Impossibile girarci attorno. L’uscita della settimana, nonché forse dell’intera stagione, è senza dubbio “Transformers- La vendetta del caduto”. Film da bicchieroni di popcorn, chiacchiere (a bassa voce, mi raccomando!) con degli amici, piedi spinti sulla poltroncina davanti e tanta voglia di vedere botte robotiche.
Il nuovo film di Michael Bay non è stato troppo apprezzato dalla critica internazionale (il primo invece era stato universalmente riconosciuto come il migliore lavoro del regista di Los Angeles), ma promette senza dubbio spettacolo. Qui sul sito trovate la nostra personale classifica delle migliori e peggiori cinque scene girate dall’autore di Armageddon: chissà che al prossimo lavoro (per fortuna è passata l’idea di un remake degli “Uccelli” di Hitchcock) non ci sia da citare anche uno dei tanti spettacolari passaggi di questo sequel. Shia Labeouf, Megan Fox, Tyrese Gibson (che è venuto a Roma a presentare il film, rilasciandoci anche un’intervista) e, soprattutto, Megatron e gli Autobots, ci aspettano per quello che si annuncia essere il campione d’incassi di quest’estate cinematografica.
Per chi ha voglia di qualcos’altro, la scelta non manca. Due thriller americani, “Anamorph” e “Crossing Over” cercheranno di far arrivare quei brividi che, purtroppo, non potranno provenire da un horror. Dopo sei settimane consecutive di nuovi pellicole del terrore, nessuna nuova uscita di genere questo weekend. “Anamorph” con Willem Dafoe parte dalla solita caccia al topo detective-serial killer per virare nel suo proseguo sul thriller psicologico (ma non povero di sangue e immagini raccapriccianti).
“Crossing over” è invece l’ultimo lavoro di un ormai in declino Harrison Ford (che, piuttosto sinceramente, ha ammesso di sentirsi ormai pronto ad abbandonare il cinema), ma che non per questo è da bocciare. A firmare infatti questo thriller socio politico di denuncia (Ford interpreta un agente dell’Immigration and Customs Enforcement), è quel Wayne Kramer che realizzò il buon “Running”, un film piuttosto sottovalutato, ma ricco di trovate registiche interessanti e dotato di un ritmo eccezionale. Anche se la critica non parla benissimo di “Crossing over” (se ne dice come di una sceneggiatura priva di mordente), noi una chance, basandoci sul regista, al film consigliamo di darla.
Dall’Inghilterra ecco “Ritorno a Brideshead”, adattamento del romanzo omonimo e in parte autobiografico di Evelyn Waugh, ambientato nell’Inghilterra aristocratica degli anni ’20 e ’30. Fu già una serie televisiva degli anni ’80, questo nuovo riadattamento con Emma Thompson e Matthew Goode ha già raccolto svariati riconoscimenti in Gran Bretagna e rappresenta l’unico dramma tra le uscite della settimana. Emma Thompson è garanzia di qualità: sceglie i film con cura, senza l’ansia di dovere lavorare. In quanti film deludenti vi ricordate di averla vista?
Il triangolo amoroso al centro di “La donna di nessuno” segna il debutto di Vincenzo Marano, già autore di molti corti e fiction televisive, alla regia di un lungometraggio. Lui, lei, l’altro, equivoci, conoscenze davvero fortunate, egoismo. Una storia che ricorda, purtroppo, un po’ una soap e che speriamo tanto se ne differenzi per ciò che concerne il linguaggio.
Altra uscita italiana della settimana è “Tutti intorno a Linda”, film d’esordio delle sorelle Barbara e Monica Sgambellone, fino a ieri apprezzate soprattutto come scenografe. Il loro lavoro è una commedia originale e colorata sulle fobie di un’attrice trentenne, spesso incapace di distinguere la realtà dalla fantasia. Forse siamo dalle parti di Amelie, ma quantomeno sembra qualcosa di diverso. Un po’ di curiosità la solleva.
pubblicato qui: http://film.it/articoli/2009/06/26/le-uscite-del-week-end.7637237.php





Settimana da Festival: film di tutti i tipi e da tutto il mondo: Usa, Italia, Norvegia, Australia e Serbia. Se escludiamo i grandi blockbuster americani come "
Chissà se un giorno si parlerà delle commedie di Kate Hudson dell’ultima decade come tuttora si fa con quelle interpretate da Doris Day tra gli anni ’50 e ’60 e cioè come una serie di film fatti su misura per il pubblico, scontati nel loro sviluppo narrativo, ma comunque gradevoli e scacciapensieri, emblemi di un modo di fare cinema misurato, ma comunque hollywoodiano. Non che il livello sia sempre lo stesso, ci sono pellicole più e meno riuscite, ma sotto un certo livello di intrattenimento non si scende mai. In questa virtuale classifica "My best friend’s girl" risulta sostanzialmente a metà. Più divertente, pieno di battute e articolato (ma non complicato) nel canovaccio, ma allo stesso tempo piuttosto volgare, maschilista e soprattutto incapace di tenere fino alla fine quel filo di cattiveria anticonvenzionale.
L’estate si avvicina ed ecco che escono fuori quei film su cui non si ha avuto il coraggio di rischiare prima, quando la gran quantità dei titoli a disposizione avrebbero soffocato le possibilità di un positivo. Escludendo “Un’estate ai Caraibi”, secondo cinecocomero dei fratelli Vanzina, questo weekend ci regala tre film, per diverse ragioni, piuttosto interessanti (“I love radio rock”, “Martyrs” e “Sacro e profano”) , più il fantasy per famiglie “Moonacre-I segreti della luna” e un nuovo lungometraggio sul celebre personaggio dei cartoni animati Ken il guerriero (“La leggenda di Raoul”).
Muddy Waters, Little Walter, Howlin' Wolf, Chuck Berry, Etta James. E un cameo dei Rolling Stones che nell’unica scena in cui appaiono rendono omaggio a colui che da sempre affermano essere il loro punto di riferimento, Muddy Waters. Ok, non sono gli originali, ma rivederne i primi passi artistici, l’energia e il talento che li contraddistinse all’epoca rendendoli a tutt’oggi immortali, è già di per sé motivo di curiosità. Anche perché "Cadillac Records" ben ricostruisce quel periodo, la "nascita del blues" (e del rock’n’roll) con entusiasmo, ma allo stesso tempo senza tralasciare gli avvenimenti storici e le note più stonate.
Pare che i ritmi e i visi orientali non possano fare presa sul pubblico americano e così ogni buon (ma anche solo passabile) horror realizzato negli ultimi anni tra Hong Kong, Corea e Giappone viene reinterpretato in chiave ketchup e patatine da Hollywood. “
Se in questi giorni l’astronauta Edgar Mitchell, nel 1971 sbarcato sulla Luna con l'Apollo 14, invoca la "massima trasparenza" promessa dal presidente Barack Obama anche su ciò che riguarda gli extraterrestri (che a suo dire esistono, ma che potrebbe dire di diverso una persona nata a Roswell, cittadina del NewMexico ogni anno piena di turisti con tanta voglia di vedere dischi volanti nel cielo), al cinema atterrano due ragazzini venuti dalla galassia Disney. A fargli da babysitter, proteggendoli dai cattivi di turno (le solite agenzie governative che non vogliono mai che la gente sappia), è il roccioso ex wrestler Dwayne Johnson che da quando ha iniziato la sua carriera di attore non vuole più essere chiamato "The rock". Lui è un ombroso tassista dal grigio passato (da "Collateral" il taxista è diventato un lavoro fichissimo) che quando si ritrova nella vettura due agitati pargoli in fuga, dopo qualche resistenza, decide di proteggerli e aiutarli a tornare a casa. Ad aiutarli poi arriverà anche una coraggiosa esperta di alieni.
Cinque nuove uscite per questo penultimo weekend di Maggio. In Italia il rapporto tra temperatura e biglietti venduti è normalmente inversamente proporzionale, ma non c’è nessuna correlazione con il livello qualitativo. Anzi, in questo periodo trovano posto quei film d’autore che hanno bisogno di un po’ più di tempo per assestarsi e magari sfruttare il passaparola, liberi dal soffocamento dei grandi blockbuster.
Partiamo da una negazione. “
“Niente è perfetto come tu lo puoi immaginare” così scriveva Chuck Palahiunk in “
Difficile per qualcuno che "quel mondo" lo conosce proprio da "quella" prospettiva, parlare di un film che prende in giro la sua stessa professione. Parliamo dell’ambiente cinema e del "lavoro" di giornalista di spettacolo, il "mestiere" del protagonista di "Star system: se non ci sei non esisti". Fatte le dovute premesse, e promesso che d’ora in avanti non si utilizzeranno più le virgolette nel resto della recensione se non per introdurre il titolo di un film o un discorso diretto (bisogna farsene una ragione: sì, esistono persone che guadagnano intervistando star, andando al cinema e scrivendo di futilità varie), possiamo iniziare a parlare della commedia ispirata all’omonimo libro autobiografico di Toby Young.
“Yu ora non c'è più e invece Creamy ci sei tu. Se babbo, mamma e Toshio, lo san che Yu sono proprio io” cantava la sigla di “L’ incantevole Creamy” celebre cartone giapponese degli anni ’80 che spopolò anche sulle reti locali italiane portando ogni pomeriggio migliaia di ragazzini davanti al televisore.
Non è vero quel proverbio chi afferma: “Per ogni gatto che ride c'è almeno un topo che prega”. Non al cinema almeno, sennò non si spiegherebbero i tanti topi, topini e ratti che da anni, e sempre con maggiore frequenza, popolano ottimisticamente il grande e il piccolo schermo. Nessun topo è stato mai mangiato, anzi il più delle volte è il gatto o il cacciatore di turno a finire male. Altro che Will E. Coyote e Road Runner: i topi non li prendi mai. L’ultimo erede di Mickey Mouse (che esordì al cinema nel 1928), e cioè del padre non solo di tutti gli animali cinematografici, ma dell’animazione stessa, è Despereaux, protagonista dell’eponimo film di prossima uscita “
Fu uno dei più importanti uomini di spettacolo di inizio ventesimo secolo, l’analogo, se non di più, di un Messi e di un Johnny Depp, ancor oggi motivo di ispirazione tanto che sulla sua figura Michael Chabon ha tratteggiato "L’escapista", il fantastico personaggio del fumetto inventato in "Le avventure di Kavalier e Clasy" (Premio Pulitzer nel 2000): Harry Houdini è uno di quei simboli di cui si legge nei libri di storia. E questo perché oltre alla sua ineguagliata abilità nel fuggire da qualsiasi costrizione fisica, fu anche uno dei primi immigrati (nacque a Budapest) dell’est europeo a diventare ricco e famoso negli States, motivo d’orgoglio di altri poveri ragazzi con le radici oltreoceano che trovarono in lui l’esempio che l’“american dream” fosse reale e alla portata di tutti. Una star quindi dalla vita intensa e ricca di significati che vanno oltre il semplice vivere, eppure "Houdini - l’ultimo mago", secondo film per il cinema (di televisivi ce ne sono stati parecchi) dedicato alla sua figura dopo quello del 1953 con Tony Curtis, prende in esame un aspetto piuttosto intimo del suo percorso: il non aver ascoltato le ultime parole della madre poco prima che lei decedesse.
Il Topolino di Walt Disney ha dato il via al cinema d’animazione per come noi lo consociamo, e per anni è stato quasi impensabile per la concorrenza disegnare altri credibili roditori. A parte Topo Gigio, che è un fenomeno italiano e comunque nasce come pupazzo, e i comunque disneyani Bianca e Bernie, il primo a sfidare Mickey Mouse per il primato di topo più famoso fu nel 1986 Steven Spielberg quando produsse "Fievel sbarca in America" (diretto dal grande Don Bluth). Da lì in poi il monopolio dei cartoni animati con protagonisti questi animaletti tanto ripugnanti in città, quanto spesso addirittura addomesticabili nelle migliori campagne, fu rotto: altre tre avventure di Fievel, un lungometraggio su Tom e Jerry e, andando direttamente agli ultimi anni, l’inglese "Giù per il tubo" e lo straordinario Pixar "Ratatouille".
La separazione da Madonna ha fatto bene a Guy Ritchie. Ok, il film è stato realizzato ben prima dell'ufficialità della divisione, ma sembra difficile dire che la ritrovata verve del regista di "Lock & Stock" e "The snatch" non c'entri nulla con l'allontanamento dalla moglie, anche alla luce del fatto che proprio con lei e per lei, girò il mediocre remake di "Travolti da un insolito destino..." (mentre Revolver non è mai uscito da noi tante sono state negative le critiche oltremanica).
Consci del fatto che, come diceva
All’inizio del 2008 cominciò a girare la voce che
“Lasciami dire, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d'amore” scrisse una volta Ernesto Che Guevara (frase citata in “Scritti, discorsi e diari di guerriglia, 1959-1967”). Amore per la patria, passione per un’ideale, volontà di dare tutto sé stesso in nome di un senso di giustizia che vibra dal cuore al cervello muovendo così, di riflesso, le membra. Si parla di sentimenti, di un coinvolgimento emotivo irrefrenabile, un modo di essere e di pensare che ha fatto del “Che” uno dei simboli del ventesimo secolo e tuttora icona ideologica (e iconografica) per molti. Non fosse stato così, Steven Soderbergh non avrebbe realizzato due film a lui dedicati, di cui il primo, “Che-L’argentino”, vi apprestiamo a dirvi.
Nel 1952 uscì "Bwana Devil", film d’avventura su due feroci leoni mangiatori di uomini nell’Africa orientale. Il generale timore da guerra fredda era ancora lontano dallo stimolare tutto quel filone di fanta-horror che segnarono il cinema statunitense di quegli anni, e per trasmettere paura si decise di provare una nuova via: il 3d. "Bwana devil" fu il primo film ad utilizzare il Natural vision, un sistema che richiedeva due pellicole proiettate una sopra all’altra per suggerire profondità agli spettatori che indossavano dei particolari occhialetti polarizzati.
Se si vogliono portare le famiglie al cinema, staccare tre o quattro biglietti alla volta, il metodo che tutti conoscono ad Hollywood è quello di incentrare una storia su cani o su bambini. Se si mettono entrambi gli ingredienti e si fa un’adeguata campagna promozionale, il successo, se non garantito, è comunque probabile. E’ senza dubbio questo ciò che ha spinto i produttori di “
Per una volta il percorso è inverso: il cinema inventa supereroi, il fumetto li insegue creando un prequel, su carta, dei personaggi. Chi lo avrebbe mai detto, eppure è così per “
Consci del fatto che, come diceva Woody Allen, “Un automobilista pericoloso e' quello che vi sorpassa malgrado tutti i vostri sforzi per impedirglielo”,
Best seller dal successo strepitoso, tanto che Oprah Winfrey gli ha dedicato due puntate del suo seguitissimo programma televisivo, “La verità è che non gli piaci abbastanza” non poteva non diventare film, nonostante il libro fosse un saggio senza personaggi, un insieme di sapienti risposte da “posta del cuore” scritte all’insegna del realismo e della pragmatismo. Sempre alla ricerca di nuovi soggetti, Hollywood non si poteva lasciare sfuggire un fenomeno pop-culturale come questo ed ecco quindi un insieme di storie legate tra loro dalla perfetta frase del titolo, una salace considerazione associabile a tante relazioni di coppia non sbocciate nel più felice degli epiloghi.
Interpol, banche svizzere, traffico d’armi, guerre mediorientali e civili africane, Milano, Berlino, Istanbul, Lussemburgo, Lione, New York. Insomma, non si può certo sostenere che il film di apertura qui al Festival di Berlino, “
Incontriamo Kiefer Sutherland, alias Jack Bauer della serie "24", per qualche domanda, un paio di ore dopo la conferenza stampa di presentazione del film d'animazione "
Così scrive, nelle prime righe, Paul Verlaine nel 1988 in "Ho il furore di amare", poesia dedicata al suo compagno scomparso cinque anni prima, Lucien Létinois. “Non importa chi” ci dice, perché l’amore per alcuni non ha vincolo di sesso, si rivolge alle persone al di là di quella che è la loro sessualità. Il titolo della prima regia di Umberto Carteni, "Diverso da chi?", ribadisce proprio questa considerazione: l’amore non ha limiti né convenzioni. E siccome nella parte migliore della società di oggi, quella che per fortuna non si interroga più sulle scelte private d’amore che taluni operano, ponendosi al di fuori da quella che altri considerano "normalità", anche l’essere omosessuale rischia di diventare una tipologia definita di tipo umano, l’allontanarsi anche da questo stereotipo, come succede al protagonista del film, fa porre la domanda del titolo.
Due nomination agli Oscar, migliore sceneggiatura originale e migliore attrice protagonista (Melissa Leo), per un film costato solo un milione di dollari (meno di tantissimi film italiani). Un vero e proprio caso che dimostra ancora una volta quanto spesso basti avere una bella idea e tanta voglia di fare per sfondare (il bellissimo "Once" ne è l’esempio più recente).
“Il peggior criminale che abbia mai camminato su questa terra è moralmente superiore al giudice che lo condanna alla forca” disse George Orwell. Ed è per questo che un criminale come Jacques Mesrine, autore di delitti di ogni tipo (seppure, per diverse ragioni, nessuno provato in maniera inequivocabile) tra gli anni ’60 e ’70 sia in Francia che in Canada, rimane tuttora una sorta di “icona”, un simbolo di ribellione al sistema continuamente citato da cantanti e scrittori. La sua morte infatti fu una vera e propria esecuzione in mezzo alla strada: nessun processo, nessun altolà e mani in alto, solo tanti spari. La sua libertà metteva in imbarazzo polizia e governo, meglio fermarlo una volta per tutte.