domenica, 28 giugno 2009

Impossibile girarci attorno. L’uscita della settimana, nonché forse dell’intera stagione, è senza dubbio “Transformers- La vendetta del caduto”. Film da bicchieroni di popcorn, chiacchiere (a bassa voce, mi raccomando!) con degli amici, piedi spinti sulla poltroncina davanti e tanta voglia di vedere botte robotiche.
Il nuovo film di
Michael Bay non è stato troppo apprezzato dalla critica internazionale (il primo invece era stato universalmente riconosciuto come il migliore lavoro del regista di Los Angeles), ma promette senza dubbio spettacolo. Qui sul sito trovate la nostra personale classifica delle migliori e peggiori cinque scene girate dall’autore di Armageddon: chissà che al prossimo lavoro (per fortuna è passata l’idea di un remake degli “Uccelli” di Hitchcock) non ci sia da citare anche uno dei tanti spettacolari passaggi di questo sequel. Shia Labeouf, Megan Fox, Tyrese Gibson (che è venuto a Roma a presentare il film, rilasciandoci anche un’intervista) e, soprattutto, Megatron e gli Autobots, ci aspettano per quello che si annuncia essere il campione d’incassi di quest’estate cinematografica.
Per chi ha voglia di qualcos’altro, la scelta non manca. Due thriller americani, “Anamorph” e “Crossing Over” cercheranno di far arrivare quei brividi che, purtroppo, non potranno provenire da un horror. Dopo sei settimane consecutive di nuovi pellicole del terrore, nessuna nuova uscita di genere questo weekend. “
Anamorph” con Willem Dafoe parte dalla solita caccia al topo detective-serial killer per virare nel suo proseguo sul thriller psicologico (ma non povero di sangue e immagini raccapriccianti).
Crossing over” è invece l’ultimo lavoro di un ormai in declino Harrison Ford (che, piuttosto sinceramente, ha ammesso di sentirsi ormai pronto ad abbandonare il cinema), ma che non per questo è da bocciare. A firmare infatti questo thriller socio politico di denuncia (Ford interpreta un  agente dell’Immigration and Customs Enforcement), è quel Wayne Kramer che realizzò il buon “Running”, un film piuttosto sottovalutato, ma ricco di trovate registiche interessanti e dotato di un ritmo eccezionale. Anche se la critica non parla benissimo di “Crossing over” (se ne dice come di una sceneggiatura priva di mordente), noi una chance, basandoci sul regista, al film consigliamo di darla.
Dall’Inghilterra ecco “
Ritorno a Brideshead”, adattamento del romanzo omonimo e in parte autobiografico di Evelyn Waugh, ambientato nell’Inghilterra aristocratica degli anni ’20 e ’30. Fu già una serie televisiva degli anni ’80, questo nuovo riadattamento con Emma Thompson e Matthew Goode ha già raccolto svariati riconoscimenti in Gran Bretagna e rappresenta l’unico dramma tra le uscite della settimana. Emma Thompson è garanzia di qualità: sceglie i film con cura, senza l’ansia di dovere lavorare. In quanti film deludenti vi ricordate di averla vista?
Il triangolo amoroso al centro di “
La donna di nessuno” segna il debutto di Vincenzo Marano, già autore di molti corti e fiction televisive, alla regia di un lungometraggio. Lui, lei, l’altro, equivoci, conoscenze davvero fortunate, egoismo. Una storia che ricorda, purtroppo, un po’ una soap e che speriamo tanto se ne differenzi per ciò che concerne il linguaggio. 
Altra uscita italiana della settimana è “
Tutti intorno a Linda”, film d’esordio delle sorelle Barbara e Monica Sgambellone, fino a ieri apprezzate soprattutto come scenografe. Il loro lavoro è una commedia originale e colorata sulle fobie di un’attrice trentenne, spesso incapace di distinguere la realtà dalla fantasia. Forse siamo dalle parti di Amelie, ma quantomeno sembra qualcosa di diverso. Un po’ di curiosità la solleva.

pubblicato qui: http://film.it/articoli/2009/06/26/le-uscite-del-week-end.7637237.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 09:02
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venerdì, 19 giugno 2009

CoralineSettimana da Festival: film di tutti i tipi e da tutto il mondo: Usa, Italia, Norvegia, Australia e Serbia. Se escludiamo i grandi blockbuster americani come "Terminator", "Harry Potter", "Transformers" e via dicendo, in Italia questo è normalmente un periodo in cui o escono gli scarti di magazzino (normalmente a stelle e strisce), o lavori interessanti, ma di difficile presa sul grande pubblico (per assenza di cast di richiamo, per provenienze da cinematografie non troppo conosciute o per altre, varie, ragioni). Questo venerdì abbiamo invece la fortuna di avere invece due film statunitensi niente male, e una serie di altre pellicole piuttosto interessanti.

L’uscita principale, in termini di qualità, è senza dubbio  “
Coraline e la porta magica”. Il regista, Henry Selick, è lo stesso che diresse (di fatto) quel “Nightmare Before Christmas” che siamo soliti attribuire a Tim Burton (che però curò tutto il resto). Anche stavolta la tecnica utilizzata è quella della plastilina in stop motion e la storia risulta un mix di fantasy , horror e poesia. L’ha scritta quel grande scrittore di Neil Gaiman (dalle cui penna è stato tratto anche “Stardust”) e racconta di una bambina e di uno strano mondo in cui le persone hanno bottoni al posto degli occhi. Riuscirà a fuggirne? (ps: per i fortunati che hanno un cinema adatto vicino casa, la proiezione sarà in 3D).
La seconda uscita da segnarsi, soprattutto se si vuole ridere di gusto (con ritmi americani), è “
Una notte da Leoni”. Ha letteralmente sbancato ai botteghini americani quest’anno. Budget non basso ma di certo non alto, cast non di richiamo: tutti ne parlano come la “sorpresa dell’anno”, ma il regista Todd Phillips è uno che la comicità la conosce bene. Amico di Ben Stiller, Owen Wilson, Vince Vaughn, Will Ferrell & company, con loro ha creato il gruppo non ufficiale di artisti legati dalla stessa idea di comicità, il “Frat Pack”. Tra i suoi lavori precedenti ci sono i divertenti “Old School” e “Road Trip”, buone credenziali insomma.
La ragazza del mio migliore amico” è l’ennesima commedia con Kate Hudson. Si potrebbe catalogarla all’interno di un genere cinematografico vero e proprio, “le commedie di Kate Hudson”, tante sono caratteristiche che le legano, ma qui c’è una componente sessual-maschilista più marcata del solito. Causa ne è la presenza di un attore piuttosto sconosciuto da noi, ma famoso in America per un’ironia ricca di doppi sensi: Dane Cook. Il suo precedente film, “Charlie viene prima di tuo marito” non è stato quel che si definisce un successo (in Italia uscì sotto silenzio nonostante la presenza di Jessica Alba), e quest’altra uscita estiva per lui non lascia presupporre molta fiducia da parte dei distributori nelle sue qualità di intrattenitore. Il film comunque si vede, ha dei momenti divertenti e quando sarà arrivato in dvd rappresenterà una buona opzione per una serata di totale disimpegno.
Dalla Serbia arriva “
Amore e altri crimini”, dramma del già candidato premio Oscar (per il cortometraggio  "(A)torsion") Stefan Arsenijevic . In una sempre fatiscente Belgrado, la storia di una donna e del suo malinconico sogno di fuggire via per trovare un futuro migliore è il pretesto per il regista per “raccontare la transizione da una società di criminali ad una di consumatori”.
La puntuale uscita horror primavera-estate è questa settimana“
Borderland”. Americani in gita in Messico ne passano di tutti i colori con i nativi. Siamo dalle parti dell’ennesima variazione di “Hostel”, stavolta in salsa chili. Se il titolo misto all’ambientazione centroamericana vi ricorda qualcosa è perché anche l’ultimo lavoro di Jennifer Lopez, su dei misteriosi casi di omicidi a Città del Messico e dintorni, si chiamava “Bordertown”. Poveri messicani, sempre periferia, mai centro.
Per l’Italia è la volta di “
Diari” di Attilio Azzola,  “Tre lire-Primo giorno” di Andrea Pellizzer, “Il prossimo tuo” di Anne Riitta Ciccone. Il primo riscosse una buona accoglienza a Cannes 2008 (quando la nostra attenzione era concentrata solo su “Il divo” e “Gomorra”), il secondo è una commedia on the road sulla voglia di ricominciare di quattro infermieri e un arzillo vecchietto, il terzo un dramma poliglotta ad episodi che al Festival di Roma, dove è stato presentato, non ha troppo impressionato e che si avvale delle belle presenze di Diane Fleri e Maya Sansa.
Dall’Australia è la volta di  “
Look Both Ways”, storia piuttosto singolare che ricorda un po’ il Chuck Palahniuk di “Diary” e che ha girato il mondo raccogliendo premi ovunque (è del 2006, da noi arriva in considerevole differita. Sarà colpa del digitale terrestre?). Una ragazza immagina disastri, li dipinge e si avverano. Di certo la trama è curiosa…
Chiudiamo con “Il mondo di Horten”, storia di un anziano ex conducente di treni che scopre quanto l’età siano solo numeri, l’importante è lo spirito. Come già detto altre volte per casi analoghi: poiché è difficile che arrivino fin da noi film norvegesi, quando succede significa che qualcosa di buono, probabilmente, c’è davvero.

pubblicato qui: http://film.it/articoli/2009/06/18/fuochi-d-artificio-di-fine-primavera-le-uscite-della-settimana-da-una-notte-da-leoni-a-coraline-e-la-porta-magica.7445220.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 12:08
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mercoledì, 17 giugno 2009

Chissà se un giorno si parlerà delle commedie di Kate Hudson dell’ultima decade come tuttora si fa con quelle interpretate da Doris Day tra gli anni ’50 e ’60 e cioè come una serie di film fatti su misura per il pubblico, scontati nel loro sviluppo narrativo, ma comunque gradevoli e scacciapensieri, emblemi di un modo di fare cinema misurato, ma comunque hollywoodiano. Non che il livello sia sempre lo stesso, ci sono pellicole più e meno riuscite, ma sotto un certo livello di intrattenimento non si scende mai. In questa virtuale classifica "My best friend’s girl" risulta sostanzialmente a metà. Più divertente, pieno di battute e articolato (ma non complicato) nel canovaccio, ma allo stesso tempo piuttosto volgare, maschilista e soprattutto incapace di tenere fino alla fine quel filo di cattiveria anticonvenzionale.
L’inizio è di quelli che ben promettono: il conto alla rovescia delle cose da non fare ad un primo appuntamento ricorda uno sketch di Gip del tv show "Le Iene", ma sul momento coglie di sorpresa.
Soprattutto non ci si aspetta che il protagonista della storia non sia né la celebre Kate Hudson né il noto Jason Biggs, ma il personaggio "cattivo", quello interpretato dal mezzo sconosciuto (in Italia) Dane Cook: faccia da "bastardodentro", grande sex appeal e voglia di andare fuori dai canoni. Ci vuole un po’ per capire come si muoveranno le fila del racconto, e questa è la parte migliore del film e si tirano fuori parecchi stereotipi sul "come si tratta una donna", ma quantomeno, presi per quel che valgono, strappano il sorriso. Dalle battute sul sesso, alla necessità delle donne di trovasi un bravo ragazzo (e che quindi, davanti al confronto di un vero bad boy, rivalutano i comunque affidabili fidanzati passati): tutto lascia trasparire una sceneggiatura che, seppur non troppo palesemente, strizza l’occhio ad un certo tipo di pubblico maschile, quello che si è recato in sala per far piacere alla ragazza (a vedere l’ennesima commedia romantica con Kate Hudson), ma che spera sempre di trovare più battutacce che romanticismo. Questo "gioco" dura abbastanza (così come l’intero film, più di 100 minuti, parecchio per il genere) e si dilegua purtroppo (ma ce lo si aspetta) nel finale, quando scrupoli di coscienza e immancabile happy end chiudono cavallerescamente il tutto. Succede così che "My best friend’s girl" rischi di non accontentare fino in fondo nessuno, né chi vuole vedere l’ennesima variazione di "American Pie", né chi ha voglia della solita storia d’amore che trionfa nonostante tutto, e così la bravura del protagonista, alcune ottime scenette comiche e alcune interessanti scelte di regia (come l’ingresso nel locale alla Tony Manero) rischiano di finire nel dimenticatoio dei film che in pochi ricordano.

La frase: "E’ il tuo cellulare? Vuoi rispondere al tuo cellulare? O in questo momento sei più interessata a me? Rispondi a quel cellulare! Ah, no, scusa, è il mio cellulare".


pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/mybestfriendsgirl.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 20:26
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sabato, 13 giugno 2009

L’estate si avvicina ed ecco che escono fuori quei film su cui non si ha avuto il coraggio di rischiare prima, quando la gran quantità dei titoli a disposizione avrebbero soffocato le possibilità di un positivo. Escludendo “Un’estate ai Caraibi”, secondo cinecocomero dei fratelli Vanzina, questo weekend ci regala tre film, per diverse ragioni, piuttosto interessanti (“I love radio rock”, “Martyrs” e “Sacro e profano”) , più il fantasy per famiglie “Moonacre-I segreti della luna” e un nuovo lungometraggio sul celebre personaggio dei cartoni animati Ken il guerriero (“La leggenda di Raoul”).

Partiamo quindi dai tre sopra menzionati. Una fantomatica nave a nord della Gran Bretagna trasmette quella musica pop che negli anni ’60 significava ballo e trasgressione. Insomma, nulla che potesse andare bene alle impostate istituzioni anglosassone. Bisogna fermare la barca pirata simbolo di divertimento e di un ’68 agli albori e l’onere cade su un inedito Kenneth Branagh versione bacchettone intransigente. I dj della nave “che rocka” sono interpretati da gente come Philip Seymour Hoffman, Rhys Ifans, Nick Frost e Rhys Draby: il divertimento è garantito, così come il buon ascolto per le vostre orecchie (inutile dire, anche se così facendo lo diciamo, che la colonna sonora è il potente motore del film). Regista e sceneggiatore è quel Richard Curtis già dietro a “Love Actually” e firma di commedie come “Quattro matrimoni e un funerale “ e “Notting Hill”. Insomma, il clima è quello della commedia inglese che diverte nel più totale disimpegno. Riuscendoci grosso modo (anche se la trama latita).
Sul debutto di Madonna alla regia, parliamo quindi di “Sacro e profano”, possiamo giusto riportare la  buona accoglienza ricevuta ai festival di Berlino (2008) e Torino (2007). E’ una commedia e la distribuisce la “Sacher” di Nanni Moretti, il che dovrebbe essere garanzia di una cerrta qualità o motivo di interesse che vada al di là della firma della Ciccone. Chissà che la vicinanza con l’ex marito Guy Ritchie non abbia dato qualche frutto a livello di talento alla superstar…
Martyrs” è semplicemente uno dei migliori horror degli ultimi anni. A Roma, dove è stato presentato durante l’ultimo Festival, ha letteralmente conquistato gli addetti ai lavori diventando la vera sorpresa della manifestazione. Siamo dalle parti del film che non risparmia nulla all’occhio, violento e sadico nel cercare l’empatia con il pubblico, ma la vera qualità è la sceneggiatura piena di svolte narrative. Sembra quasi un gioco di scatole cinesi, i ruoli (vittima e carnefice) cambiano continuamente fino ad un finale mozzafiato (in termini di suspense). Onore ai francesi che lo hanno realizzato.
Passiamo quindi alle altre uscite. “La leggenda di Raoul” segue “La leggenda di Hokuto”, film distribuito sempre dalla Mikada la scorsa estate. Tanti ta-ta-ta-ta-ta-ta-tà, corpi che esplodono dopo aver giocato all’allegro chirurgo e un futuro fatiscente in cui i pettorali dei combattenti sono l’unica cosa pulita. I fan apprezzeranno la possibilità di godersi sul grande schermo il tutto dopo aver passato l’infanzia facendo zapping tra piccole reti locali.
Per le famiglie, o meglio, per i più piccoli che si portano appresso uno o più genitori, c’è “Moonacre -I segreti dell'ultima luna”, fantasy franco-anglo-ungherese che supplirà alle mancate repliche di Fantaghirò alla tv. Principi, regine e amori difficili aspettano al cinema chi ha tanta voglia di fantasia e romanticismo. A detta della Rowling, il libro omonimo ha ispirato moltissimo Harry Potter.Chiudiamo con “ Un’estate ai Caraibi”. I Vanzina sono normalmente più in gamba dell’omologo, un tempo compagno di lavoro, Neri Parenti. Pesa però su di loro la responsabilità la sceneggiatura di un film inguardabile, molto più di quanto si potesse mai immaginare, come “Matrimonio alle Bahamas”. Con “Un’estate ai Caraibi” i due sembrano aver lasciato da parte le battute volgari e, purtroppo, anche quella satira sociale che un tempo li caratterizzava. Quantomeno da questo loro nuovo lavoro escono fuori degli episodi fluidi e innocui come una chiacchierata tra vicini di ombrellone.

pubblicata qui: http://film.it/articoli/2009/06/12/le-uscite-del-week-end.7307306.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 08:46
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venerdì, 29 maggio 2009

Muddy Waters, Little Walter, Howlin' Wolf, Chuck Berry, Etta James. E un cameo dei Rolling Stones che nell’unica scena in cui appaiono rendono omaggio a colui che da sempre affermano essere il loro punto di riferimento, Muddy Waters. Ok, non sono gli originali, ma rivederne i primi passi artistici, l’energia e il talento che li contraddistinse all’epoca rendendoli a tutt’oggi immortali, è già di per sé motivo di curiosità. Anche perché "Cadillac Records" ben ricostruisce quel periodo, la "nascita del blues" (e del rock’n’roll) con entusiasmo, ma allo stesso tempo senza tralasciare gli avvenimenti storici e le note più stonate.
Trait d’union della storia è Leonard Chess (interpretato da Adrien Brody), mitico produttore musicale che fondò assieme al fratello l’omonima etichetta Chess records. Il film scritto e diretto da Darnell Martin parte dalle ambizioni del giovane Leonard per terminare con la sua morte. Le difficoltà iniziali, i primi successi, la difficile gestione della vita privata una volta arrivato il successo, i problemi artistici e quelli di gestione di un gruppo così pieno, giustamente, di prime donne. E poi la droga, sempre presente purtroppo quando si palra di grandi star. Più di ogni altra cosa comunque ad emergere è l’amicizia tra Leonard e Muddy Waters, un rapporto fatto di complicità e ambizione che, come tutti i progetti che puntano in alto, riservò anche delusioni e traumatici litigi.
Confezionando la pellicola con il convenzionale mix di ritmata colonna sonora e fotografia dai caldi colori (tipica per film musical-biografici da "Ray in poi"), Martin racconta una storia non troppo avvincente, ma comunque interessante per la caratterizzazione dei vari personaggi (spiace però notare la totale assenza del fratello di Leonard). Belle le riprese in studio, veri e propri istanti di tensione creativa a cui molto aggiunge il bravissimo cast. Se Adrien Brody e Jeffrey Wright (Muddy Waters) svolgono con mestiere le loro parti, Eamonn Walker è straordinario nel dare fisicità al grande Howlin’Wolf. Ne esce un film che appassionerà gli amanti del "blues" (purtroppo pochi in Italia, ecco la ragione dell’uscita a fine maggio) e, si spera, incuriosirà chi di quel periodo, e di quella musica, conosceva ancora troppo poco.

La frase: "Questa sì che è una registrazione!".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/cadillacrecords.htm


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mercoledì, 27 maggio 2009

Pare che i ritmi e i visi orientali non possano fare presa sul pubblico americano e così ogni buon (ma anche solo passabile) horror realizzato negli ultimi anni tra Hong Kong, Corea e Giappone viene reinterpretato in chiave ketchup e patatine da Hollywood. “The Uninvited”, remake del film del 2003 “Two Sisters”, fa parte di questo vero e proprio sottofilone del genere: il remake horror statunitense di un film orientale. E’ un peccato che un regista come David Lynch non sia preso come punto di riferimento anche quando parla, anziché girare film. Così affermò una volta l’autore di “Velluto Blu”: “L'idea è tutto. Non tradirla e ti dirà tutto ciò che c'è da sapere, sul serio. Basta che continui a impegnarti perché il risultato abbia lo stesso aspetto, la stessa atmosfera, gli stessi suoni e sia preciso identico all'idea. È strano, quando ti allontani dal percorso, in qualche modo lo sai. Capisci che stai facendo qualcosa di sbagliato, perché lo senti”.
Forse è un problema di sensibilità, chi può dirlo. Probabilmente i fratelli
Charles e Thomas Guard (registi di “The Uninvited”) questa sensazione di stare commettendo un errore non l’hanno percepita perché è loro arrivata divisa per due, troppo leggera. Fatto sta che per una bella storia come quella di “Two Sisters”, girata all’epoca in Corea con una pulizia formale e concettuale davvero interessante (la geometria delle immagini si scontrava con la spirale della sceneggiatura, creando un crescendo di tensione) , diventa qui una serie di cliché narrativi e visuali di scarso appeal.
Andiamo alla trama. Un’adolescente ritorna a casa dopo essere stata internata in un ospedale psichiatrico, ricoverata dopo la tragica e misteriosa morte della madre. Nel frattempo le cose in famiglia sono cambiate: il papà sta frequentando un’altra donna (la matrigna più cattiva che si può) che la sorella più grande giustamente non sopporta. I dubbi che dietro l’omicidio della mamma ci sia la nuova fiamma del padre diventa sempre più insistente fino all’arrivo del tragico e “sorprendente” finale.
E’ senza dubbio l’epilogo il piatto forte della pellicola, una conclusione che chi ha già visto l’originale non potrà godersi. A livello di regia, i fratelli Guard si limitano a giocare con le solite apparizioni-sparizioni improvvise, con le visioni che al momento del dunque si rivelano semplici sogni (non ci possono essere scontri prima del finale, meglio svegliare la protagonista) e su quel senso di isolamento che rende ogni abitazione una “casa sulla collina”. Non è comunque tutto male, “
The Uninvited” mantiene una sua fluidità nel racconto e, se si è vergini alla storia, risulta comunque interessante. Tiene poi il cast: la sempre più affermata Elizabeth Banks e la giovane Emily Browning (un viso che davvero “buca”) creano un’alchimia ben funzionale alla ricerca di quella suspense che purtroppo manca in tante altre componenti dell’opera.

pubblicata qui: http://film.it/articoli/2009/05/27/the-uninvited-la-recensione-di-film-it.6965543.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 13:21
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mercoledì, 27 maggio 2009

Se in questi giorni l’astronauta Edgar Mitchell, nel 1971 sbarcato sulla Luna con l'Apollo 14, invoca la "massima trasparenza" promessa dal presidente Barack Obama anche su ciò che riguarda gli extraterrestri (che a suo dire esistono, ma che potrebbe dire di diverso una persona nata a Roswell, cittadina del NewMexico ogni anno piena di turisti con tanta voglia di vedere dischi volanti nel cielo), al cinema atterrano due ragazzini venuti dalla galassia Disney. A fargli da babysitter, proteggendoli dai cattivi di turno (le solite agenzie governative che non vogliono mai che la gente sappia), è il roccioso ex wrestler Dwayne Johnson che da quando ha iniziato la sua carriera di attore non vuole più essere chiamato "The rock". Lui è un ombroso tassista dal grigio passato (da "Collateral" il taxista è diventato un lavoro fichissimo) che quando si ritrova nella vettura due agitati pargoli in fuga, dopo qualche resistenza, decide di proteggerli e aiutarli a tornare a casa. Ad aiutarli poi arriverà anche una coraggiosa esperta di alieni.
Se nell’82 era il verde, ma antropomorfo, "Et" a ripartire, oggi gli extraterrestri hanno i volti di umani. Una deriva da "L’invasione degli ultracorpi" (capolavoro che Don Siegel firmò nel 1956) che in verità è precedente al film di Spielberg. "Corsa a Witch Mountain" è, infatti, remake di "Incredibile viaggio verso l'ignoto", film del 1976 sempre targato Disney. Per soddisfare i ragazzi di oggi, rispetto al film originale, in "Corsa a Witch mountain" è stata aumentata la dose di spettacolarità del film: gli effetti speciali abbondano e i poteri degli alieni sembrano quelli dei sempre più presenti (cinematograficamente parlando) supereroi. Il succo del discorso è l’importanza della famiglia (qui non tradizionale, ma quasi), con papà, mamma e coppia di figli maschio-femmina. Insieme si fa la forza e si supera qualsiasi ostacolo.
Tante le più o meno velate citazioni di film di fantascienza.
Da "Guerre stellarie" a "Matrix" passando per "Incontri ravvicinati del terzo tipo": l’idea stessa di ambientare buona parte del film all’interno di una convention di appassionati di science-fiction quasi obbligava questi rimandi. Poco da dire su regia e interpretazioni: tutto sembra andare avanti con il pilota automatico, dalle battute alle inquadrature. "Corsa a Witch Mountain" risulta così un apprezzabile prodotto per ragazzini al massimo adolescenti ancora a corto di storie avventurose e fantastiche quel tanto che basta ad uscire dal cinema con il sorriso e sognare per qualche settimana di fare l’astronauta. Chi non l’ha mai fatto?

La frase:
- "Tu sai come si pilota questa cosa, giusto?"
- "Come pensi che ci siamo finiti quassù?"
- "Ci siamo caduti dentro, non ti ricordi?"

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/racetowitchmountain.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 13:19
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venerdì, 22 maggio 2009

Cinque nuove uscite per questo penultimo weekend di Maggio. In Italia il rapporto tra temperatura e biglietti venduti è normalmente inversamente proporzionale, ma non c’è nessuna correlazione con il livello qualitativo. Anzi, in questo periodo trovano posto quei film d’autore che hanno bisogno di un po’ più di tempo per assestarsi e magari sfruttare il passaparola, liberi dal soffocamento dei grandi blockbuster.
Le uscite fra giugno e luglio de i nuovi episodi di  “
Harry Potter” e “Transformers “ rappresentano casi a sé. Si tratta di film presentati in contemporanea mondiale in periodi buoni soprattutto  il mercato statunitense per due ragioni: sfruttare economie di scala legate al marketing ed evitare che gli impazienti li vedano in altre lingue grazie ai download illegali.
Ancora non è stato proclamato il vincitore della Palma d’oro e già da Cannes arrivano due dei film più discussi della manifestazione. L’italiano “
Vincere” di Marco Bellocchio e “Antichrist” di Lars Von Trier. Con un mix di fiction, immagini di repertorio, dramma e gelido sguardo spettatore, il regista piacentino racconta la tragica storia della segreta prima moglie di Mussolini, Ida Dalser e di suo figlio Benito Albino.
Una pellicola che il nostro Adriano Ercolani definisce: “un film di impatto visivo ed emotivo inauditi, che abbaglia nella sua forma ed è capace di rapire l’emozione dello spettatore con una sola inquadratura”.
Stesso obiettivo per Lars Von Trier che, in attesa di concludere la trilogia del sogno americano (aperta con “Dogville” e proseguita con “Manderlay”), si è tuffato in quello che molti definiscono un vero e proprio horror. Il nostro inviato a Cannes, Pierpaolo Festa così sintetizza la visione: “ Il regista danese vi apre la sua mente, travolgendovi con la sua messa in scena d'immagini potenti quanto disturbanti.”
Insomma, c’è almeno di che essere curiosi.
Per le famiglie è invece in arrivo “
Notte al museo: la fuga”. Dopo il sofisticato, e per questo avaro di soddisfazioni al box office, “Tropic Thunder”,  Ben Stiller ritorna con il sequel di una commedia che sbancò i botteghini tre anni fa. Il museo che prende vita di notte sembra essere un’idea che stimola la curiosità dei più piccoli (effettivamente gli spunti comici sono potenzialmente infiniti), se poi ci si spruzza sopra un po’ di sano sentimentalismo ecco che in ogni sala si andranno a riempire dalle due alle quattro poltroncine alla volta per ospitare la famiglia che cerca il film “per tutti”.
Per chi invece vuole un po’ di sano cinema verità, lo scioccante “
Taxi to the dark side” è la scelta giusta. Premio oscar come migliore documentario lo scorso anno, quando con lungimiranza Mario Sesti lo volle, prima del riconoscimento, all’interno della sezione extra del Festival di Roma, il film di Alex Gibney vale quanto a suspanse e incidenza forse più di qualsiasi ricostruzione storica e metaforica degli altri film in uscita. Un tassista afgano si trova schiacciato da quel mix di ignoranza e paura (con la prima a generare la seconda e viceversa) che ha avvolto la recentissima politica di difesa americana. L’esito è immaginabile.
Per chi non ha voglia di impegno e allo stesso tempo non si accontenta di “Notte al museo”, “
Role models” può soddisfare certe aspettative. Film disimpegnato quanto i caratteri dei due protagonisti, impegnati a badare ad altrettanti ragazzini dal carattere difficile. Commedia americana che scorre via senza sussulti, regalando qualche sorriso e abbracciato ogni tanto la demenzialità (Seann Scott Williams è garanzia in tal senso).

pubblicato qui: http://film.it/articoli/2009/05/22/le-nuove-uscite-al-cinema.6858454.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 13:02
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giovedì, 21 maggio 2009

Partiamo da una negazione. “Role Models” non è un film di Judd Apatow (che non ne è né regista, né sceneggiatore, né produttore).
Eppure sembra proprio una pellicola alla “Molto incinta”, “Non mi scaricare”, “Strafumati” e via dicendo: i protagonisti sono dei poco più che trentenni scansafatiche, la commedia parte dall’aspetto demenziale per finire su quello sentimentale e gli attori scelti sembrano essere amici anche fuori dal set. Quella di Apatow è infatti ormai un vero e proprio gruppo di lavoro che realizza cinque o sei film l’anno in cui è facile ritrovare gli stessi interpreti, sceneggiatori e registi, spesso a ruoli invertiti. “Role models” ha molti di loro, ma non “papà” Judd Apatow. Poco cambia.
Il gruppo di lavoro è lo stesso di “We hot american summer”, film comico del 2001 mai uscito in Italia. Ecco quindi il regista David Wain e gli attori
Elizabeth Banks e Paul Rudd (qui in veste anche di sceneggiatore). A loro si aggiunge Seann Scott Williams che assieme a Rudd va a formare quella “coppia” di quasi adulti che non hanno ancora messo la testa a posto e che si trovano a dover fare “da modelli” a due ragazzini caratterialmente difficili. L’alternativa è andare in galera e pagare così i reati commessi in un particolare momento di follia.
L’iniziale superficialità con cui i due adempiono al lavoro si scontra ben presto con i problemi reali dei giovani a loro affidati. Inutile dire che la loro relazione diventerà via via più profonda, finendo con l’arricchire tanto i grandi quanto i piccoli. Come al solito, tutto si concluderà con la rivincita “dei nerd” e il dito puntato contro famiglie sempre più assenti.
Trama quindi convenzionale, classico pretesto per creare situazioni comiche e paradossali che qui raggiungono grosso modo l’obiettivo grazie alla solita, ma sempre allegra, demenzialità di Williams e all’ironia più raffinata di Rudd. Soprattutto quest’ultimo risulta avere le battute più interessanti, una serie di dialoghi o semplici battute, più volta inseriti, presi di sana pianta da altri film (da “
Grosso guaio a Chinatown” a “Harry ti presento Sally”), compresa un’autocitazione del già ricordato “We hot american summer”. Il resto dei comprimari fornisce la giusta dose di stranezza e simpatia. La regia di Wain si limita a seguire senza cercare un’autorialità che in questo caso sarebbero fuori luogo. Va bene così. Ne esce un film di onesto intrattenimento, sicuramente non memorabile, ma comunque adatto per novanta minuti di relax, proprio come un film di Judd Apatow.

pubblicata qui: http://film.it/articoli/2009/05/20/role-models.6817116.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 10:31
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giovedì, 14 maggio 2009

“Niente è perfetto come tu lo puoi immaginare” così scriveva Chuck Palahiunk in “Soffocare” libro da cui è tratto l’esordio da regista del finora sceneggiatore e attore Clark Gregg. E di certo tutti gli appassionati lettori dello scrittore di Portland emerso all’attenzione mondiale con la trasposizione su grande schermo del suo romanzo “Fight club” si aspettavano qualcosa di diverso con “Soffocare”.
Non un’altra storia, un altro protagonista ect ect, non parliamo di questo, ma di una rielaborazione più profonda dell’opera di Palahniuk, un film capace di prendere il senso del racconto e riprodurlo in immagini. Cosa che non è, purtroppo.

Gregg infatti si limita a raccontare la storia, comunque originale, del suo protagonista, senza però ragionare sul senso stesso del racconto. Ciò che nel libro sono una serie di pretesti per parlare dell’esigenza, per ognuno, di mettere da parte le sovrastrutture imposte dalla società e ripartire dalle basi dell’umanità (e quindi tanto la terra e le pietre quanto l’amore e il sesso), vengono qui affrontati senza convinzione, semplici pretesti per mandare avanti la narrazione.

Anche “
Fight club” presentava, ma da un altro punto di vista e con un altro linguaggio, gli stessi temi e Fincher era riuscito a farne una personale rielaborazione. Se in Fight club avevamo la fabbrica di saponette, qui si aveva un altrettanto anticonvenzionale luna park del ambientato nel settecento, se lì c’erano due protagonisti che si scoprivano una persona sola, qui abbiamo una coppia di amici borderline che si completano a vicenda (ma nel libro si intuisce solamente, non è un dato di fatto). La tanta carne al fuoco, come l’importante infanzia di Victor Mancini e il suo straordinario e ambiguo rapporto con la madre, viene relegata in dettagli, in flashback simpatici, ma privi di drammaticità. E non si può fare un grande film se non si capisce bene di cosa si vuole parlare…
Bravo come sempre
Sam Rockwell, attore più che mai legato (che sia colpa o virtù) a personaggi mai troppo belli, ma comunque anticonvenzionali e quindi affascinanti.

La sensazione finale risulta essere la stessa provata quando uscì la versione cinematografica di “
Guida galattica per autostoppisti”, romanzo cult di Douglas Adams: si percepisce che ci sono tante idee narrative mai viste prima e si intravede uno stile scanzonato alla radice, eco di una voce fuori dal coro, ma le mani del regista che ha preso in mano il tutto sono troppo fragili per modellare il materiale e farne qualcosa che non sia un semplice derivato.

pubblicata qui: http://www.film.it/articoli/2009/05/12/soffocare-la-nostra-recensione.6646399.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 14:45
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mercoledì, 06 maggio 2009

Difficile per qualcuno che "quel mondo" lo conosce proprio da "quella" prospettiva, parlare di un film che prende in giro la sua stessa professione. Parliamo dell’ambiente cinema e del "lavoro" di giornalista di spettacolo, il "mestiere" del protagonista di "Star system: se non ci sei non esisti". Fatte le dovute premesse, e promesso che d’ora in avanti non si utilizzeranno più le virgolette nel resto della recensione se non per introdurre il titolo di un film o un discorso diretto (bisogna farsene una ragione: sì, esistono persone che guadagnano intervistando star, andando al cinema e scrivendo di futilità varie), possiamo iniziare a parlare della commedia ispirata all’omonimo libro autobiografico di Toby Young.

Il titolo originale sarebbe, tradotto, "Come perdere amici e alienare gente", e questo perché il protagonista della storia è un uomo incapace di stare al mondo, lontano da qualsiasi insegnamento di bon ton, troppo ingenuamente diretto e irritante per adattarsi all’ipocrita e luccicante star system, un Clouseau ancor più pieno di ego e altrettanto maldestro. Uno da cui si sta alla larga insomma, ma anche, e soprattutto, un bel personaggio comico in cui Simon Pegg (per la prima volta protagonista senza il fidato amico regista Edgar Wright con cui aveva realizzato due cult come "L’alba dei morti dementi" e "Hot fuzz") si cala alla perfezione. Tante le risate fatte di comicità fisica, equivoci, paradossi (e battute volgari, poche ma ci sono).
Il canovaccio è più che mai banale, sia l’aspetto professionale che quello sentimentale seguono i classici binari dell’happy ending su tutta la linea (ma con crisi che sembrano compromettere tutto a tre quarti dalla fine), ma l’idea di legare il film, con una serie di rimandi più o meno espliciti, a "La dolce vita" è un bell’occhiolino rivolto al cinefilo di turno. Anche qui, dopotutto, abbiamo un giornalista che, a contatto con il sempre anelato dorato mondo dello spettacolo, ci si ingozza fino a pentirsene. Allo stesso modo sono simpatici, e ben celati, i rimandi a "Il grande Lebowski". Non solo nel cast appare Jeff Bridges (a cui scappa anche un "I’m not the Dude"), ma lo stesso protagonista ricorda un poco la personalità (tutto sembra scivolargli addosso come se non stesse accadendo realmente) del celebre personaggio inventato dai Coen.
Il risultato di tutto è un film gradevole, stupidotto, ma comunque simpatico, volutamente meno impegnato di quanto gli autori lasciano percepire essere capaci di fare se solo volessero. E’ chiaro che non è realmente così la vita di chi scrive di star e starlette, va alle feste e si ingozza ai buffet, ma l’approccio al racconto è tanto demenziale, quanto non offensivo.
Ps per i curiosi che masticano un po’ di inglese: fatevi qualche ricerca su google a proposito di Toby Young. Cercare di capire come un tipo come lui sia arrivato a scrivere per il Times e Vanity fair, vale qualche minuto di lettura.

La frase: "Tu pensavi che Brad Pitt fosse una caverna nello Yorkshire!".
pubblicata qui:
http://filmup.leonardo.it/howtolosefriends.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 14:06
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giovedì, 30 aprile 2009

Yu ora non c'è più e invece Creamy ci sei tu. Se babbo, mamma e Toshio, lo san che Yu sono proprio io” cantava la sigla di “L’ incantevole Creamy” celebre cartone giapponese degli anni ’80 che spopolò anche sulle reti locali italiane portando ogni pomeriggio migliaia di ragazzini davanti al televisore.
Lo stesso tipo di pubblico che forse oggi segue le avventure di “Hannah Montana”, famosa sit-com americana dal target di audience preadolescenziale ora approdata al cinema e che ricalca, grosso modo, le avventure della protagonista del cartone succitato. Chissà, probabilmente la piccola star
Miley Cyrus
, l’attrice che interpreta “Hanna Montana” neanche sa dell’esistenza di “L’incantevole Creamy”, ma qualcuno tra gli autori del suo programma senza dubbio sì. Creamy Mami è il nome d’arte scelto da una ragazzina nipponica (Yu) per la sua carriera di cantante con milioni di fan al seguito. Nessuno sa della sua doppia identità. Stessa cosa accade per Hannah Montana, pseudonimo scelto da Miley Stewart, giovanissima studente americana che quasi ogni sera si esibisce davanti al suo fedele pubblico. Anche in questo caso, il segreto delle due vite è la leva narrativa del racconto.
Plagio? Si potrebbe dire probabile. Certo è che la Disney -  seppur abbia perduto il monopolio del mercato del cinema d’animazione, ormai sempre più aperto e vario - ha trovato nelle serie televisive trasmesse da Disney Channel un punto di partenza straordinario per attivare un merchandising che non sembra avere confini. I ritmi e l’approccio sono più che mai quello di una fabbrica. Poco spazio all’improvvisazione, tutto sembra sempre seguire un percorso preciso e vincente. E se le storie non sono originali, non è questo il problema. Il pubblico, che oggi ha dagli otto ai quattordici anni, non era neanche nato ai tempi di “L’incantevole Creamy”.
Elemento fondamentale per la creazione di un prodotto di successo è la scelta dell’attrice (o, in alcuni sparuti casi, degli attori). Deve essere carina, ma non appariscente. Visino pulito, ma comunque sbarazzino. Apparenza da brava ragazza, tanto almeno da potersi mettere con il più bello della scuola senza che nessuno storca il naso, ma allo stesso tempo lo deve superare in personalità. E poi c’è quel quid che la rende diversa da tutte le altre: può essere una spiccata simpatia, un’arguta intelligenza, o più probabilmente, un particolare talento.
Le ultime star uscite dalla fabbrica Disney lasciano chiaramente intendere che ora la qualità imprescindibile per un’aspirante piccola star sia il saper cantare. La Miley Cyrus di “
Hannah Montana”, la Vanessa Hudgens dei tre “High School Musical”, la Adrienne Bailon di “Le Cheetah girls” così come i tre fratelli Jonas (con all’attivo il film “Camp Rock”) hanno tutti inciso almeno un album (vendutissimo). I film o le serie che li vedono protagonisti diventano così una vetrina per poi realizzare tour di concerti da tutto esaurito, firmare linee giovanili di moda, lanciare trend di costume sempre molto mirati e, di riflesso, seguiti da tanti ragazzini. Agli occhi de genitori dei baby spettatori non c’è nulla di male: il cavallo di troia spinto negli occhi dei loro figli rappresenta modelli positivi, giovani che vanno bene a scuola, vogliono bene alla famiglia e che, invece di passare ore davanti ad un computer, preferiscono giocare con gli amici o cantare. Se proprio ogni generazione deve avere i propri idoli, perché scartare questi ragazzini perfetti dalle camerette dei propri pargoli?
Il discorso cambia se le attrici in questione cominciano ad uscire dall’immagine costruita attorno a loro. Lo scorso anno
Vanessa Hudgens, anno 1989, rischiò di vedere troncato il contratto con la Diseny a causa di foto osé che la ritraevano in atteggiamenti ambigui con delle sue amiche. Poco dopo fu la volta della più grande (classe 1983) Adrienne Bailon, che ebbe la sfortuna di essere derubata del Pc all’aeroporto. Dentro, e subito messe online, i ladri trovarono scatti più che mai provocanti che fecero il giro del mondo. Persino Miley Cyrus ha dovuto subire l’ammonimento della casa di Topolino per essere stata modella della celebre fotografa Anne Leibovitz che ha avuto l’ardire di ritrarla con una spallina scoperta. Certo è che per tutte queste ragazze la vita sembra un po’ diversa da quella dei loro personaggi. E, se si dovesse vedere chi le ha precedute, viene un po’ da preoccuparsi. “Fabbricate” con lo stesso stampino in passato ci furono Britney Spears e Lindsay Lohan, due delle ragazze più paparazzate dagli obiettivi delle fotocamere segnaletiche.

pubblicato qui: http://film.it/articoli/2009/04/30/hannah-montana-con-miley-cyrus-regia-di-peter-chelsom.6384346.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 14:17
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sabato, 25 aprile 2009

Non è vero quel proverbio chi afferma: “Per ogni gatto che ride c'è almeno un topo che prega”. Non al cinema almeno, sennò non si spiegherebbero i tanti topi, topini e ratti che da anni, e sempre con maggiore frequenza, popolano ottimisticamente il grande e il piccolo schermo. Nessun topo è stato mai mangiato, anzi il più delle volte è il gatto o il cacciatore di turno a finire male. Altro che Will E. Coyote e Road Runner: i topi non li prendi mai. L’ultimo erede di Mickey Mouse (che esordì al cinema nel 1928), e cioè del padre non solo di tutti gli animali cinematografici, ma dell’animazione stessa, è Despereaux, protagonista dell’eponimo film di prossima uscita “Le avventure del topino Despereaux” (Universal, dal 24 aprile nei cinema).
Frutto della fantasia della scrittrice Kate Di Camillo, che nel 2003 scalò le classifiche americane dei libri più venduti, “
Despereaux” si differenzia sensibilmente dalle vite dei tanti suoi celebri avi roditori. Vive infatti un’avventura fantasy, completamente ambientata in un alto palazzo reale dove ogni piano rappresenta metaforicamente uno stato di conoscenza, un mondo da superare. Alla favola così si accompagna una riflessione quasi filosofica, un gioco in cui ogni personaggio vive profondamente il proprio rapporto con l’ambiente e attraverso questo si identifica. Come “Ratatouille” ancora una volta un topo diventa simbolo di coraggio: sarà per il suo essere piccolo (e quindi facilmente percepibile come facile vittima), sarà per la facilità degli animatori nell’antropomorfizzarlo, sarà perché ormai è tradizione, ma non c’è spettatore che non si sia mai identificato con un topo guardando la sua intraprendenza e determinazione nel superare i propri limiti.
Noi italiani avremo pure i nostri Topo Gigio e Geronimo Stilton, ma non c’è dubbio che il primato iconografico del topo sia americano. Se già il passato ci aveva regalato personaggi come Topolino, Minnie, Speedy Gonzales, il Tom di “Tom e Jerry”, Bianca e Bernie e il fido Timothy amico di “
Dumbo” (e tanti altri), dal 1986 e cioè dall’anno del primo dei tre episodi di Fievel (“Fievel sbarca in America”) in qualsiasi scuola per animatori è diventato un must il disegno di un topo. Non c’è più nessun timore di rielaborare a modo proprio un animale già famoso sotto tante vesti, nessun paura del confronto (anzi Steven Spielberg, che produsse Fievel, scelse un protagonista “topo” proprio per dimostrare alla Disney di volerle contrastare all’allora monopolio nel genere).
Nel 1997
Gore Verbinski (poi regista della saga di “I Pirati dei Caraibi”) diresse “Un topolino sotto sfratto”, simpatica commedia con Nathan Lane che segnò l’esordio come protagonista di un topo in un film live action. Poco dopo, siamo al 1999, M.Night Shyamalan (che proprio in quei mesi si stava godendo il successo di “Il sesto senso” ), firmò in veste di sceneggiatore il primo episodio di “Stuart Little, un topolino in gamba” (regia di Rob Minkoff). Seguirono altri due capitoli, non altrettanto avvincenti, ma comunque apprezzati (almeno in termini di incassi), “Stuart Little 2” e “Stuart Little 3, un topolino nella foresta”. Anche allora la fonte proveniva da un libro, quello omonimo di E.B. White scritto nel lontano 1945.
Originali invece le ispirazioni del capolavoro della Disney/Pixar, “
Ratatouille” (premio Oscar 2008) e del non troppo fortunato “Giù per il tubo” (2006) dagli autori di “Wallace and Gromit" (gli incassi non eccezionali frenarono la partnership tra lo studio di animatori inglesi, la Aardman e la Dreamworks di Jeffrey Katzenberg). Casi opposti in termini di box office, ma comunque accumunati dalla volontà di smitizzare quel luogo comune metropolitano che vuole il topo simbolo di sporcizia e degrado. Certo, dopo film del genere non ci si aspetta che i genitori acconsentano all’adozione domestica di un topo (a meno che non sia di campagna e che sia una campagna molto pulita), ma chissà che un giorno Topolino & Company non diventino la bandiera di un movimento anti utilizzo dei topi come cavie di laboratorio.

pubblicato qui: http://film.it/articoli/2009/04/21/le-avventure-del-topino-despereaux-80-anni-di-topi-al-cinema.6190064.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 12:05
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giovedì, 23 aprile 2009

Fu uno dei più importanti uomini di spettacolo di inizio ventesimo secolo, l’analogo, se non di più, di un Messi e di un Johnny Depp, ancor oggi motivo di ispirazione tanto che sulla sua figura Michael Chabon ha tratteggiato "L’escapista", il fantastico personaggio del fumetto inventato in "Le avventure di Kavalier e Clasy" (Premio Pulitzer nel 2000): Harry Houdini è uno di quei simboli di cui si legge nei libri di storia. E questo perché oltre alla sua ineguagliata abilità nel fuggire da qualsiasi costrizione fisica, fu anche uno dei primi immigrati (nacque a Budapest) dell’est europeo a diventare ricco e famoso negli States, motivo d’orgoglio di altri poveri ragazzi con le radici oltreoceano che trovarono in lui l’esempio che l’“american dream” fosse reale e alla portata di tutti. Una star quindi dalla vita intensa e ricca di significati che vanno oltre il semplice vivere, eppure "Houdini - l’ultimo mago", secondo film per il cinema (di televisivi ce ne sono stati parecchi) dedicato alla sua figura dopo quello del 1953 con Tony Curtis, prende in esame un aspetto piuttosto intimo del suo percorso: il non aver ascoltato le ultime parole della madre poco prima che lei decedesse.

Un’ossessione che lo spinse a chiedere i consulti di medium et similia per poi rendersi conto dell’inutilità della cosa, tanto da essersi messo al fianco della polizia per mascherare le tante truffe dei Do Nascimento dell’epoca. Ecco quindi che l’incontro con una donna e sua figlia, entrambe dotate di presunti poteri paranormali, diventa per lui l’occasione per riprendere possesso della sua vita, dei suoi piaceri, delle sue emozioni, dell’amore...
Seppur si parli di un personaggio fuori dall’ordinario, punto di partenza per qualsiasi effetto speciale e spettacolarità, il film dell’australiana Gillian Armstrong decide di dedicarsi più all’aspetto personale della sua storia: c’è qualche scena intrisa di suspanse (o almeno intenta ad esserlo), ma sembra quasi un atto di dovere visto che si parla di Houdini. Allo stesso tempo la vicenda intima del protagonista segue uno sviluppo narrativo piuttosto convenzionale, standardizzata in quel mix tra dramma personale e amore impossibile (alla "Moulin Rouge") che si è soliti vedere in film da cassetta realizzati con il misurino delle dosi. La sensazione finale è che si sia proposta la storia di un personaggio pensando che fosse il personaggio stesso a dover suscitare emozioni e significati. Uno scambio di ruoli, tra narratore e soggetto, che finisce con il fare di "Houdini – l’ultimo mago" un film anonimo.

La frase: "Possa Dio aver pietà della mia umile anima".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/houdinilultimomago.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 21:49
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martedì, 21 aprile 2009

Il Topolino di Walt Disney ha dato il via al cinema d’animazione per come noi lo consociamo, e per anni è stato quasi impensabile per la concorrenza disegnare altri credibili roditori. A parte Topo Gigio, che è un fenomeno italiano e comunque nasce come pupazzo, e i comunque disneyani Bianca e Bernie, il primo a sfidare Mickey Mouse per il primato di topo più famoso fu nel 1986 Steven Spielberg quando produsse "Fievel sbarca in America" (diretto dal grande Don Bluth). Da lì in poi il monopolio dei cartoni animati con protagonisti questi animaletti tanto ripugnanti in città, quanto spesso addirittura addomesticabili nelle migliori campagne, fu rotto: altre tre avventure di Fievel, un lungometraggio su Tom e Jerry e, andando direttamente agli ultimi anni, l’inglese "Giù per il tubo" e lo straordinario Pixar "Ratatouille".
Despereaux e le sue avventure, tratte dal libro best seller di Kate Di Camillo (pubblicato nel 2003) sono gli ultimi arrivati in tal senso, e intelligentemente cercano una propria strada narrativa lontana dai suoi predecessori. Sì, l’inizio in cucina ricorda tanto "Ratatouille", ma confrontando le date (libro-film Pixar) sembra quasi una casualità. L’ambientazione fantasy medievale, i continui riferimenti iconografici non solo alle illustrazioni cavalleresche di quell’epoca, ma anche a luoghi carichi di atmosfere (come la Grand place di Bruxelles, ma anche le figure di Botero, e "I viaggi di Gulliver"), ne fanno prima di tutto un film curato e interessante dal punto di vista estetico. Gli stessi topi che popolano il racconto, tutti diversi e ben "antropomorfizzati", riescono già dalla fisionomia, o da piccoli dettagli del muso, a far percepire il proprio carattere. Tanti accorgimenti che fanno di "Le avventure del Topino Desperaux" un film curato e affascinante, su cui si inserisce una storia matura: favola, ma non avara di momenti e personaggi ambigui e violenti, alla fratelli Grimm per intenderci (o da primo Walt Disney). Dalla serva abbandonata dal papà al gatto, non mancano i momenti di tensione, ma ciò non toglie che il pubblico più giovane non possa apprezzare, e capire (forte è il concetto di avventura e scoperta di sé stessi, dei propri limiti), la pellicola, così come faranno i più grandi.

La frase: "Un ratto è un ratto, non importa da dove viene".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/leavventuredeltopinodesperaux.htm



martedì, 21 aprile 2009

La separazione da Madonna ha fatto bene a Guy Ritchie. Ok, il film è stato realizzato ben prima dell'ufficialità della divisione, ma sembra difficile dire che la ritrovata verve del regista di "Lock & Stock" e "The snatch" non c'entri nulla con l'allontanamento dalla moglie, anche alla luce del fatto che proprio con lei e per lei, girò il mediocre remake di "Travolti da un insolito destino..." (mentre Revolver non è mai uscito da noi tante sono state negative le critiche oltremanica).
Insomma, Guy Ritchie è tornato e con lui i suoi sgangherati delinquenti inglesi, malavitosi di bassa tacca con battute fulminanti e avventure paradossali, personaggi sempre vittime di equivoci e furbate, artefici e vittime di destini legati dal comune denominatore di fregare il prossimo.
All'inizio, per presentarci tutti i personaggi della vicenda, è un'esterna (ma poi scopriremo interna) voce fuori campo: chi sono, che debiti hanno e verso chi, cosa gli serve e dove lo andranno a cercare. Un espediente che se da una parte semplifica la comprensione della vicenda, dall'altra sembra invadente, troppo didascalica nel suo voler spiegare tutto. Si parte col freno a mano tirato, ma è solo questione di minuti. A poco a poco l'occhio e la penna di Ritiche si fanno sempre più sicuri, le atmosfere della Londra dei sottoboschi così come quei dialoghi ficcanti tipici del miglior humour britannico si fanno sempre più incessanti.
L'inseguimento con i due russi highlander e il montaggio incrociato concerto/scazzottata fuori la discoteca e il sesso fatto di istanti sono scene che rimangono negli occhi per originalità e ritmo, ma tutto il film è costruito di piccole chicche (così come del resto lo era The snatch) degne delle più riuscite black comedy.
Lo stile di Guy Ritchie è ormai riconoscibile, forse non va avanti, ma di certo non delude chi lo conosce e sa cosa aspettarsi da un suo film. Rocknrolla ha tutto per diventare l'ennesimo cult della sua filmografia.

La frase: "Io sono morto Pete. Alla gente morta non piace la compagnia!".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/rocknrolla.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 19:46
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domenica, 19 aprile 2009

Consci del fatto che, come diceva Woody Allen, “Un automobilista pericoloso e' quello che vi sorpassa malgrado tutti i vostri sforzi per impedirglielo”, Paul Walker e Vin Diesel ritornano assieme nel quarto episodio della saga tutta macchine truccate e inseguimenti spinti al limite. Dopo il successo del primo episodio, il biondo occhi azzurri aveva presenziato all’immancabile sequel, mentre il calvo muscoloso aveva fatto una piccola apparizione invece nel terzo capitolo, l’esotico “Tokyo Drift”. Ecco quindi la ragione del sottotitolo, “Solo parti originali”: stavolta giocano i titolari. A dirigere c’è il taiwanese Justin Lin, già regista del precedente, e già citato terzo capitolo della serie.

L’uscita nel 2001 di “
The Fast & the Furious” fu un vero e proprio evento sia da un punto di vista cinematografico che sociale. Per mesi si discusse, tanto negli States quanto in Italia, e presumiamo anche nel resto dell’Europa occidentale, sull’opportunità o meno di proiettare il film. Sembrava che molti degli incidenti stradali verificatisi in quel periodo fossero da collegare ad improvvisate corse in auto decise da incoscienti appena usciti dai cinema, gasati dalle prodezze al volante dei protagonisti. Il fenomeno delle gare clandestine divenne non solo di dominio pubblico, ma anche di attrazione, autoalimentandosi della popolarità acquisita. Inoltre, come “Point Break” aveva quasi nobilitato i surfisti che rapinavano le banche per poter vivere in pace le proprie onde, “The Fast & the Furious” quasi giustificava i suoi protagonisti: delinquenti, ma eroi, campioni, fuoriclasse della guida, numeri uno e quindi idoli.

Da un punto di vista cinematografico, assieme al poco successivo “
XXX” sempre diretto da Rob Cohen e con Vin Diesel protagonista, venne lanciato un modo di fare cinema d’azione fracassone come quello degli anni ’80, ma imperniato di un cinismo e una spacconeria quasi mai visti prima. Tanto del cinema americano d’intrattenimento di oggi nasce con quei due film. Da allora ad oggi, logicamente, si è spinto sempre più il pedale dell’acceleratore, Luc Besson con la sua casa di produzione francese concentrata completamente sull’ action ha cominciato a sfornare una o più pellicole l’anno su quella falsariga: personaggi sempre più avari di emozioni e ben fermi sui propri obiettivi (normalmente o vendetta o giustizia) e acrobazie varie con musica ad alto volume, e sono sempre stati successi.

Succede così che per stupire ancora una volta il proprio pubblico, “
Fast and Furious - Solo parti originali” avesse l’obbligo di fare quanto non si è mai visto prima. Scene ancora più mozzafiato, inseguimenti ancora più arditi e sorpassi più impossibili. Il risultato, se ci si limita all’azione, è piuttosto riuscito: il prologo è eccezionale per suspense e inventiva così come la gara cittadina (che, per regia, deve molto ai videogiochi), mentre il piatto forte, la corsa nel tunnel sotto la montagna, riesce ad essere chiara e allo stesso tempo ricca di thrilling grazie al buon montaggio e fotografia (ma nel complesso, il “Death Race” del 2008 è più spettacolare). Il resto del film, e cioè l’incontro/scontro/alleanza dei due protagonisti, l’amore rinato, la vendetta ect ect, sono raccordi narrativi privi di qualsiasi valore, spesso ridicoli per recitazione e scelta della colonna sonora d’accompagnamento, ma non è certo questo ciò che conta, non si può pretendere tutto. Dopotutto, ricordatevi: se dopo i 140 Km orari la vostra auto balla, spegnete la radio.
pubblicata qui: .http://film.it/articoli/2009/03/25/fast-furious-4.5614195.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 15:42
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giovedì, 16 aprile 2009

All’inizio del 2008 cominciò a girare la voce che Francis Lawrence, già regista di “Constantine” e "Io sono leggenda”, volesse trasporre sul grande schermo “Survivor”, quarto romanzo di Chuck Palahniuk. Lo disse lo stesso Lawrence in un’intervista durante il tour promozionale del film con Will Smith: “Sto lavorando alla sceneggiatura”. Di quell’idea non se ne sa più nulla, ora Lawrence è impegnato in un altro progetto (il primo episodio della trilogia fantasy di “Eddie Dickens”, dai romanzi di Philip Ardagh) e sembra difficile che a breve possa dare corpo a quanto affermato pochi mesi fa.

Nulla di nuovo per Palahniuk. Quello che è considerato uno dei più importanti esponenti della letteratura contemporanea americana ha già vissuto, e parecchie volte, annunci poi rivelatisi illusioni. Dal successo di “
Fight Club”(1994), l’opera che ha dato il via alla sua popolarità, per ogni suo film si è parlato di una trasposizione cinematografica. L’unico progetto a realizzarsi concretamente però, dopo ben quattro anni, è Soffocare” (Choke) di Clark Gregg, in uscita in Italia il prossimo 13 Maggio (20th Century Fox). Troppo difficile forse rendere con altrettanta incisività le taglienti parole dello scrittore di Portland, ciò che lo hanno reso un autore cult in tutto il mondo, troppo alti i budget da mettere in preventivo per storie che poche volte si fanno mancare viaggi, sparatorie, gran numero di comparse e esterni a non finire.

E’ vero: ogni grande scrittore deve mettere assieme due qualità per essere tale: eccellenti contenuti e stile di scrittura magnetico. In Palahniuk l’uno è indissolubile all’altro, gli stessi pensieri espressi con un altro linguaggio non avrebbero la stessa forza. Non a caso la versione sul grande schermo di “Fight Club” è un’opera validissima perché a realizzarla è stato uno dei migliori registi contemporanei,
David Fincher. L’espediente del libro del “non scrivere mai  il nome della voce narrante” (l’”Io” che nel film divenne Edward Norton),  per non rivelare la mimesi dei due protagonisti, fu tramutata al cinema in soluzioni visive astute e d’avanguardia, sempre in bilico tra sogno e delirio. Fincher non ricalcò Palahniuk, non si limitò al suo racconto sperando che questo da solo, ma privato delle parole, potesse affascinare, ma lo rielaborò a proprio modo facendone un’altra opera di altrettanto valore.

Un approccio al lavoro che Clark Gregg, con “Soffocare” non è riuscito a riproporre. E dire che forse “Soffocare” è il romanzo più lineare di Palahniuk, il meno pulp, assente da molti dei trip mentali soliti per i personaggi dello scrittore, il più “romantico” nella sua descrizione dell’animo del suo protagonista, un loser che si rende conto che nonostante voglia sembrare un egoista, è un catalizzatore di buoni sentimenti. Si poteva osare di più senza alcun timore di tradire la base originale, ma Gregg (comunque al suo esordio da regista, e quindi non senza scusanti)  sembra volersi limitare a riportare su schermo le cose come appaiono, senza incidere, rinunciando a scavare nel significato e nelle ambiguità dei vari rapporti interpersonali tra i personaggi (dalla strana amicizia tra Victor e Danny, forse due proiezioni della stessa persona, ai significati impliciti delle riunioni dei sex addict e tanto altro).

L’elemento caratterizzante della voce di Palahniuk è l’assenza di ipocrisia, l’incessante ricerca di mostrare e dimostrare quanto i limiti e le convenzioni dell’uomo di oggi siano semplici illusioni, comodi modi di pensare dentro ai quali adagiare la nostra mente, senza alcuno sforzo di analisi. Ecco la ragione per cui ritornano continuamente i temi del sesso e della morte: non sono strumenti per rendere pulp il racconto, ma emblemi  della natura animale dell’uomo, i suoi veri confini.  Difficile forse, per il politically correct di Hollywood, investire tanti soldi nella storia di un dirottatore di aerei (“Survivor”), in quella di una malata mentale che rimane tale ( “Diary”) o di una topmodel che sputa sul concetto di bellezza (“Invisible Monsters”), neanche immaginabile l’idea che si possano trarre dei lungometraggi dalle storie no limits di “Cavie” o dall’orgia infinita di “Gang Bang”, il suo ultimo romanzo.

Per Palahniuk non sarà certo un problema, i suoi fan continuano a seguirlo (spiace però rimarcare come da “Ninna Nanna” in poi, lo scrittore sembra aver perso il “tocco”), anche se, come ha scritto nella raccolta di articoli e pensieri “La scimmia pensa, la scimmia fa”, quei giorni sul set con
Brad Pitt e Edward Norton furono, forse a tutt’oggi, tra i più belli della sua vita. Magia del cinema.

se vuoi vedere l'impaginazione dell'articolo e  le immagini correlate, vai qui: http://www.film.it/articoli/2009/04/15/le-storie-di-chuck-palahniuk-al-cinema-dopo-fight-club-arriva-soffocare-.6061512.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 11:47
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giovedì, 09 aprile 2009

“Lasciami dire, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d'amore” scrisse una volta Ernesto Che Guevara (frase citata in “Scritti, discorsi e diari di guerriglia, 1959-1967”). Amore per la patria, passione per un’ideale, volontà di dare tutto sé stesso in nome di un senso di giustizia che vibra dal cuore al cervello muovendo così, di riflesso, le membra. Si parla di sentimenti, di un coinvolgimento emotivo irrefrenabile, un modo di essere e di pensare che ha fatto del “Che” uno dei simboli del ventesimo secolo e tuttora icona ideologica (e iconografica) per molti. Non fosse stato così, Steven Soderbergh non avrebbe realizzato due film a lui dedicati, di cui il primo, “Che-L’argentino”, vi apprestiamo a dirvi.
Tanto è affascinante il personaggio, capace di suscitare impegno e libertà delle menti di chi lo cita, tanto Soderbergh, al contrario, ne fa un uomo freddo, calcolatore, stratega non tanto di movimenti di truppe, quanto di soluzioni politiche e organizzative. Non che non sia stato così, ma le tante scenette simboliche, tese a rimarcare il suo altissimo senso dell’etica, lo rendono un uomo distante, di scarso fascino, tesoro di parole e comportamenti giusti, ma muto verso i cuori. Non aiuta la scelta di un montaggio alternato, vari spezzoni della sua vita sovrapposti che partono dai primi discorsi con Raul Castro per arrivare alle orazioni all’Onu del 1964, passando (ed è la parte principale), per la presa del potere a Cuba. E’ innegabile che la scelta di dividere in due tronconi cinematografici la sua vita imponesse una trovata narrativa particolare per non apparire banale (o uno sceneggiato agiografico da Rai fiction), ma la composizione del puzzle non sembra seguire un ispirato percorso concettuale. Giusto il finale, con la chiacchierata prerivoluzionaria che darà il via al coinvolgimento del Che nella storia di Cuba, spiega il senso stesso della sua vita e una chiave di lettura a tutto il film, seppur attraverso con un dialogo piuttosto abbozzato e superficiale. I tanti minuti ripresi da Soderbergh finiscono così ben presto con l’annoiare: seppur tante immagini sembrino perfette per una mostra fotografica, curate e affascinanti per composizione, ciò che cercano di trasmettere (l’epicità della storia) si perde ad un centimetro dallo schermo. Persino i pochi momenti di azione vengono spessi sottratti della propria tensione dal montaggio sonoro della voce fuori campo del Che, quasi che li si volesse svuotare della propria intrinseca violenza, non appropriata data la “santità” del personaggio (o forse per non disturbare, con il rumore degli spari, chi da tempo in sala avrà deciso di addormentarsi).

Ne esce un film piuttosto anonimo nelle emozioni, così freddo da non far sembrare magistrale l’interpretazione di un Benicio Del Toro che ha dato tutto sé stesso (dall’anima ai soldi, è produttore) al progetto. La speranza è che la seconda parte, “Guerrilla” giustifichi tutto questo.

pubblicata qui: http://www.filmfilm.it/film.asp?idfilm=28500


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 09:53
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venerdì, 03 aprile 2009

Nel 1952 uscì "Bwana Devil", film d’avventura su due feroci leoni mangiatori di uomini nell’Africa orientale. Il generale timore da guerra fredda era ancora lontano dallo stimolare tutto quel filone di fanta-horror che segnarono il cinema statunitense di quegli anni, e per trasmettere paura si decise di provare una nuova via: il 3d. "Bwana devil" fu il primo film ad utilizzare il Natural vision, un sistema che richiedeva due pellicole proiettate una sopra all’altra per suggerire profondità agli spettatori che indossavano dei particolari occhialetti polarizzati.
A distanza di cinquant’anni l’idea del 3d è ritornata di moda. Per Jeffrey Katzenberg, uno dei creatori della Dreamworks e da oltre vent’anni punto di riferimento del cinema d’animazione statunitense, è questa la nuova frontiera della sala, la tecnologia che potrà rallentare la prassi del download illegale e portare la gente fuori da casa per gustarsi un film. Logicamente ora si parla di un 3d molto diverso, digitale e ben più preciso e definito rispetto a quelli del passato. "Mostri contro Alieni" è quindi il primo di una serie di produzioni realizzate in quest’ottica e, data l’importanza dell’evento, la sua storia non poteva che essere caratterizzata da un omaggio verso il cinema horror degli anni '50.
Da "Attack of the 50 ft. Woman" a "Il mostro della laguna nera", passando per "Godzilla", "Blob", "L’esperimento del dottor K." e le carte "Mars attack" già riprese da Tim Burton: i riferimenti estetici e simbolici sono tanti e continui. "Mostri contro alieni" risulta soprattutto un insieme di citazioni: senza dubbio divertenti per chi sa riconoscerle, anonime per tanti altri. Di suo la storia ha ben poco da dire, il concetto della diversità che si trova a dover affrontare la protagonista Susan (chiamata più volte "La sposa" strizzando l’occhio a Tarantino e al suo "Kill Bill", altra opera citazionista) viene giusto abbozzato, mentre l’epocale scontro tra i mostri "umani", chiamati a difendere la terra, e gli alieni invasori si risolve in un paio di scene d’azione avvincenti, ma abbastanza circoscritte. L’intrattenimento è garantito, ma non siamo ai livelli di un "Kung Fu Panda"(precedente titolo della Dreamworks Animations) né di film come "Sharktale" e "Shrek 2" di cui i due registi di "Mostri contro Alieni", Rob Letterman e Conrad Vernon, firmarono rispettivamente la regia. Il 3d utilizzato, se da una parte ha il merito di essere subito metabolizzato tanto che dopo poco neanche ci si accorge di avere degli occhialetti posati su naso e orecchie, dall’altra non sembra essere sfruttato al massimo: sono pochi i movimenti fatti in profondità e certe volte, durante la visione, se si vorrà provare a guardare lo schermo ad occhio nudo, ci si accorgerà che la differenza non è poi tanta. Giustificazione: siamo solo all’inizio di questo "nuovo" modo di fare cinema, abbiamo pazienza.

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/mostricontroalieni.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 10:29
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giovedì, 02 aprile 2009

Se si vogliono portare le famiglie al cinema, staccare tre o quattro biglietti alla volta, il metodo che tutti conoscono ad Hollywood è quello di incentrare una storia su cani o su bambini. Se si mettono entrambi gli ingredienti e si fa un’adeguata campagna promozionale, il successo, se non garantito, è comunque probabile. E’ senza dubbio questo ciò che ha spinto i produttori di “Io e Marley”, nonché il regista David Frankel, a trarre una storia dall’omonimo libro del giornalista John Grogan, una serie di racconti autobiografici dell’autore (nati inizialmente come “editoriali” del quotidiano in cui lavorava) caratterizzati dalla presenza del proprio amato labrador, Marley per l’appunto. Un vero e proprio membro della famiglia, inseritosi quando ancora si era solo in due (John e la moglie) e diventato con il tempo anche punto di riferimento dei successivi tre figli avuti dalla coppia.

Chiaro che, avendo un cane tra i protagonisti, oltretutto estremamente vivace, non possano mancare nel film diversi momenti incentrati sui vari disastri domestici provocati dall’animale, scene di distruzione, caos e conseguente imbarazzo che chi si ricorda “
Beethoven” può bene immaginare, ma c’è anche altro in questa gradevole commedia. L’idea vincente è quella di raccontare l’intero arco di vita dell’animale (fino quindi all’inevitabile decesso: cosa mai vista prima in un ricco “film per tutti” statunitense), mettendo in scena la storia di una famiglia, dei suoi equilibri, dell’amore che può cambiare nei modi ma non nell’intensità, le ambizioni di un uomo, la saggezza della donna, il ruolo dei figli.

Seppur in più frangenti non si capisca bene dove la pellicola voglia andare a parare, trascinandosi un poco troppo nel racconto cronologico della storia dei suoi protagonisti, il tono rimane sempre gradevole, mai sopra le righe, molto ottimista, ma non per questo superficiale. Di negativo c’è solamente un finale troppo lungo, oltremodo commuovente e teso a strappare lacrime di ogni tipo, soprattutto se si pensa che ci sono almeno altri tre momenti prima dove si poteva chiudere. David Frankel (che viene dal successo di un altro film tratto da best seller, “
Il diavolo veste Prada”) segue con mestiere tutta la sua storia, dando dimostrazione di inventiva nella bella sequenza sullo scorrere del tempo quando John Grogan narra, con voce fuori campo, frammenti delle sue avventure con Marley. In definitiva, “Io e Marley risulta essere una bella commedia da sera di Natale, divertente per i piccoli  e nostalgica per chi, seppur dica di detestare i toni alla Disney, finisce sempre per commuoversi quando vede amore e malinconia sprizzare da tutti i pori.

pubblicata qui: http://film.it/articoli/2009/04/02/io-marley-la-nostra-recensione.5781751.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 17:07
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giovedì, 26 marzo 2009

Per una volta il percorso è inverso: il cinema inventa supereroi, il fumetto li insegue creando un prequel, su carta, dei personaggi. Chi lo avrebbe mai detto, eppure è così per “Push”, nuovo lavoro dell’acclamato Paul McGuigan (con “Slevin - Patto criminale” è diventato una sorta di autore di culto tra i giovani, alla Guy Ritchie per intenderci), dal quale la DC Comics ha estratto sei episodi che spiegano le origini dei vari protagonisti. E a ben vedere, ci viene da dire. Il mondo inventato dallo sceneggiatore David Bourla è quanto mai interessante.

Ok, i “super-poteri” sono più o meno sempre gli stessi (soprattutto se si pensa ad "
X-Men"): c’è chi legge il futuro, chi controlla le menti, chi cura le ferite con un tocco e chi cancella la memoria, ma il modo con cui i vari “mutanti” interagiscono tra loro risulta quanto mai interessante, così come l’ambientazione. A tal proposito McGuigan ha confidato che si è deciso per la piovosa Hong Kong perché rappresenta ciò che Casablanca era nell’omonimo film di Curtiz nel 1942: un luogo in cui nascondersi.

E’ infatti lì che troviamo il “mover” (sposta gli oggetti con il pensiero) Nick Gant, impersonato dall’ex torcia umana dei "
Fantastici quattro", Chris Evans. Fugge dai servizi segreti americani che su persone come lui (figli di vittime di progetti genetici nazisti) vogliono fare esperimenti di ogni tipo. Sono loro i cattivi. A dar manforte al nostro eroe arriva la veggente quattordicenne Cassie (Dakota Fanning), mentre da proteggere, ancor più delle loro vite, c’è una valigetta che non deve cadere nella mani sbagliate. Strano, ma vero: il gioco regge. Non solo i vari superpoteri sembrano sempre utilizzati a proposito, ma anche i vari incastri temporali determinati dalle varie predizioni, non sembrano cadere mai in contraddizione. McGuigan di suo ci mette come al solito una gran cura nel montaggio, utilizza al minimo il green screen, optando per veri esterni e, soprattutto, gestisce al meglio gli effetti speciali. Non c’è abuso, né spettacolarizzazione: ogni volta che si ricorre alla straordinarietà dei poteri, c’è un’originale trovata registica: dalle due pistole volanti, fino ai coreografici combattimenti finali, passando per una scazzottata di pugni cinetici, tutto sembra essere visto per la prima volta, anche se non lo è.

McGuigan riesce a dare freschezza ad un genere forse ormai inflazionato, e già questo non è poco. “
Push” diventa così un ottimo intrattenimento, un bel concentrato di azione e ironia che comunque sembra richiamare, per atmosfera, storie di William Gibson o film come "Akira". Davvero niente male.

pubblicata qui: http://www.film.it/articoli/2009/03/24/push-la-nostra-recensione.5579612.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 11:22
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mercoledì, 25 marzo 2009

Consci del fatto che, come diceva Woody Allen, “Un automobilista pericoloso e' quello che vi sorpassa malgrado tutti i vostri sforzi per impedirglielo”, Paul Walker e Vin Diesel ritornano assieme nel quarto episodio della saga tutta macchine truccate e inseguimenti spinti al limite. Dopo il successo del primo episodio, il biondo occhi azzurri aveva presenziato all’immancabile sequel, mentre il calvo muscoloso aveva fatto una piccola apparizione invece nel terzo capitolo, l’esotico “Tokyo drift”. Ecco quindi la ragione del sottotitolo, “solo parti originali”: stavolta giocano i titolari. A dirigere c’è il taiwanese Justin Lin, già regista del precedente, e già citato, “Tokyo Drift”.

L’uscita nel 2001 di “
The Fast & the Furious” fu un vero e proprio evento sia da un punto di vista cinematografico che sociale. Per mesi si discusse, tanto negli States quanto in Italia, e presumiamo anche nel resto dell’Europa occidentale, sull’opportunità o meno di proiettare il film. Sembrava che molti degli incidenti stradali verificatisi in quel periodo fossero da collegare ad improvvisate corse in auto decise da incoscienti appena usciti dai cinema, gasati dalle prodezze al volante dei protagonisti. Il fenomeno delle gare clandestine divenne non solo di dominio pubblico, ma anche di attrazione, autoalimentandosi della popolarità acquisita. Inoltre, come “Point break” aveva quasi nobilitato i surfisti che rapinavano le banche per poter vivere in pace le proprie onde, “The Fast & the Furious” quasi giustificava i suoi protagonisti: delinquenti, ma eroi, campioni, fuoriclasse della guida, numeri uno e quindi idoli.

Da un punto di vista cinematografico, assieme al poco successivo “
XXX” sempre diretto da Rob Cohen e con Vin Diesel protagonista, venne lanciato un modo di fare cinema d’azione fracassone come quello degli anni ’80, ma imperniato di un cinismo e una spacconeria quasi mai visti prima. Tanto del cinema americano d’intrattenimento di oggi nasce con quei due film. Da allora ad oggi, logicamente, si è spinto sempre più il pedale dell’acceleratore, Luc Besson con la sua casa di produzione francese concentrata completamente sull’ action ha cominciato a sfornare una o più pellicole l’anno su quella falsariga: personaggi sempre più avari di emozioni e ben fermi sui propri obiettivi (normalmente o vendetta o giustizia) e acrobazie varie con musica ad alto volume, e sono sempre stati successi.

Succede così che per stupire ancora una volta il proprio pubblico, “
Fast and Furious: Solo parti originali” avesse l’obbligo di fare quanto non si è mai visto prima. Scene ancora più mozzafiato, inseguimenti ancora più arditi e sorpassi più impossibili. Il risultato, se ci si limita all’azione, è piuttosto riuscito: il prologo è eccezionale per suspense e inventiva così come la gara cittadina (che, per regia, deve molto ai videogiochi), mentre il piatto forte, la corsa nel tunnel sotto la montagna, riesce ad essere chiara e allo stesso tempo ricca di thrilling grazie al buon montaggio e fotografia (ma nel complesso, il “Death Race” del 2008 è più spettacolare). Il resto del film, e cioè l’incontro/scontro/alleanza dei due protagonisti, l’amore rinato, la vendetta ect ect, sono raccordi narrativi privi di qualsiasi valore, spesso ridicoli per recitazione e scelta della colonna sonora d’accompagnamento, ma non è certo questo ciò che conta, non si può pretendere tutto. Dopotutto, ricordatevi: se dopo i 140 Km orari la vostra auto balla, spegnete la radio.

pubblicata qui: http://film.it/articoli/2009/03/25/fast-furious-4.5614195.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 16:13
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sabato, 21 marzo 2009

Best seller dal successo strepitoso, tanto che Oprah Winfrey gli ha dedicato due puntate del suo seguitissimo programma televisivo, “La verità è che non gli piaci abbastanza” non poteva non diventare film, nonostante il libro fosse un saggio senza personaggi, un insieme di sapienti risposte da “posta del cuore” scritte all’insegna del realismo e della pragmatismo. Sempre alla ricerca di nuovi soggetti, Hollywood non si poteva lasciare sfuggire un fenomeno pop-culturale come questo ed ecco quindi un insieme di storie legate tra loro dalla perfetta frase del titolo, una salace considerazione associabile a tante relazioni di coppia non sbocciate nel più felice degli epiloghi.
Ne è uscito quindi un film ad episodi, una sorta di “I marciapiedi di New York” riattualizzato (e dolcificato) in cui il fil rouge del tutto, la storia che più delle altre lega i vari personaggi, e soprattutto rievoca le ciniche parole del libro, è quella del rapporto tra un giovane latin lover proprietario di un bar e una ragazza alla costante ricerca di un secondo appuntamento. I consigli del primo alla seconda diventano il pretesto per riflettere sui comportamenti umani, dalle psicologie degli uomini a quelle delle donne, passando per il significato intrinseco del matrimonio. Il cast, almeno in termini di fama, è di prim’ordine, Scarlett Johansson è più sexy che mai (ok questo non interesserà il pubblico femminile, ma quello maschile, portato quasi a forza in sala dalle proprie partner, forse sì), ma ciò che davvero conta è che il film è valido, si segue con piacere dall’inizio alla fine, merito anche di una regia molta attenta ai dettagli e capace di comunicare sensazioni e pensieri attraverso i corpi (degli attori) e i colori (dei costumi, della scenografia).
La banalità intrinseca in pellicole ad episodi come queste, oltretutto se confezionate con l’idea di sfruttare un bisogno prima di tutto commerciale, viene abbastanza sviata (non del tutto: il matrimonio finale ce lo si poteva evitare) attraverso la narrazione di rapporti sempre diversi tra loro, capaci di coprire quasi l’intero arco delle situazioni possibili, anche se, come al solito per commedie del genere, si parla solo di ricca borghesia bianca. Se il termine di paragone fosse l’italiano e recente “Ex”, saremmo quasi di fronte ad un capolavoro. C’è ironia, non troppa, ma comunque abbastanza da far sorridere, c’è un happy end non condiviso, c’è, soprattutto, la sensazione che nel suo insieme il film riesca ad esprimere un’idea generale delle relazioni di oggi, di situazioni che noi tutti, bene o male, primo o poi, abbiamo vissuto o vivremo.

pubblicata qui: http://www.filmfilm.it/film.asp?idfilm=28116&from=insala_img&fromp=07



sabato, 21 marzo 2009

Interpol, banche svizzere, traffico d’armi,  guerre mediorientali e civili africane, Milano, Berlino, Istanbul, Lussemburgo, Lione,  New York. Insomma, non si può certo sostenere che il film di apertura qui al Festival di Berlino, “The International”, abbia badato al risparmio, sia in termini di budget che di spunti narrativi. Riprendendo quel mondo capitalistico nascosto agli occhi della gente normale, e che al cinema viene sempre piu’ raffigurato (e chi dice che non lo sia) come epicentro di tutti i mali, burattinaio di tutti i destini dell’umanità conscio del fatto che l’unico credo è il denaro, la spy story del tedesco Tom Tykwer (“Lola corre”, “Profumo”) scricchiola per plausibilità, ma recupera alla grande per ritmo e regia.

L’economia globalizzata ha reso vita difficile agli sceneggiatori. A meno che non si voglia intraprendere un approccio alla “
Syriana”, in cui un tema dalle mille sfaccettature e conseguenze viene affrontato sotto diversi punti di vista, riuscire a raccontare  “le storie di una volta” - cioè quelle in cui anche un solo uomo, basta che sia minimamente intelligente e ci sappia fare con le armi, può cambiare il destino di un un Paese intero scombinando gli avidi piani dell’ennesimo gruppo di potere - risulta sempre inverosimile. Le tessere del malaffare sono talmente intrecciate tra loro che non si riesce mai distruggere l’intero mosaico. Succede quindi che per quanto si voglia credere a Clive Owen ed ai suoi nobili propositi, ai bei discorsi o all’idea che si possa arrivare al vertice di un sistema con la semplicità con cui accade nel film, il non “credere” è dietro l’angolo. Allo stesso modo, in un’epoca televisiva di ricostruzioni di scene del crimine perfette come “CSI” docet, appare troppo rudimentale un sistema di bacchette cave per capire da dove sia partito un colpo mortale. Incongruenze quindi, ma succede, non fermiamoci ai particolari.

Ciò non toglie infatti che il film di Tykwer si segua con interesse, che la tensione sia sostanzialmente alta per tutta la durata del film e ci siano da annotare alcune scene dal grande impatto visivo. Tykwer gestisce infatti al meglio gli spazi, riuscendo quasi sempre a tirare fuori il meglio da qualsiasi scena anche minimante concitata. Il cambio di prospettiva (da
Naomi Watts a Owen) dal quale si assiste allo scontro di “lei” con l’automobile in fuga, o le varie angolazioni a piombo con cui anche elementi “quotidiani” come le automobili, ma anche la folla, fanno perdere di vista qualsiasi punto di riferimento, riescono a trasferire quel giusto senso di disorientamento che il protagonista vive in quelle fasi. Il meglio comunque Tykwer lo dà nella parte centrale del film. Dal lungo pedinamento del sicario alla magistrale sparatoria al Guggenheim, la suspense sale in maniera costante attraverso l’abile montaggio e al sapiente utilizzo di tutti gli elementi visivi e sonori che l’ambientazione metropolitana prima e istituzionale dopo, offre. Quanto a “per realizzare questo ho pensato a quest’altro”, i punti di riferimento registici di Tykwer sembrano essere “The Bourne Ultimatum" (gli sguardi in camera durante le scene al bazar di Istanbul richiamano quelli di Jason Bourne e la sua Waterloo station) e  “I figli degli uomini” (nel suo utilizzo del campo lungo) anche se luci e violenza delle immagini seguono i sentieri tradizionali del grande cinema mainstream americano.  Straordinario è il modo con cui Twykwer gioca con gli spazi, che siano edifici o montagne.

In “
The International” c’é tanto da vedere. Soffermarsi su come l’Italia, in quelle poche scene in cui appare, viene rappresentata come una sorta di repubblica delle banane in cui il capo dei Carabinieri é corrotto e l’aspirante premier é un industriale (i cui figli sono pronti ad assumere un sicario) ai cui comizi si trovano bandierine come se si fosse allo stadio (per non parlare di come il suo nome Calvini, sia molto simile a Calvi), sarebbe sbagliato. Lo si dice per dovere di cronaca. O forse, per non pensarci.

pubblicata qui: http://www.film.it/articoli/2009/02/06/the-international-la-nostra-recensione.4631398.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 01:40
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giovedì, 19 marzo 2009

Incontriamo Kiefer Sutherland, alias Jack Bauer della serie "24", per qualche domanda, un paio di ore dopo la conferenza stampa di presentazione del film d'animazione "Mostri contro Alieni". Nel lungometraggio presta la voce a un fantomatico generale da anni incaricato di sovrintendere a una fantomatica divisione dell'esercito, una sorta di Area 51 dove vengono da sempre studiati e raccolti tutti gli essere viventi con mutazioni genetiche (i "mostri" del titolo). Insomma, per questo figlio d'arte che nel 2006 Forbes ha inserito nella top 10 dei "divi più pagati" (non chiedeteci però cosa si intenda per "divo"), e che ha debuttato al cinema a soli 17 anni con "Per fortuna c'è un ladro in famiglia!" (1983) si tratta ancora una volta di un ruolo da "autorità". Con il serial "24" da anni non solo ha per certi versi cambiato il modo di intendere l'action (influenzando sia il piccolo sia il grande schermo), ma ha anche anticipato quella che sarebbe diventata una vera e propria tendenza per le star del cinema americano: passare al piccolo schermo. Negli States non è come in Italia, o meglio non lo era: l'attore di cinema mai si "abbassava" a fare televisione, né tantomeno pubblicità (quest'ultima oltretutto era per loro vietata da norme interne al sindacato degli attori). E' proprio dalla sua scelta, datata 2001, che inizia la nostra intervista: "Per uno come me che è cresciuto con film come "Serpico" e "Il Padrino", quelli che io chiamavo "i film da venti milioni di dollari", accettare l'idea che non si producessero più storie del genere è stato difficile. Gli studios non sono più gli stessi, sono di proprietà di grandi società come General Electrics e Coca Cola, c'è di mezzo la pubblicità, gli sponsor e molte altre cose. Si è perso il vecchio cinema e la sua autenticità. La televisione si è invece evoluta ed ha cominciato a realizzare bei prodotti come E.R., I Soprano e Sex and the city. Ho semplicemente seguito queste storie e "24" ne faceva parte".
Sul timore di rimanere intrappolato nel ruolo di Jack Bauer, afferma: "Affronto ogni stagione di "24" come se fosse l'ultima. E nel tempo il mio personaggio si è evoluto, non è lo stesso della prima stagione, abbiamo appreso nuovi aspetti della sua vita e lui è cambiato. Ogni volta diventa quindi una sfida, non entro mai in routine. Quando mi arriva un'offerta, per scegliere mi baso unicamente sulla storia nella sua globalità. Non scelgo mai un personaggio a prescindere senza valutare tutto ciò che lo circonda. Recitare è un po' come suonare in un gruppo musicale, ognuno fa la sua parte e ogni suono è fondamentale, il cantante è importantissimo, ma nessuna band funzionerebbe senza un ottimo bassista". Un'affermazione che sa tanto di aforisma saggio, e se così non fosse, chi ha il coraggio di contraddire Jack Bauer?

pubblicata qui:  http://filmup.leonardo.it/curiosita/20090318a.shtml


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 08:41
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martedì, 17 marzo 2009

Ho il furore d'amare. Il mio debole cuore è pazzo.
Non importa quando, né importa chi o dove,
che un lampo di bellezza, di virtù, di valore
splenda, subito vi si precipita, vola, si lancia,
e, nel tempo d'un abbraccio, cento volte bacia
l'essere o l'oggetto che la sua scelta insegue...


Così scrive, nelle prime righe, Paul Verlaine nel 1988 in "Ho il furore di amare", poesia dedicata al suo compagno scomparso cinque anni prima, Lucien Létinois. “Non importa chi” ci dice, perché l’amore per alcuni non ha vincolo di sesso, si rivolge alle persone al di là di quella che è la loro sessualità. Il titolo della prima regia di Umberto Carteni, "Diverso da chi?", ribadisce proprio questa considerazione: l’amore non ha limiti né convenzioni. E siccome nella parte migliore della società di oggi, quella che per fortuna non si interroga più sulle scelte private d’amore che taluni operano, ponendosi al di fuori da quella che altri considerano "normalità", anche l’essere omosessuale rischia di diventare una tipologia definita di tipo umano, l’allontanarsi anche da questo stereotipo, come succede al protagonista del film, fa porre la domanda del titolo.
Ma bando alle ciance e alle divagazione filosofiche e dalla sintassi complicata. "Diverso da chi" è una bella commedia. Satirica nella sua prima parte, perfetta nelle delineazioni delle strategie e dei personaggi politici, più virata all’aspetto sentimentale, ma non per questo meno divertente, nel restante. Lo sceneggiatore Fabio Bonifacci e il regista Umberto Carteni, raccontano una vicenda ad alto rischio macchiette e banalità, data la delicatezza del tema, trovando invece il giusto registro narrativo, rimanendo credibili e simpatici anche di fronte le svolte narrative più ardite. La storia di questa strana coppia politica e poi sentimentale, di un aspirante sindaco dichiaratamente gay cui viene affiancato come vicesindaco una novella Binetti, tutta casa e chiesa seppur di centrosinistra, scorre per i suoi cento minuti circa divertendo con moltissime battute ad effetto (da "Qui dal ’48 si vince solo con tre parole. Centro, centro, centro" a "Di solito i centristi parlano di famiglia e poi vanno a puttane", passando per il "Muro delle libertà"), riuscendo comunque a parlare, senza morbosità, di un intenso amore: quello che lega Piero sia ad Adele che, soprattutto, a Remo. Merito va dato anche al brillante cast: non solo i tre protagonisti, Luca Argentero, Claudia Gerini e Filippo Nigro si confermano tre bravissimi attori, forse, e tutti e tre per ragioni diverse, non completamente sfruttati o apprezzati per i loro reali meriti (chi comunque viene da un reality, chi purtroppo, a parte i lavori con Verdone, non riceve forse i copioni che meriterebbe e chi ancora non è famoso al grandissimo pubblico, ma non sbaglia un colpo), ma anche i ruoli di contorno sono rivestiti da grandi professionisti del sorriso come Francesco Pannofino, Antonio Catania e Giuseppe Cederna. Mai sottovalutare quanto possano dare anche i ruoli, così detti, di secondo piano ad una commedia, la differenza tra film come "Diverso da chi?" e altre, troppe recenti commedie, purtroppo italiane, che non divertono né riescono a dare qualche spunto di riflessione, si vede anche da questo. L’impressione definitiva è che non solo "Diverso da chi?" sia un film da vedere, capace di parlare delle problematiche di oggi senza scadere in considerazioni ovvie o populiste, ma anche un sano intrattenimento godibile da qualsiasi tipo di pubblico (basta che non sia bigotto). La partnership produttiva e distributiva tra Cattleya e Universal si rivela quindi riuscita, dopo il buon esordio di "Lezioni di cioccolato", mentre in generale si può forse parlare finalmente di un buon cinema italiano popolare e intelligente, forse esportabile, sicuramente dal piglio europeo: "Diverso da chi?" va ad affiancarsi a gradevoli pellicole come "Notturno bus", "Amore bugie e calcetto", "Solo un padre", "Non pensarci" e il già citato "Lezioni di cioccolato". Speriamo non sia solo un fuoco di paglia.

La frase:
- "Ora questo se vinciamo ci tocca farlo minimo assessore..."
- "Non ti preoccupare, gli diamo qualcosa di poca importanza, tipo cultura, istruzione, quelle cose lì..."

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/diversodachi.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 17:36
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martedì, 17 marzo 2009

Due nomination agli Oscar, migliore sceneggiatura originale e migliore attrice protagonista (Melissa Leo), per un film costato solo un milione di dollari (meno di tantissimi film italiani). Un vero e proprio caso che dimostra ancora una volta quanto spesso basti avere una bella idea e tanta voglia di fare per sfondare (il bellissimo "Once" ne è l’esempio più recente).
In una cittadina di confine tra Canada e Usa, un’americana con grandi problemi economici e una situazione familiare allo sbando (il marito, malato di gioco, è scappato non si sa dove dopo averla derubata; i due figli stanno sempre soli in una casa prefabbricata mezza distrutta) trova in una ragazza della riserva indiana una complice per trasportare immigrati clandestini oltre la frontiera e guadagnare quei soldi di cui ha disperatamente bisogno...
Il fiume ghiacciato del titolo è la strada che le due sono costrette ad attraversare per salvare tanto sé stesse da una vita che le vuole sconfitte, che i poveri fuggitivi in cerca di un luogo in cui la mafia che li ha portati nel continente americano non li perseguiti o li sfrutti con lavori umilianti. La bravura della regista e sceneggiatrice Courtney Hunt (qui al suo primo film!), risiede nel tratteggiare con profondità le sue due protagoniste, donne forti, forse in alcuni casi anche ciniche, ma mosse da quell’acuta forza che solo l’animo femminile spesso sa esprimere, soprattutto quando si tratta di sacrifici e forza di volontà. La straordinaria interpretazione di Melissa Leo riesce a trainare tutto il racconto con intensità, a questo si aggiungono le belle immagini della regista, abile nello sfruttamento della fredda ambientazione (Plattsburgh), simbolica non solo per la frontiera (tra due etnie, tra due paesi, ma inesistente se si parla di modo di intendere la famiglia), ma anche utile a suggerire quella solitudine che pervade i cuori delle due protagoniste. Ne esce un film sofferto e duro, capace di colpire al cuore.

La frase:
- "Posso chiamare qualcuno, da parte sua, per badare ai suoi figli?"
- "Ho già qualcuno: un’amica".

pubblicata qui: http://filmup.leonardo.it/frozenriver.htm


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 17:28
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domenica, 15 marzo 2009

Il peggior criminale che abbia mai camminato su questa terra è moralmente superiore al giudice che lo condanna alla forca” disse George Orwell. Ed è per questo che un criminale come Jacques Mesrine, autore di delitti di ogni tipo (seppure, per diverse ragioni, nessuno provato in maniera inequivocabile) tra gli anni ’60 e ’70 sia in Francia che in Canada, rimane tuttora una sorta di “icona”, un simbolo di ribellione al sistema continuamente citato da cantanti e scrittori. La sua morte infatti fu una vera e propria esecuzione in mezzo alla strada: nessun processo, nessun altolà e mani in alto, solo tanti spari. La sua libertà metteva in imbarazzo polizia e governo, meglio fermarlo una volta per tutte.

Partiamo dalla fine perché è da lì che inizia il film di
Jean François Richet: “Nemico pubblico n.1”. Dalla sua uccisione. Tanta è stata avventurosa la vita del personaggio in questione, che la si è dovuta dividere in due episodi che usciranno ad un mese di distanza l’uno dall’altro: “Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” ne è il primo. Dato il prologo di sangue, conosciuto da tutti (almeno da quelli che si ricordano di Mesrine), la narrazione segue il più classico degli sviluppi cronologici: il drammatico arruolamento nella guerra di Algeria, il ritorno a casa, i primi crimini, i contatti con la malavita organizzata, l’amore, l’ebbrezza del successo, i sacrifici, l’esilio…Una serie infinita di momenti emblematici, continue svolte di vita apparentemente definitive che però si scontrano con l’irrequietezza di un uomo non cattivo (ma neanche buono), ma egoista e quindi incapace di  rispettare le convenzionali regole civili.

Il racconto che ne fa Richet, partendo dalla sceneggiatura di Abdel Raouf Dafri e dall’autobiografico libro scritto dallo stesso Mesrine durante il suo ultimo periodo di detenzione (prima dell’ennesima evasione), è un film d’azione che si tiene bene in equilibrio tra la necessità di creare empatia tra il suo protagonista e il pubblico e l’impossibilità di giustificare un uomo che comunque ha macchiato più volte i suoi vestiti del sangue altrui. Ecco quindi che Mesrine trova qualche appiglio morale in ciò che ha visto, suo malgrado, ad Algeri, nella sfortuna di un lavoro onesto poi fallito, nell’esigenza di dover provvedere ad una famiglia in continua crescita e nell’assenza di una figura paterna in grado di guidarlo, ma senza evitare che i suoi eccessi ne mostrino la sua vera essenza: quella di uomo in grado di far del male senza vere ragioni.

Fondamentale per la riuscita del progetto diventa quindi la perfomance dell’attore protagonista, un
Vincent Cassel che si è calato nel ruolo non risparmiandosi nulla (ingrassato e dimagrito notevolmente a seconda dei continui mutamenti di peso di Mesrine nel tempo), capace di dare credibilità ad un personaggio grosso modo incomprensibile dall’esterno, così pieno di contraddizioni come lo è stata la sua vita. Scenografia, costumi e fotografia ben rendono l’idea del periodo storico affrontato, poco fa invece la regia di Richet che non cerca di dare una sua lettura della vita di Mesrine, ma sembra limitarsi a seguire la spettacolarità della storia.

Ne esce un primo episodio abbastanza avvincente, ma privo di quell’autorialità che ci si aspetta spesso da un film europeo, soprattutto se francese. Dopotutto se, come diceva un altro celebre scrittore inglese, William Hazlitt, “nel crimine c'è dell'eroismo, come nella virtù: il vizio e l'infamia hanno i propri altari e la propria religione”, i margini per parlare di qualcosa d’altro, partendo dalle avventure di Mesrine, c’erano tutti.

pubblicata qui:
http://film.it/articoli/2009/03/10/nemico-pubblico-n-1-la-nostra-recensione.5287714.php


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 16:53
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giovedì, 12 marzo 2009

Fedeli all’aforisma di Samuel Beckett: “Non c'è niente di più comico dell'infelicità”, Stefano Fabrizi e Giuliano Rinaldi, autori di Comici in gabbia, partono da un gruppo di bizzarri personaggi riuniti in un particolare settore di un carcere per una riflessione su ciò che si cela dietro la figura del comico: debolezze, mancanze, fissazioni e maschere. Dieci personaggi che, ognuno a loro modo, tratteggiano altrettanti aspetti della stessa, unica, identità, in gioco sull’introspezione umana di cui la “comicità” del titolo è il tono, ma non il contenuto, con cui viene affrontata la questione. Ed è proprio da qui che nasce il principale limite di questo testo: per buona parte della sua durata, superata la presentazione dei personaggi, l’idea stessa che in scena ci siano dei “comici” (definiti tali dalla “sigla” iniziale, oltre che dal titolo dello spettacolo), sembra debba-possa ovviare all’assenza di uno sviluppo narrativo. Seppure il finale doni una chiave di lettura capace di riabilitare, almeno a livello logico, quanto visto precedentemente, ciò non giustifica l’assenza di una qualsiasi tipo di storia. L’ambientazione nel carcere non diventa neanche il pretesto per brevi sketch comici, solo un contenitore di frasi e gesti trascinati privi di ironia o tensione. I comici regalano giusto qualche sorriso, il più delle volte ricorrendo alla parolaccia.

A tutto questo va aggiunta la discutibile idea di inframmezzare lo spettacolo con musiche cantante in playblack dai testi da struttura disneyana (dialogati o riassuntivi della storia). Andando a teatro non ci si aspetta, necessariamente, di trovare degli attori che sappiano cantare anche molto bene, rischiare la voce dal vivo, anche a rischio di una stonatura, non sarebbe stata sicuramente un’idea meno vincente del vedere muovere delle labbra da cui non esce nessun suono. Spiace sempre parlare male di uno spettacolo, è fuori di dubbio che l’idea di base dei due autori sia originale e riveli l’apprezzabile volontà di distaccarsi da canovacci più convenzionali, ma sembra mancare all’insieme, una coerenza strutturale che renda credibile e interessante dall’inizio alla fine il viaggio psicologico che si cerca di rappresentare.

L’intero cast fa quello che può, riuscendo in alcuni casi a dare un po’ di brio in più al tutto, ma buona parte dei personaggi, così chiusi nei loro ruoli metaforici, finiscono con il diventare ben presto macchiette. Peccato.

pubblicata qui: http://www.teatroteatro.it/scheda.asp?idscheda=2188


EddieValiant ha incastrato Roger Rabbit alle 10:10
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