Ogni popolo ha il proprio eroe, o almeno lo “deve” avere. Si tratta di un’esigenza culturale e politica, i simboli sono facili da evocare e rappresentano da sempre quel “meglio” vicino, cui è possibile ambire. La scelta della mega produzione mongola-russa di intitolare semplicemente Mongol un film dedicato alla figura di Gengis Khan, è in tal senso emblematica. Tra le tante caratteristiche se ne sottolinea prima di tutto la nazionalità della persona, quasi che da questa ne discendano tutte le qualità positive. La scelta su quali fonti storiografiche utilizzare diventa a questo punto obbligata: non si posso rappresentare gli studi di chi descrive il famoso conquistatore come un barbaro sanguinario, ma tra le tante fonti, bisogna optare per chi lo tratteggia come un nobile guerriero dal buon cuore. Dopotutto Gengis Khan non ha una storiografia ufficiale, c’è libertà di movimento. Ecco quindi un uomo che diventerà quel che sarà ricordato nella storia, solo dopo aver perso il padre per avvelenamento, aver subito la gogna, esser stato ferocemente maltrattato, derubato della moglie e incarcerato senza alimenti. Una persona di cuore, generosa, innamorata e capace di capire chi gli sta accanto, ma anche un po’ ingenuo e fortunato. Gli autori di Mongol ce ne parlano così, fermando il racconto a prima delle conquiste, ma preoccupandosi di offrire allo spettatore la conoscenza di tutto quel background psicologico e di esperienze, che lo porterà a realizzare le conquiste per cui è famoso. Ne esce un racconto d’azione-western, classico nella realizzazione. Le immense steppe centroasiatiche prese in campo lungo, combattimenti convenzionali di cappa e spada ben lontani, per fortuna, dal “wuxia”, personaggi solitari e silenziosi che invocano l’onore, ma che spesso si tradiscono a vicenda e amori con donne servizievoli, all’occorrenza valorose. Linee narrative e registiche chiare e precise dall’inizio alla fine che in qualche caso preferiscono evocare l“epica” che avvolge il personaggio, piuttosto che spiegare situazioni e soluzioni inverosimili. Un film godibile nella sua semplicità, con pochi sussulti, ma difficilmente noioso.
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recensioni film in sala, tre stelle su cinque, mongol | link | commenti (1)







All’elenco dei supereroi sbarcati sul grande schermo mancava l’uomo di ferro, che in realtà di ferro non è come ben ripete il suo alter ego Tony Starks "si tratta di una lega di oro e titanio", ma che comunque sia, dal 1963, (ovvero da quando apparve per la prima volta a fumetti) si fa chiamare Iron man. Si tratta del primo film prodotto direttamente dalla Marvel, che dopo aver tante volte venduto i diritti alla Sony (leggasi ad esempio Spiderman e Ghost Raider ), alla Fox (X-men), Warner Bros (Blade) e alle altre majors hollywoodiane, ha deciso di fare da sé alleandosi con la Paramount.
Prima di Cate Blanchett e dei suoi due capitoli su Elizabeth, c’era sua zia Maria Bolena, sua madre Anna e suo padre Enrico VIII. Tre personaggi che hanno cambiato la storia della civiltà occidentale con la nascita di quella Chiesa anglicana che ancora oggi dimostra come la Gran Bretagna meriti da sempre un discorso a parte quando si parla di Europa unita (nella moneta come nei valori). Le ripercussioni politiche e sociali di quello scisma sono infinite se si pensa che la stessa colonizzazione degli Stati Uniti ne fu grandemente influenzata, capirne le ragioni e i pensieri che portarono a sancirlo sono invece uno di quegli enigmi su cui da sempre gli storici hanno piacere di indagare.
Dopo il bel "36 Quai des Orfèvres", il regista francese Olivier Marchal ritorna a calcare quelle atmosfere cupe e maledette che contraddistinguono la sua visione della polizia e criminalità (lui stesso è stato un "flic" prima di lanciarsi sul grande schermo), con un film ancor più tragico e cupo, il terzo di una trilogia sul tema, iniziata con "Gangsters". Non più Parigi, ma Marsiglia. Non più un buono (anche se il Leo Vrinks di "36" così buono non era) ed un cattivo, ma solo un tormentato ex-buono interpretato dal fido Daniel Auteuil.
Quindici giorni di set, massimo cinque ciak per scena, un montaggio finito il giorno dopo le riprese (“C’è voluto più tempo per la programmazione e per l’anteprima che per il film vero e proprio” ha affermato il regista), un budget ridotto all’osso e tanta voglia di allontanarsi, per spirito e per regole, da quel sistema hollywodiano di fare cinema che tante volte ingabbia idee e spontaneità. La nuova pellicola di Brad Siberling, già autore di City of angels e Lemony Snicket, rientra a pieno titolo all’interno di quel cinema indipendente americano che sempre più si cita quasi che fosse un marchio di fabbrica. A fare da padrino (o meglio, produttore esecutivo) al progetto è Morgan Freeman, che nella sceneggiatura scritta dallo stesso regista ha ritrovato un po’ di sé stesso, o comunque un po’ di quei personaggi che gli piace tanto interpretare. Parliamo quindi dell’uomo tutto saggezza e consigli che raddrizzano la vita di chi li ascolta, di un dispensatore di buone parole e considerazioni profonde che squarciano il velo della quotidianità per avvicinarsi al vero senso della vita. In Dieci cose di noi ad usufruirne è una bella cassiera immigrata spagnola in crisi sentimentale e lavorativa. E’ proprio nel supermercato in cui lavora, presso quella cassa veloce che consente massimo dieci pezzi (da qui il titolo del film), che incontra un celebre attore (il cui nome non verrà svelato per tutto il film, potrebbe essere davvero Morgan Freeman) venuto per osservare le mansioni che si svolgono in luoghi di tale tipo prima di accettare un ruolo in un film indipendente che lo vedrebbe, per l’appunto, direttore di un supermercato. Il caso li porterà a passare una giornata assieme per le strade di una Los Angeles popolare e a misura d’uomo dove nessun passante è “una persona comune”: tutti hanno qualcosa da dire e, soprattutto, da dare.
Calcetto: per numero di tornei organizzati siamo il primo Paese al mondo, per giocatori il secondo, ma giusto perché in Brasile è arrivato prima e ha anche una popolazione ben maggiore della nostra. Insomma per molti di noi italiani, quel circa 40x20 di metri di erba sintetica è un punto di ritrovo abbastanza comune, un’occasione per divertirsi e vedere il solito gruppo di amici. Così accade anche per i protagonisti del nuovo film di Luca Lucini: cinque uomini di diversa età che almeno una volta a settimana si incontrano per il torneo di un’imprecisata cittadina del nord.
In un'imprecisata località del Messico, dei facoltosi cittadini hanno ricevuto la possibilità di avere un quartiere recintato rispetto all'esterno. Scuola, ambulatorio e anche un proprio servizio di vigilanza, tutto per evitare il contatto con la povertà e la delinquenza di chi ne abita fuori. E' questa "La zona" del titolo. La tranquillità viene però turbata quando tre ragazzini riescono a violare l'aerea scavalcando il recinto durante una tempesta e finendo col compiere un furto e un omicidio. Due di loro muoiono durante la fuga, uno rimane nascosto non si sa dove, ma sicuramente all'interno della zona. Non si può chiamare la polizia per non rischiare di vedersi revocati i privilegi del posto, e così parte una caccia all'uomo direttamente gestita dagli abitanti dell'area.
Domenica 30 sono nuovamente ospite della trasmissione "Nessuno è perfetto" sulla radio nazionale Radioinblu alle 16:30. Chiunque voglia ascoltare le mie stupidaggini sul cinema quindi si sintonizzi. Se per caso comunque ve la perdeste, ma vorrete rimediare :-D , no problem. I miei interventi da qui in avanti dovrebbero diventare abbastanza regolari. Per conoscere la frequenza nella vostra zona di radioinblu, cliccate
Sempre attento a registrare e riportare i cambiamenti della vita sociale del Paese, Paolo Virzì è forse l’unico nostro regista capace di rielaborare, a suo modo e con intelligenza, la troppe volte evocata a sproposito commedia all’italiana. Ciò che emerge dai suoi film è sempre una riflessione su ciò che siamo diventati o che stiamo diventando, è il mondo che viviamo o che ci circonda da molto vicino.
Accolto dalla critica con il gelo più totale (né fischi, né applausi), che buon segno non è, il primo film italiano in concorso alla 64esima Mostra del cinema di Venezia faceva parlare già da qualche settimana. Motivo? La scena di nudo integrale, con tanto di erezione, che vede protagonista il lanciatissimo Elio Germano in compagnia della brava (e bella) Mimosa Campironi di Incantesimo.
Dall’enorme successo editoriale al grande schermo il passo è breve.
Nessuna gang criminale o gruppo di ragazzetti delinquenti. Qui per banda si intende la più alta qualifica possibile, quella di essere una piccola orchestra, musicisti che assieme girano le città allietando con strumenti e voce occhi e uditi di tante persone. Nella storia qui raccontata, la banda della polizia di Alessandria d’Egitto si ritrova per un equivoco in una sperduta ed anonima cittadina israeliana. In Israele dovevano andarci, l’occasione è l’inaugurazione di un istituto di cultura araba, ma non è quello il villaggio giusto e non si può ripartire prima del mattino successivo.
Che “Notte prima degli esami” abbia dato il via ad un filone di commedie giovanilistiche che ben fanno alle casse del cinema italiano non c’è dubbio. Gente invogliata ad andare in sala, opportunità lavorative, possibilità di rischiare (in futuro) in un mercato che rende. Le conseguenze di buoni botteghini si ripercuotono su tutto l’ambiente. E’ però questa una ragione sufficiente per giustificare qualsiasi lavoro che si inserisca su questa scia?
Da quando Il Signore degli anelli e Harry Potter hanno dimostrato che il fantasy al cinema aveva ancora tanto da dire (o meglio: tanti spettatori da attirare), la caccia di produttori e sceneggiatori al libro “giusto” che trattasse di orchi, fatine e figure magiche è diventata incessante. Da Le Cronache di Narnia a La Bussola d’oro passando per Un ponte per Terabithia e Tata Matilda: gli esempi recenti sono tanti, le storie si somigliano e il fantastico ha già cominciato a diventare abituale, a perdere quell’aurea di meraviglia che dovrebbe invece esserne. Stavolta è il turno di Le cronache di Spiderwick” tratto dall’omonima serie di libri scritti da Holly Black e illustrati da Tony Di Terlizzi.
Sergio Rubini chiama a raccolta un altro suo conterraneo, il pugliese Riccardo Scamarcio, per un film ben fuori dalle sue corde, un thriller. Che Rubini sia coraggioso è indubbio, in Italia i tentativi che vanno fuori da quelli che ormai sono i generi italiani che tirano il botteghino (dalla commedia giovanilistica al cinepanettone, passando, ma tra alti e bassi, per i drammi familiari) sono pochi e spesso realizzati con una tale esiguità di budget che anche la migliore delle idee finisce per perdere molto del proprio potenziale, ma purtroppo anche la sua ciambella non esce con il buco.
Dopo aver lavorato assieme nel 2000 nel thriller "The Yards", Mark Wahlberg e Joacquin Phoenix sono rimasti così ben impressionati dalle qualità del regista James Gray, che hanno deciso di produrre e mettere a disposizione i propri volti per il suo film successivo, per l’appunto “I padroni della notte”.
Ecco il finale del film non voluto dalla Warner. Si avvicina di più al libro di Matheson, ma non è comunque il massimo (anzi secondo me è peggiore di quello andato in sala). Vale comunque vederlo. Su youtube il video non è più disponibile, linko quindi l'unico posto dove tuttora si può vedere e cioè