un po’ in sordina a Venezia dove è stato presentato il penultimo giorno del Festival. Sarà che era anche il giorno di Tom Ford e del suo “A Single Man, ma nessuno sembra essere uscito dalla sale dove era in proiezione commentando grandi cose. A Napoli un ex impiegato delle poste con il vizio del gioco (Sergio Castellitto) si impegna a pagare le spese del matrimonio della figlia. Un po’ denuncia anticamorra, un po’ commedia all’italiana vecchio stile. Sembra nessuno dei due aspetti pienamente riusciti, ma siamo pronti ad essere smentiti.

Dalla Romania arriva invece “
Racconti dell’età dell’oro”. Il cinema rumeno, prima con “A est di Bucarest”, poi con “Quattro mesi, tre settimane, due giorni” sta cominciando ad arrivare, con almeno un film l’anno, sui nostri schermi. Anche stavolta il merito è di Cannes che ha selezionato il film in questione nella sezione “Un certain regard”. Gli anni di Ceausescu, soprannominati da lui stesso come quelli “dell’oro”, vengono qui messi alla berlina da una serie di racconti bizzarri che ironizzano su tutti i falsi miti costruiti dalla dittatura. Un film simpatico e malinconico scritto e diretto a più mani. Non avrà il glamour o le star, ma siamo pronti a scommettere che si tratta di uno dei film più interessanti della settimana.
pubblicato qui: http://www.film.it/articolo/le-uscite-della-settimana-18-settembre/9457154

EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 08:13
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sabato, 19 settembre 2009

Woody Allen ritorna nella sua New York dopo quattro film (e i prossimi due saranno ancora in Europa) e sceglie come protagonista Larry David, un suo amico, oltretutto già presente con due camei in "Radio days" e nell’episodio "Edipo relitto" del corale "New York stories". Forse dieci anni fa questo ruolo lo avrebbe interpretato lui: un intellettuale di origini ebree, vittima di attacchi di panico, sarcastico e irresistibilmente attraente per le donne. Anche per una ragazzina ignorante conosciuta per caso e che diventa, nonostante la gran differenza d’età, sua moglie.
Che ad Allen piaccia parlare con il proprio pubblico è cosa nota. I suoi monologhi rivolti allo spettatore sono diventati celebri, una vera e propria nota autoriale. Con "Basta che funzioni" questo approccio diventa più sfacciato, e non solo nel modo (si parla direttamente di "pubblico dall’altra parte"). Stavolta ad Allen piace anche indagare (per quanto lui ogni volta dichiara che le storie che racconta non abbiano nulla a che fare con la sua vita sentimentale) su un tipo di relazione amorosa che lui conosce bene: quella tra un uomo ormai più che adulto e una ragazza meno che trentenne (come non pensare a lui e sua moglie Soon-Yi?). Anche se sembra che il film fu scritto una prima volta verso la fine degli anni ’70, sarebbe stupido dire che non ci siano cenni biografici.
Così come era accaduto fortemente in "Vicky Cristina Barcelona" con il personaggio di Scarlett Johansson stimolata artisticamente dai talenti della coppia Bardem-Cruz (ma anche "Anything else" conteneva, in piccolo, questo concetto), anche stavolta al centro del racconto vi è il percorso formativo di una ragazza. O meglio, di un’intera famiglia, scopriremo poi. Stare vicino a menti colte fa bene, fa crescere così come vivere nella Grande Mela. Allen non ci va giù con le mezze misure. Per quanto con sarcasmo, quel modo di intendere la vita di provincia e la piccola mentalità come delle note di merito così come qualsiasi idea di un’esistenza di un dio vengono fatti a brandelli dalle battute al vetriolo dei vari personaggi. Ricorre la concezione della transitorietà dei rapporti, l’amore è vero, ma non per questo infinito, così come, seppure senza enfasi, emerge quell’aria di casa (amata) che Woody Allen fa trasparire quando gira a New York. Su tutto però ritorna quella capacità del cineasta di far ridere parlando di qualsiasi cosa. In America "Basta che funzioni" non è stato amato. Bah. Per una volta, da italiani, possiamo andare fieri del fatto di essere uno dei suoi pubblici più affezionati: ameremo senz’altro anche questa sua nuova opera.

La frase: "L’universo si esaurisce. Perché noi non dovremmo?".


pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/whateverworks.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 08:41
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giovedì, 17 settembre 2009

Steven Soderbergh è un cineasta ambizioso, uno di quelli che fa di tutto per poter realizzare qualsiasi progetto abbia in mente. Seppure sia sempre riconoscibile il suo stile, la sua filmografia si potrebbe definire incoerente, costellata tanto di alti che di bassi. E così il cineasta americano, per realizzare pellicole d’autore (che significa bassi incassi), ha bisogno ogni tanto di dedicarsi anche a roba più mainstream, adatta al grande pubblico. “Full Frontal”, “Bubble”, “Intrigo a Berlino” e il doppio film su Che Guevara , probabilmente non sarebbero stati prodotti se Soderbergh non avesse acquisito il credito commerciale raggiunto con “Out of Sight” e i tre "Ocean’s".   Di questi due filoni, “The Informant!” appartiene al secondo gruppo. E’ già, solo per questo, un film minore? No. Non c’è nulla di male nel realizzare pellicole per il pubblico, anzi forse è proprio quando prende le cose alla leggera che Soderbergh è una garanzia di cinema gradevole, ma stavolta la ciambella non è uscita con il buco. Purtroppo.
Storia vera: nei primi anni ’90 un importante manager di una grande multinazionale decide di denunciare all’FBI i propri datori di lavoro. La sua società ha messo su un cartello dei prezzi assieme a che dovrebbero essere concorrenti e che invece sono diventati quindi dei veri e propri partner. Lui non riesce più a resistere all’illegalità e per questo comincia a parlare. Le conseguenze della sua collaborazione con le forze dell’ordine saranno però più che imprevedibili. Il protagonista della vicenda è infatti tanto un eroe, quanto un uomo malato di egocentrismo. Dire bugie, nascondere informazioni e contraddirsi, è la sua specialità. E così quella che poteva essere una straordinaria operazione di polizia comincia a zoppicare fino a ritorcerglisi contro.
Prima premessa: non siamo dalle parti di “
Insider”, nonostante il thrilling insito nella trama, l’approccio è quello della commedia. Seconda premessa: non sempre le storie che sembrano divertenti, sono poi divertenti. Probabilmente nessuno lo ha detto a Soderbergh quando ha deciso di portare questa storia sul grande schermo. Non si ride, al massimo si sorride ogni tanto, assistendo all’intera vicenda. L’uso dell’ironica voce fuori campo, l’utilizzo della musica come accompagnamento dissacratorio, lo svuotamento continuo di qualsiasi tipo di suspense non bastano a dare ritmo ad un canovaccio fermo e inconcludente. Non c’è introspezione nel personaggio, né dramma né comico coinvolgimento nei suoi vari deliri. Quello del protagonista bugiardo, o sospetto tale, comincia ad essere un espediente piuttosto ricorrente negli ultimi anni di Hollywood. Anche “Confessioni di una mente pericolosa” e “L’inventore di favole” erano basati su storie vere. “The Informant!” dei tre è il più debole. E questo è tutto dire. Spiace giusto per il bravo e autoironico (come sempre) Matt Damon che per l’occasione è sensibilmente ingrassato. Purtroppo non basta

pubblicata qui: http://www.film.it/articolo/the-informant-recensione/9243306


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 19:31
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martedì, 15 settembre 2009

"Chi rapinerebbe un treno della metropolitana? Bisognerebbe essere pazzi considerando che si tratta di un sistema chiuso". E’ questa la considerazione che, dal 1973 in poi, ha tenuto con il fiato sospeso i tanti lettori del romanzo "La presa di Pelham 1 2 3", scritto da Morgan Freedgood sotto lo pseudonimo di John Godey. Un libro ricco di suspanse che ha già avuto due trasposizioni in fiction: una cinematografica nel 1974, una televisiva nel 1998.
Con questa nuova versione siamo quindi, come già involontariamente il titolo suggerisce, a 3 (in realtà il titolo indica l’orario e il luogo di passaggio di un treno della metropolitana newyorkese: Pelham Bay Park dell’una e ventitre). Dietro il progetto c’è Tony Scott, per la quarta volta regista di un film con Denzel Wahsington dopo "Allarme rosso", "Man on fire" e "Déjà-vu". Stavolta il secondo attore afroamericano premiato con l’Oscar come miglior attore protagonista (dopo Sidney Poitier) non è un poliziotto, ma un "semplice" impiegato comunale. Gestisce e coordina lo smistamento della metropolitana. E’ lui a mettersi in contatto con il conducente di un treno quando questo appare inspiegabilmente fermo sui binari. A rispondergli però, c’è il capo di una banda criminale che ha preso in ostaggio i passeggeri e che si aspetta di essere pagato dieci milioni di dollari per lasciarli andare...
Messo da parte lo humour del film con Walter Matthau del ‘74, Tony Scott cerca come al solito di confezionare una pellicola ricca di adrenalina: montaggio frenetico, musica ad alto volume come un energico videoclip rock e azione a go-go. Il suo è un modo di intendere il cinema d’azione che spinge sempre il piede sull’acceleratore: le sovrimpressioni con l’orario per ricordare l’esaurirsi del conto alla rovescia, i movimenti della macchina da presa, improvvisi e a schiaffo, che sgranano sui volti dei criminali, le interpretazioni sempre urlate dell’antagonista di turno (in questo caso un John Travolta ancora non stravolto dalla tragedia privata della morte del figlio). Nonostante la tecnologia, il budget senza limiti, e un po’ di sangue in più, quello di Scott continua a sembrare un cinema stantio, figlio di action-movie anni ’90 ormai superati: gli atteggiamenti dei personaggi non sono credibili, i malfattori sono normalmente psicopatici e il buono di turno, a piedi, riesce ad arrivare sempre prima del resto della polizia per avere il suo bel faccia a faccia conclusivo con il cattivo. Si percepisce la volontà di richiamare nella trama le colpe degli speculatori di Wall Street, artefici della crisi economica internazionale, ma il tutto si traduce in dettagli malamente esplorati, quasi che non si sia in grado di dire di più che non: "sono sempre stati dei brutti tipi, ma anche lo stato ha le sue colpe". Ne esce un film di intrattenimento che si guarda senza problemi, senza però entusiasmare, che si rischia di dimenticare subito sulla via del ritorno. Sia che si apra lo sportello della macchina che salendo sul primo gradino dell’autobus o oltrepassando le porte d’entrata della metropolitana, il piacere della visione dura un attimo. 3,2,1, finito.

La frase: "Gli ostaggi sono un’assicurazione".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/thetakingofpelham123.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 19:26
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martedì, 15 settembre 2009

Il successo avuto in sala nell’estate del 2007 da "Lupin III. Il ritorno di Cagliostro", film del 1979 di Hayao Miyazaki, ha lasciato intendere che certi film, anche se datati, non perdono mai di attrazione. La firma del Walt Disney giapponese è garanzia di un buon botteghino, ed è probabilmente da questa considerazione che la casa distributrice Lucky red ha deciso di acquistare i diritti italiani di molti film dello Studio Ghibli. Si tratta di pellicole che in molti casi non sono state neanche mai riversate in dvd o vhs, storie conosciute in tutto il mondo che gli appassionati italiani hanno potuto vedere solo in lingua originale con sottotitoli realizzati da community virtuali. E’ all’interno di questa cornice che si inserisce l’arrivo in sala di "Il mio vicino Totoro", realizzato nel 1988 e da molti ritenuto come uno dei migliori lavori di Miyazaki (lo stesso Studio Ghibli ha come simbolo Totoro).
Anni ’50. Due bambine cambiano di casa assieme al padre per stare più vicine alla madre ricoverata da tempo in un ospedale della zona.
Nel bosco attiguo all’abitazione la più piccola delle due, Mei (che esteticamente assomiglia tanto alla Ponyo dell’eponimo, più recente, film di Myazaki) incontra una strana creatura, il Totoro del titolo.
Questa sorta di grande coniglio con i denti da roditore diventa per le due sorelle compagno di avventure e, soprattutto, un grande aiuto quando la situazione sembra volgere al peggio.
L’universo di Miyazaki è un grande zoo composto da creature magnifiche e fantastiche, una sorta di libro disegnato dalle forme e colori fuori dall’immaginario. Totoro rappresenta sia il simbolico re del bosco che quel Dio pronto ad aiutare le due bambine nel momento del bisogno. Mondo animale e umano coincidono quando l’occhio è puro come quello di un fanciullo. Sono tanti i riferimenti, più o meno espliciti, all’iconografia e alla cultura nipponica, come sempre accade per Miyazaki. Anche qui il cineasta non può fare a meno di quel dolce e continuo ottimismo che caratterizza ogni sua pellicola. Manca una e vera e propria frattura narrativa, un episodio o un personaggio in grado di cambiare lo status quo degli eventi. Per buona parte del film non si capisce bene in quale direzione stia andando il racconto: Miyazaki è più concentrato sulla costruzione del suo mondo e sulla rappresentazione del rapporto tra essere umano e natura che sulla storia in senso stretto. Totoro diventa così un film composto da tanti piccoli gioielli visivi, forse più poesia che racconto.

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/myneighbortotoro.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 19:23
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domenica, 30 agosto 2009

Storia vera. La notte del 5 agosto del 1939, quando la guerra civile spagnola ormai aveva trovato, da circa cinque mesi, il proprio epilogo dittatoriale in Franco, quarantotto uomini e tredici donne furono giustiziati per essere stati, anche solo marginalmente, coinvolti nella resistenza repubblicana. Quelle tredici donne, o meglio, ragazze, visto che l’età media era di circa diciannove anni, sono le protagoniste di "13 rose". Il loro impegno civile, affrontato con quell’entusiasmo giovanile che non ha freni quando si accosta a questioni che sembrano indiscutibilmente giuste, i primi amori, gli errori, la sottovalutazione di un nemico che non ha nessuno scrupolo fino al tragico epilogo, sono al centro di questa pellicola ispirata all’omonimo romanzo (non pubblicato in Italia) dello spagnolo Carlos Fonseca.
La tragedia in questione, per quanto nota, fu a lungo sottaciuta alle masse per non urtare quei non pochi filo franchisti, o comunque non strenui oppositori della tirannia che fu, quando la Spagna cominciò ad affacciarsi verso l’esterno nei primi anni ’80. Pare che quando Fonseca ha scritto il libro nel ’95, molti suoi connazionali hanno polemizzato sui contenuti e sull’opportunità di ricordare una pagina così nera della storia nazionale in un momento di ritrovata unità e sviluppo. Facciamo questa premessa perché se c’è una ragione di visione di "13 rose" è la sua capacità di divulgazione di una vicenda che merita di essere conosciuta.
Come spesso capita per gli sceneggiati televisivi delle reti generaliste italiane, si crede che una forte storia vera del passato, meglio se imperniata di eroismo e martirio, sia ragione sufficiente ad essere al centro di un film o di un prodotto visivo in generale. Nella scrittura della sceneggiatura sembra che si parta sempre dal potente evento finale, l’ingiusta morte di innocenti che si erano battuti per ideali e concetti di libertà che oggi crediamo impossibili da negare, per ricostruire poi a ritroso le vite dei suoi protagonisti. Sicuri di avere un crescendo conclusivo, la sceneggiatura si preoccupa così di narrare, ricorrendo spesso agli stereotipi di più facile lettura (in questo caso abbiamo, tra gli altri, il pestaggio dei vecchi che non cantano l’inno e i bambini che giocano e scimmiottano i militari) per avvicinare gradualmente lo spettatore verso quella conclusione che sicuramente lo sdegnerà.
I dialoghi sono quello che sono, con qualche deviazione fortemente filo cristiana mal inserita nel contesto e che fa nascere il dubbio che, tra i molti innocenti giustiziati, si considerino un po’ più "innocenti" quelli che hanno sempre pregato e creduto ("c’è un errore"). Ecco un esempio di dialogo, la conclusiva, strappalacrime lettera di una mamma al bambino che non rivedrà più: "Non serbare rancore verso gli assassini dei tuoi genitori. Gli uomini buoni non serbano rancore. Dovrai fare come me, dovrai essere sempre ben preparato. Figlio, figlio mio, ti guarderò dal cielo. Riceverai, dopo un’infinità di baci, il bacio eterno di tua madre".
Poche idee di regia, invasione costante della colonna sonora, scarso impegno nella ricostruzione di un significato che vada al di là del "Ecco, vedete cosa sono stati capaci di fare i nostri nonni? Non dimentichiamocelo". Una morale che, purtroppo, non ha necessità di veder ricamati sopra centoventi minuti di racconto per farla arrivare come un pugno nello stomaco.
Nelle sue non alte ambizioni, "13 rose" riesce comunque a raggiungere una fluidità di racconto che, prendendo come termine di riferimento i già citati prodotti televisivi italiani, non tutti posseggono. La buona gestione dei tempi dedicati ai vari personaggi riesce a non far perdere mai di vista la coralità del racconto (anche se qualche personaggio, come il militare fidanzato che offre cibo e frutta non si capisce dove vada a finire) e in certi frangenti, come la carrellata delle varie gonne delle condannate, si vede la volontà di comunicare qualcosa in più della semplice parola.
In definitiva "13 rose" può essere catalogato sia come un film piuttosto superficiale e appiattito sul proprio progetto che come un utile strumento per riportare alla luce un evento importante della storia di tutti noi. Dipende tutto da che cosa si sta cercando.

La frase: "Che il mio nome non sia cancellato dalla storia!".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/le13rose.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:00
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domenica, 30 agosto 2009
Era Glaciale 3E’ senza dubbio “L’era glaciale 3” il film della settimana. Lo suggeriscono gli incassi già raccolti nel resto del mondo dove il terzo capitolo del lungometraggio Fox (l’unica saga, tra i film d’animazione, ad avere avuto successo senza appartenere né alla Dreamworks né alla Pixar) ha letteralmente sbaragliato la concorrenza. Il sottotitolo stavolta è “L’alba dei dinosauri”. Dopo aver vagato tra i ghiacciai con un piccolo umano ed essere poi scappati, nel secondo episodio, dal disgelamento della Terra, i nostri tre eroi originali (cui si era recentemente aggiunta la mammuth Ellie), più l’indipendente Scrat, sono ora al centro di un nuovo mutamento del pianeta. I dinosauri sembravano essersi estinti definitivamente, almeno fin quando Sid il bradipo non trova una profonda grotta sotterranea da cui preleva, con spirito paterno, delle uova. Non sa però che sono di tirannosauro. Nel frattempo è in arrivo un cucciolo di Mammuth. Risate e valori familiari, film per tutti nel vero senso della parola.
Cinema d’autore invece con “
Chéri”, ritorno della coppia Stephen Frears - Michelle Pfeiffer, da un romanzo della scrittrice francese Colette. Ve ne parlammo già dal Festival di Berlino 09, dove il film fu presentato senza troppi entusiasmi. Sicuramente la storia tra una donna bellissima, ma sulla cinquantina, e un ragazzo di trent’anni più giovane, il tutto ambientato durante la Belle époque, è materia interessante e affascinante per buona parte del pubblico adulto femminile, ma per i maschietti il rischio sbadiglio è dietro l’angolo. Frears è sempre elegante e misurato, ma non ci basta.
Dopo due film completamente ignorati dalla distribuzione italiana, nonostante fossero stati presentati a Venezia, esce il terzo film della trilogia “Frattali” di
Takeshi Kitano, “Achille e la tartaruga”. Stavolta al centro delle vicende del protagonista, una sorta di alter ego di Kitano, c’è il rapporto con l’arte. Dopo il cinema e la televisione, si conclude così il percorso autoreferenziale del genio giapponese sui propri talenti artistici. Un dramma cui non manca la consueta ironia del maestro nipponico. In ordine sparso, vediamo le altre cinque nuove uscite della settimana. Si va dal dramma storico spagnolo di “13 rose”, all’horror “Smile”, passando per il nostalgico “Fà la cosa sbagliata”, l’italiano “Piede di Dio” e l’adolescenziale “Sul lago di Tahoe”.  “Le 13 rose” sono le 13 ragazze, età media 19 anni, giustiziate senza causa, ma solo per ritorsione, dalla Spagna franchista poco dopo l’inizio della dittatura. Una pagina nera della storia spagnola che ancora alimenta polemiche, girata purtroppo con uno stile troppo televisivo. Valido comunque come documento storico.
Malinconico ricordo della New York anni ’90 invece per “
Fà la cosa sbagliata”. Uno psicologo stringe amicizia con il proprio pusher, nonché compagno di scuola della figliastra. I due, entrambi alle prese con depressione e solitudine, vagheranno durante l’estate per la Grande mela, scambiandosi esperienze di vita. I primi e gli ultimi amori, la droga, il sesso, il lavoro. Qualche buona intuizione c’è, ma si scorge dietro a tutto quella furba voglia di ricordare un periodo non ancora celebrato dal cinema, tra bombolette spray e il rap di Notorius Big. Nessun video alla “The Ring”, ma una macchina fotografica, è lo strumento di avvertimento di morte utilizzato per il terrore di “Smile”. Ragazzi in gita in Marocco. Le cose non vanno come devono andare e ad uno ad uno e il cast come al solito progressivamente si assottiglia.
Il viaggio alla ricerca del provino giusto in un’Italia piena di furboni è al centro di “Piede di Dio”. Un titolo un po’ blasfemo che rifà il verso all’altro arto, la mano, utilizzato da Maradona per il celebre goal all’Inghilterra, ma che ha ben poco di altrettanto magico. Un bambino con problemi mentali è un talento calcistico a cui nessuno vuole dare una chance. Solo un osservatore un po’imbranato, interpretato da
Emilio Solfrizzi, crederà in lui, portandolo in giro per l’Italia per cercare di farlo “scoprire” ai grandi club. Dal Festival di Berlino 2008, dove ricevette critiche più che positive, arriva il messicano “Sul lago di Tahoe”. Un sedicenne si ritrova ai margini della città dopo aver distrutto l’auto in un tentativo di fuga da una famiglia che non sopporta più. Conoscerà un caleidoscopio di persone, umanità e spietatezza: un mondo che lo renderà adulto.
pubblicato qui: http://www.film.it/articolo/le-uscite-della-settimana-lera-glaciale-3-cheri-achille-e-la-tartaruga-smile-e-piede-di-dio/8993127

EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 06:50
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giovedì, 06 agosto 2009

Cibo e cultura. A Berlino inaugura ad agosto il museo del Currywurst, la tipica salsiccia cittadina, simbolo e non solo, di un'identità da riaffermare.
Lo chiamiamo "Fast food", all'americana, eppure l'idea del pasto veloce leggenda vuole che nacque il 4 settembre 1949 a Berlino, all'angolo tra Kant-Straße and Kaiser-Friedrich-Straße dove una trentaseienne alla ricerca di una nuovo business, Herta Heuwer, allestì il proprio banchetto di Currywurst. Il primo cibo venduto con l'idea di non perdere tempo non fu infatti, come si è soliti pensare, il più internazionale hamburger (anch'esso comunque inventato in Germania, ad Amburgo da cui peraltro deriva il nome), ma la tradizionale salsiccia ricoperta di salsa di curry, normalmente accompagnata da pane e ketchup (e qui sfatiamo un'altra leggenda. Il ketchup non è nato negli States, ma ha origini orientali).
Il 16 agosto, l'inaugurazione del "Deutsches Currywurst Museum " in Schützenstraße 70, a due passi da quel Check point Charlie che ogni giorno attira migliaia di turisti curiosi di rivedere il famoso punto di accesso est-ovest dell'allora divisa capitale, celebrerà quello che ad oggi è considerato il piatto tipico della cucina berlinese. In un'area che, tra spazio d'esposizione, negozio di souvenir e lounge copre circa 1100 metri quadrati, una serie di installazioni interattive, video, documenti audio, pannelli informativi e fotografie varie esploreranno la storia del curry wurstel, i suoi ingredienti e il concetto stesso che si cela dietro questo sapore così speziato e caratteristico.
In una delle città dal mangiare più cosmopolita d'Europa (sono più i ristoranti etnici che quelli nazionali e dai prezzi spesso più convenienti), dove il kebab turco è la pietanza più consumata, l'esigenza di mostrare, e dimostrare, le proprie radici culinarie assume significati che vanno al di là dei semplici gusti a tavola. Non bastano quindi le continue code, a qualsiasi ora del giorno, presso alcuni chioschi di curry wurstel ormai diventati storici, come il "Konnopkes Imbiss" (appena sotto la fermata metro sopraelevata di Eberswalder strasse) o il "Curry 36" (su Meringhdamm, nel quartiere Kreuzberg), per ricordare ai tanti nuovi venuti (circa un terzo degli attuali cittadini non abitava a Berlino vent'anni fa, prima della caduta del muro) che la capitale ha una sua tradizione anche in cucina.
Ecco un museo colorato, dalla posizione centrale e che aspetta, impaziente un'apertura che è stata rimandata più volte (la guida della "Lonely planet" lo dava operativo già dalla fine del 2007) per motivi logistici e di finanziamento, e che finalmente potrà aprire i battenti a tutti quei golosi che amano scoprire (con un biglietto che varierà tra i 7 e gli 11 euro) anche cosa si nasconde dietro l'immediatezza della gioia di un palato.


pubblicata qui: http://www.viaggi24.ilsole24ore.com/articoli/la-rinascita-del-currywurst-a-berlino.A8208040.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:34
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giovedì, 06 agosto 2009

Smart travelling: significa viaggiare intelligentemente, ma anche alla moda e leggero. Un modo di dire che è diventato da qualche anno una vera e propria filosofia per chi si appresta a partire con la voglia di conoscere la propria meta un po’ più profondamente di quanto faccia il turista di massa.

E’ partendo da questo concetto che nel 2001, su intuizione della designer  Nicola Bramigk, è nata l’idea di realizzare una guida online che potesse indirizzare nel modo giusto chiunque si apprestasse a partire. Il portale, non casualmente, si chiamò “smart travelling” e al motto di “con noi scoprirai posti che vorrai visitare ancora e ancora come dei vecchi amici”, cominciò con l’offrire percorsi originali e inusuali per ben undici città (ora diventate ventitré). Da allora, pagando una quota annuale di iscrizione è possibile pianificare (in inglese e tedesco) il proprio tour a seconda dei desideri: voglia di glamour o di autenticità locale? Single, coppia, amici o famiglia? Il successo fu immediato e dopo poco più di un anno dall’apertura del sito fu inaugurato il primo store del marchio.

A Berlino, in uno degli splendidi cortili della zona degli Hackesche Höfe, ha così sede uno dei più particolari negozi che si possano trovare al mondo. Vi si vendono guide, mappe, valige, articoli da viaggio, film, agende, libri e abbigliamento vario. Più che gli oggetti in esposizione però, è la presentazione degli stessi che colpisce. Lo spazio espositivo è infatti suddiviso a seconda della destinazione. Ecco quindi l’area dedicata a Firenze consta di una valigia di cuoio contenente un cappello di paglia, una cartina della città,  il dvd di “Camera con vista”, una bottiglia di chianti, una d’olio extravergine e un leggero vestitino a fiori di lino.

Monaco di Baviera? Moleskine con mappa della città, una guida ai locali più trendy e una ai ristoranti, il malinconico libro “Memorie di una donna inutile” di Lena Christ, un boccale di birra e calde pantofole. E così via: New York, Roma, Singapore, Sydney, Tel Aviv, tante metropoli e continenti. Nutrita e ricca di curiosità la parte dedicata agli accessori: dal cuscino da viaggio aereo, al marsupio antiscippo, passando per borse richiudibili in un palmo della mano, minicosmetici, leggere, ma calde coperte di Linus e spazzolini allungabili.

Con l’allargamento delle tratte aeree ormai viaggiare pesanti non è solo un costo in termini economici, ma anche di tempo. Per chi ha solo un weekend per conoscere un luogo, vale la pena spendere minuti preziosi attendendo un bagaglio? Il costante aumento di visitatori del vademecum del viaggiare leggero presente sul sito Onebag (
www.onebag.com) suggerisce che sono sempre più persone a chiederlo.
pubblicata qui:
http://www.stile.it/articolo/smart-travelling-weekend-facili-e-leggeri/8385631


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:27
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giovedì, 06 agosto 2009

Eddie Murphy Immagina CheSono solo tre le nuove uscite settimanali: “Immagina che”, “12 Round” e "Killshot". Due film americani costruiti sui rispettivi protagonisti e un thriller noir tratto da Elmore Leonard. Da una parte un cavallo di razza della comicità che, seppur abbia perso il tocco magico, continua a sfornare ogni tanto qualche buon film (l’ultimo, “Piacere Dave” non era affatto male), dall’altra abbiamo il secondo film con un wrestler improvvisato attore che pare sappia fare tutto (lotta, musica e cinema). E, tra i due, ecco il “wrestler che ha  sfiorato l’Oscar”: Mickey Rourke, protagonista di “Killshot”. Riusciranno a cambiare le sorti dei sempre più magri incassi complessivi dei cinema di fine luglio?
Immagina che” (Universal Pictures) è la classica commedia per famiglie con cui Eddie Murphy riesce, a colpi di buoni sentimenti e trasudanti affetti padri-figlie, a portare al cinema almeno tre persone (due se i genitori sono separati). Lui è un finanziere senza tempo per la figlia, almeno finché la fantasia della piccola non cambierà le carte in tavola e sconvolgerà le priorità del papà tutto lavoro. E’ uno dei primi film in cui il protagonista è vittima della crisi economica attuale e lavora nel mondo della finanza. Ne è uscito un prodotto fluido e onesto che non disattende le attese, anche se non fa ridere a come i vecchi Murphy riuscivano a fare.
12 Round” (20th Century Fox) è senza dubbio un film costruito sulla carismatica figura di John Cena (uno che dovunque va, porta pubblico), ma ha alle spalle anche un “signor” regista: il finlandese Renny Harlin. Potreste dire: “chi?” e non avreste  tutti i torti, ma Harlin è uno di quei signori mestieranti di Hollywood che porta sempre a casa la pagnotta quando si tratta di film d’azione. “Die Hard 2”, “Cliffhanger”, “Driven”: nulla di eccezionale, ma più che passabili e con qualche soluzione registica piuttosto interessante. Ha firmato anche l'abbastanza detestabile “The Covenant”, ma probabilmente era ubriaco all’epoca e un errore glielo concediamo. In “12 Rounds” mixa linguaggio da videogioco e videoclip riuscendo a realizzare una pellicola senza una propria trama (in pratica è la stessa di “Die Hard 3”), ma comunque scorrevole e a suo modo avvincente. John Cena corre, picchia e esclama battute ad effetto. Tutto da copione, come un match di wrestling.
Infine “
Killshot” (01 Distribution), noir diretto da John Madden (“Shakespeare in Love”) in cui Rourke interpreta Armand "Blackbird" Degas, killer professionista a cui capita una giornata storta. Nel corso del suo ultimo incarico si lascia scappare due testimoni: Carmen e Wayne Colson (Diane Lane e Thomas Jane). Qualche tempo dopo marito e moglie sono entrati a far parte del programma federale di protezioni testimoni... ma il passato continua a dar loro la caccia. Armand si farà miglia e miglia per rintracciarli. Sarà accompagnato dal fedele Richie Nix (il giovane Joseph Gordon-Levitt), apprendista killer con un solo problema: essere totalmente psicopatico! Il film risale al 2008, ma quando si tratta di Elmore Leonard e del redivivo Mickey Rourke, allora un tot di qualità è certamente garantito.

pubblicata qui: http://www.film.it/articoli/2009/07/31/le-uscite-della-settimana-cinema-al-contagocce.8408469.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:15
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giovedì, 06 agosto 2009

Il wrestling dà popolarità e il suo pubblico spesso è anche un affezionato spettatore di film d’azione. E’ questa la ragione per cui capita che i suoi protagonisti passino dal ring al grande schermo. Fu il caso di Dwayne Johnson (alias The Rock) qualche tempo fa (iniziò tutto con "Il re scorpione" 2002), è quello di John Cena da un paio di anni a questa parte. "12 Rounds" è il secondo lungometraggio per il lottatore (e rapper, altro campo in cui si sta cimentando con successo) del Massachussets dopo il banalotto "Presa mortale" (2006).
Anche stavolta il film è logicamente incentrato sulla sua carismatica figura. La storia diventa quindi giusto un pretesto per mettere il protagonista nel maggiore numero di situazioni possibili in cui si abbia modo di correre, picchiare e mostrare il sudore.
Dopotutto già il titolo rimanda ai vari intervalli di lotta di un incontro (tanto di boxe quanto di wrestling), i "round" per l’appunto. Qui le dodici riprese sono le altrettante prove da superare per il detective Baxter per potere riprendersi la fidanzata rapita da un pazzo criminale.
Insomma, siamo proprio dalle parti del saccheggio di sceneggiatura (chi non si ricorderà di Bruce Willis e del suo terzo "Die Hard" guardando questo film?), ma come detto, poco importa della storia.
Anche perché le scene d’azione non sono affatto male, merito di uno dei migliori mestieranti di Hollywood, Renny Harlin. Il regista finlandese, che non a caso aveva diretto il secondo capitolo di Die Hard, mischia bene digitale, scene da videogioco e videoclip, riuscendo a dare il giusto taglio ad un prodotto rivolto esclusivamente a teenager tutta consolle e sport da figurine. John Cena fa la sua parte (ma quanto assomiglia a Mark Wahlberg?), faccia da duro (ma dal cuore romantico), false botte (anche se l’ultimo "The wrestler" con Mickey Rourke ci ha dimostrato l’ambiguità di questo luogo comune) e ciniche battute che chiudono ogni discorso come una mortality a Mortal kombat.

La frase:
- "Cosa fa male?"
- "Tutto"
pubblicata qui:
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EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 07:12
recensioni film in sala, tre stelle su cinque, 12 rounds | link | commenti

venerdì, 24 luglio 2009

Dopo aver lanciato (o meglio, ri-lanciato dopo gli anni di appannamento post "Fusi di testa") la stella cinematografica di Mike Myers, inventando e scrivendo assieme a lui i vari Austin Powers, lo sceneggiatore Michael McCullers tenta la medesima operazione con un’altra stella del Saturday Night Live, Tina Fey.
La Fey è senza dubbio una delle menti più brillanti, originali e ironiche del mondo dello spettacolo statunitense. A lei dobbiamo la splendida serie televisiva "30 Rock" (di cui è autrice e interprete), così come la sceneggiatura di un film piuttosto sottovalutato, ma nient’affatto banale e acuto nel suo ritratto sociologico del mondo dei teenager di oggi, come "Mean girls". La sua capacità di far ridere, ma al contempo riflettere, è presente anche in "Baby mama", commedia che segna l’esordio del già citato McCullers dietro la macchina da presa.
Lo spunto è più che mai attuale. Una donna in carriera vuole avere un figlio, ma non ha né un compagno né un utero che gli permetta, con buone possibilità di riuscita, l’inseminazione artificiale. Ecco quindi che l’idea di adottare un bambino diventa l’unica soluzione.
Nello specifico, lei vorrebbe che l’adozione avvenisse ancor prima che il piccolo nasca: ci sono donne che rimangono incinta senza volerlo e sono pronte a donare il proprio figlio scegliendo già dalla gravidanza i suoi futuri genitori (in questo caso uno solo).
Ci sono vere e proprie società di intermediazione che mettono in contatto "domanda" e "offerta". La giovane ragazza toccata in dote alla nostra protagonista è una sorta di sbandata che gliene farà passare di tutti i colori, salvo poi redimersi.
Il tema, come detto, è quanto mai all’ordine del giorno, basti pensare al chiacchierato utero in affitto di Sarah Jessica Parker.
Se "Juno" prendeva il punto di vista di chi aspetta di donare il bambino, qui abbiamo chi aspetta di ricevere. Gli interrogativi che si sollevano sulla legittimità di queste operazioni (si arriva al paradosso di donne che rimangono incinta appositamente per guadagnare) ne fanno logicamente una problematica dai tanti risvolti etici. "Baby mama" si limita a presentarceli senza affrontarli davvero (lo dimostra il finale che, virando sulla favola, evita di prendere una posizione), ma mantenendo un tono più che mai gradevole e leggero per tutta la sua durata. Merito di attrici (oltre alla Fey, la brava Amy Poehler e una ritrovata Sigourney Weaver) e attori (il sempre in gamba Greg Kinnear) che inducono sempre al sorriso e di battute mai volgari, ma comunque ficcanti. Proprio Sigorutney Weaver può essere il collante di un altro tipo di considerazioni: come il cinema riflette il cambiamento del movimento femminista. Se nell’88 Melanie Griffith era una donna che cercava di farsi largo come un uomo in un mondo dominato dal maschilismo (parliamo di "Una donna in carriera" dove la Weaver interpretava l’antagonista della Griffith) ora il problema di una quasi quarantenne è diventato avere un figlio e una famiglia. I tempi cambiano.

La frase:
- "Ti rivoglio indietro. Non faccio sesso da due settimane!"
- "Ma io sono stata via da un mese!"

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/babymama.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 19:45
recensioni film in sala, due stelle e mezzo, baby mama | link | commenti

venerdì, 24 luglio 2009

Baby MamaSono solamente due le “nuove” pellicole pronte a sfidare, senza grandi speranze, il temporaneo monopolio degli incassi di “Harry Potter e il principe mezzosangue”. E si tratta di due  film a stelle e strisce: “Baby Mama” e “Jonas Brothers: The 3D Concert Experience”.

Dopo il caso di
Sarah Jessica Parker e di suo marito Matthew Broderick che per le loro due gemelline hanno preferito affittare l’utero di una mamma a noleggio, anziché rovinare le forme del pancino della ex regina di “Sex and the city”, quello di “Baby mama” può essere definito un tema più che mai attuale. Anche qui, seppur per ragioni mediche (la protagonista non sembra possa avere bambini), una donna in carriera (single) si affida ad un’agenzia specializzata per trovare qualcuno che possa portare avanti la gravidanza di un pargolo concepito con i suoi ovuli per inseminazione artificiale.
Star del film è Tina Fey, mai abbastanza apprezzata autrice e attrice comica statunitense (suoi la serie “30 rock” e la sceneggiatura di un film intelligente, ma sottovalutato come “Mean girls”) che qui tenta finalmente in maniera convinta la strada del cinema. Purtroppo per lei il film non è memorabile: si segue bene senza noia, diverte in alcuni frangenti, ma escluso il pubblico femminile più sensibile all’argomento, è difficile che lascerà tracce dietro di sé.
Lo si può definire film? Parliamo di Jonas Brothers: The 3D concert experience”, prodotto per fan dei tre fratelli star di Disney Channel che ha come punto di interesse l’essere stato realizzato tridimensionalmente. Chitarre, voce e bei faccini. Basterà per sentirsi come ad un concerto?
Questo weekend era già stata annunciata l’uscita nei cinema di
Fighting di Dito Montiel, già regista del magnifico “Guida per riconoscere i tuoi santi”. Questa sua seconda opera, interpretata da Channing Tatum e Terrence Howard, andrà direttamente in home video, distribuita dalla Universal Pictures.

pubblicata qui: http://film.it/articoli/2009/07/24/le-uscite-del-week-end-24-luglio.8253129.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 19:38
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